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l'intervista

Parla Arturo Parisi. “Più che largo è un campo lasco, ma Schlein può essere la premier"

Riccardo Carlino

"Le primarie sono utili alla segretaria dem", dice l'ex ministro della Difesa e padre fondatore dell’Ulivo con Romano Prodi: "Senza un vero dibattito che definisca in modo riconoscibile la linea politica del partito, la strada che si fa è poca o nulla"

“Le primarie? Sono utili più che mai”. Ma potrebbero non bastare. “A questo campo largo, anzi, campo lasco, serve un progetto di lunga durata, un programma elettorale non basta. Ma Elly Schlein, indiscussa leader del Partito democratico, può vincere nel 2027”. Arturo Parisi, ex ministro della Difesa e padre fondatore dell’Ulivo con Romano Prodi, parla al Foglio all’aprirsi di un anno cruciale per i dem, per la loro segretaria e per l’opposizione tutta. Ancora logorata da tanti nodi, primo fra tutti la politica estera. Tema tanto importante da essere immediatamente affrontato da Sergio Mattarella, nel suo discorso di fine anno pronunciato di fronte a quasi 11 milioni di telespettatori: “Il desiderio di pace è sempre più alto e diviene sempre più incomprensibile e ripugnante il rifiuto di chi la nega perché si sente più forte”, ha detto il capo dello stato. Sullo sfondo delle sue parole ci sono il medio oriente e “le abitazioni devastate dai bombardamenti nelle città ucraine,”. Sberle ai finti pacifisti di ogni dove, una sintesi chiara a disposizione della politica italiana. Professore, a chi era indirizzato il messaggio di Mattarella? “Più che al campo largo o all’altro, divisi entrambi al loro interno come mai, sono parole rivolte agli italiani tutti. Con la speranza che le prendano alla lettera”, risponde Parisi

Le tensioni su Kyiv, del resto, si notano in entrambi gli schieramenti e pure all’interno dei singoli partiti. Nel Pd, ad esempio, la minoranza riformista finisce spesso schiacciata dalla maggioranza schleiniana. “Servirebbe far funzionare la democrazia interna – secondo Parisi–. Alimentare il confronto a tutti i livelli, ora emigrato su social e talk. Dico tanto per iniziare”. E con il resto del centrosinistra, che fare? “Un progetto di lunga durata. Un programma elettorale, giusto per tentare di andare al governo, non basta”.

Alle porte del nuovo anno non sono mancati appelli a una maggiore unità, su spinta degli interventi – ospitati da questo giornale – di Matteo Renzi e Gaetano Manfredi. “Li ho letti con interesse. Peccato che il primo, per me inspiegabilmente, sia uscito dal Pd e il secondo si vanti di non esserci mai entrato. Senza un vero dibattito che definisca in modo riconoscibile la linea politica del partito, la strada che si fa è poca o nulla”.

                             

 

Linea cercasi. Intanto su quale programma presentare agli elettori nel 2027, Pd e M5S finora hanno lanciato iniziative parallele, ma non un tavolo comune. Senza dimenticare le numerose differenze fra i due partiti. Per Parisi, più che di programma serve parlare di progetto a lunga durata, con “una postura e un orizzonte condiviso, partendo però da una comune definizione della situazione presente. Innanzitutto, sulla definizione di chi siamo noi nel mondo, che nel caso del nostro paese equivale a dire più che mai con chi stiamo, cioè sulle questioni che attengono alla pace e alla guerra”. Politica estera, in pratica (prendere appunti da Mattarella). “Come sorprendersi che il campo della scelta tenda a restringersi tra conservazione e reazione in un paese nel quale il baricentro demografico tende a spostarsi su persone sempre più anziane, e senza figli?”, si chiede l’ex ministro, secondo cui è dentro questa dimensione che va “ripensato un progetto per il paese: dalla sanità alla sicurezza, dall’immigrazione di giovani da altri lidi alla emigrazione dei nostri. Senza di questo ogni progressismo è come minimo destinato a giocare nel campo della conservazione con buona possibilità di perdere”.

Si deve ragionare di temi, ma l’elefante nella stanza è la leadership. Secondo un recente sondaggio di Youtrend, Giuseppe Conte è il potenziale leader del campo largo più in grado di insidiare Meloni. Mentre Schlein fatica. Eppure, segnala l’ex ministro “bisogna riconoscere l’enorme tratto che ha fatto. In poco più di tre anni, certo con l’aiuto determinante dello sconfitto Letta e dell’eterno vincente Franceschini, da non iscritta è riuscita a diventare la segretaria del Pd. E ora con l’aiuto di vecchi e nuovi competitori è l’indiscussa leader del partito”. Il percorso, osserva Parisi, è “esattamente inverso a quello di Conte, che ha iniziato da premier per conquistare poi da quella posizione il partito. Il fatto che nell’ultimo sondaggio Schlein, pur dentro una rimonta di continuo avvicinamento, sia ancora dietro Conte sta a dire che solo un riconosciuto candidato premier può aspirare alla posizione di leader. Ma ritengo che nonostante sia più facile vedere nei panni di premier uno che li ha già indossati, Schlein continui ad avvicinarsi all’obiettivo”. In questo contesto, lei che per le primarie si è sempre battuto, le reputa ancora utili? “Utili più che mai. E ancor più per risolvere il gap di leadership di Schlein. Solo l’ultimo passo può infatti coronare il cammino fatto finora. Ma utile non equivale a possibile”. Secondo Parisi, “le primarie di coalizione presuppongono infatti l’esistenza di una coalizione. Quella che abbiamo di fronte però è al momento solo una ipotetica e reversibile alleanza per le elezioni”. Per velocizzare la trasformazione, le primarie possono aiutare. Almeno “per dirimere la questione leadership. Portarla alla vittoria è tutta un’altra cosa”.

 

 

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