(foto Ansa)
campo largo e dintorni
I dribbling di Conte, tra consenso e campo largo. Il rilancio su Atreju: "Meloni si confronti con me"
"Non escludo le primarie", dice l'ex premier, che intanto continua a smarcarsi dal Pd. Torna a parlare di Palestina e "del genocidio commesso da Israele". Ma su Kyiv nel Movimento emergono sfumature diverse. Conte smentisce, ma il Pd teme la sponda FdI-M5s sulla legge elettorale
Al Nazareno adesso si domandano, sospettano: dopo Atreju, la legge elettorale? Giuseppe Conte, l’alleato (testardamente) sfuggente, continua a smarcarsi. Ha dribblato i piani della segretaria del Pd. E adesso dice: “Mi spiace se Schlein non viene”. Rilancia: “Pronto al confronto con Meloni”. Intanto si propone pure Salvini: “Mi piacerebbe discutere con Conte”. In ogni caso alla festa di FdI il leader del M5s ci sarà, a prescindere dal format. Non esclude le primarie, ma non vuole farsi incastrare nel campo largo, non ancora, quanto meno. Ieri Conte è tornato a parlare di Palestina e del “genocidio compiuto da Israele”. Il M5s perde voti nell’abbraccio con i dem. E’ quello che rimprovera per esempio Chiara Appendino, che ha aperto la fronda interna in un movimento sempre granitico. E a proposito di Kyiv dice: “L’Ucraina deve accettare la cessione dei territori”. Due giorni fa a Bruxelles il M5s si è diviso sul piano di pace di Trump.
Schlein dice che Meloni “scappa”. Ma dal Partito democratico (e non solo) accusano Conte di intelligenza col nemico: ha giocato di sponda con la premier. E’ un addebito che in via di Campo Marzio respingono con forza. “E cosa dovevamo fare?”, è il pensiero. Schlein voleva vincere le primarie ad Atreju, Conte ha giocato la sua partita. Giorgia Meloni, a sua volta, ne ha approfittato per alimentare le polemiche tra gli alleati. Per il leader del M5s, d’altra parte, lasciare il palcoscenico alla segreteria dem significherebbe legittimarne la leadership dell’opposizione. E allora ieri, intervistato da Luca Telese agli Stati generali della ripartenza, Conte prima non ha “escluso le primarie” del centrosinistra, pronto a farsi da parte “se c’è un candidato più competitivo”. Poi su Atreju ha rilanciato: “Avevo già dato questa disponibilità, ero disponibile anche a un dialogo a tre. Se Schlein ha preferito ritirarsi per la mia presenza a me dispiace. Potevamo veramente incalzare Meloni”. Nel pomeriggio, inoltre, per dare altro lavoro al colonnello melonionano Giovanni Donzelli, è arrivata pure la proposta di Matteo Salvini: “Mi piacerebbe confrontarmi con Conte ad Atreju il 14 dicembre”.
Torniamo al campo largo e nel Pd, che adesso è in modalità “la legge elettorale non si tocca”, temono anche che i meloniani possano cercare (e trovare) disponibilità nei pentastellati, e nel suo leader sempre pronto a sparigliare. Conte anche in questo caso smentisce ogni corrispondenza. Si potrà fare ma solo in Parlamento, alla luce del sole, è la versione ufficiale. Il proporzionale però non dispiace al M5s, alle prese con il suo cantiere programmatico (quello con le altre opposizioni verrà dopo). E Conte – che ieri ha parlato della questione palestinese alla Scuola di formazione M5s – prova sempre a tenersi le mani libere, a differenziarsi. Lo ha fatto sulla sicurezza, un tema su cui batte sempre più spesso ma anche dal punto di vista economico. Per dire: mentre il Pd cerca, e talvolta trova, qualche sponda con Confindustria, il fu Avvocato del popolo da qualche settimana ha preso di mira Emanuele Orsini e gli industriali: “In silenzio da tre anni, eleggono un meloniano come vicepresidente”, ha detto al Foglio qualche giorno fa, riferendosi all’elezione di Fausto Bianchi, imprenditore vicino a FdI. E quando il ministro della Difesa Guido Crosetto ha annunciato un ddl sulla riorganizzazione dell’esercito e della modalità per la leva militare, Conte è stato tra i primi ad andare all’attacco: “Ci portano in guerra”.
Posizioni programmatiche che si mischiano alle esigenze di consenso. Conte ha ottenuto, anche grazie alla generosità dem, un risultato importante con Roberto Fico in Campania. Ma il bottino dei voti di lista alle ultime regionali non è stato entusiasmante, nemmeno questa volta. E a livello nazionale i sondaggi non decollano, oscillano da mesi tra il 12 e il 14 per cento. I dribbling di Conte insomma rispondono in qualche modo anche alle esigenze e ai mugugni interni. Appendino si è dimessa in maniera polemica dal ruolo di vicepresidente, invocando una linea più autonoma dal Pd. E forse una posizione ancora più netta sull’Ucraina. L’ex sindaca di Torino giovedì sera ha voluto rimarcare ancora una volta le sue convinzioni. “Kyiv deve accettare cessioni di territori. Non esiste una pace giusta, c’è solo quella possibile”, ha detto nel giorno in cui a Bruxelles si votavano le risoluzioni europee sul piano di pace di Trump. Il M5s si è diviso: 4 astenuti (tra cui Pasquale Tridico) e 3 voti contrari. Divisioni? “Ma no”, risponda da Bruxelles. La posizione critica nei confronti del documento europeo era condivisa da tutti. “Dopo una lunga discussione tra gli europarlamentari”. Ma quale era la linea, il no o l’astensione? “Non l’abbiamo deciso”. Conte dovrà dribblare anche questo.