Il racconto

L'amletismo calcolato di Conte su Trump serve solo a rosolare il Pd

Simone Canettieri

Il dem Provenzano: "Non ha sciolto i nodi di come stare nel campo progressista". Critiche sottovoce nel M5s, ma quella dell'ex premier ormai è una strategia: lo sanno bene Zingaretti e Letta

“Le parole di equidistanza di Conte su Biden e Trump? Beh, è la dimostrazione che il leader del M5s non ha ancora sciolto dei nodi su come collocarsi nel campo progressista”. Giuseppe, detto Peppe, Provenzano è il responsabile esteri del Pd. Il deputato non è rimasto sorpreso dalle parole del capo del M5s pronunciate domenica nel salotto di Fabio Fazio. Semmai ha avuto ulteriori conferme.

L’ex premier ha detto testuale: “I due approcci ideologici sono completamente diversi, uno ovviamente potrebbe essere più vicino alla sfera progressista e l’altro no. Però per esempio sulla guerra potrebbero invertirsi le cose, quindi non ha senso che mi metta a fare il tifo per l’uno o per l’altro”. Un’equidistanza, o voluta ambiguità, che fa parte dello studiato amletismo contiano in politica estera.

Accadde così anche per le elezioni in Francia nel 2022. Sempre in tv, questa volta da Lilli Gruber. “Tra Macron e Le Pen? Non posso dare indicazioni di voto, rappresento un partito italiano. Le Pen è lontana da noi, ma le questioni che pone...”. Finì con una mezza baruffa in studio, ma insomma alla fine il leader del M5s riuscì a non schierarsi. Come oggi, anche allora nel Pd misero su bronci seguiti da teste scosse in aria. Ma non cambiò un’acca. Anche davanti alle punzecchiature che arrivarono, ed eccole ancora una volta puntuali, da Calenda e Renzi, pronti a denunciare il sovranismo di ritorno dei grillini populisti. “Secondo me ha dato una risposta impapocchiata”, dice Nicola Fratoianni di Sinistra italiana. 


Dunque il premier che su Nove non si schiera e anzi ribadisce che “fa gli interessi dell’Italia” restituisce subito un “effetto Giuseppi” déjà vu. Con una netta continuità fra il vecchio e il nuovo M5s che in politica estera è stato tutto e il contrario di tutto. Lo dimostrano, in Europa, le difficoltà dei grillini ad accasarsi all’interno di una famiglia come quella dei Verdi. Philippe Lamberts, copresidente del cartello ecologista in Ue, da mesi ribadisce che ci sono “problemi di visione geopolitica” con i pentastellati: la guerra in Ucraina, per esempio. “Se si guarda alle posizioni che i Verdi difendono in Europa e quelle che il M5s difende in Italia, si può vedere bene quali sono i punti di convergenza o divergenza. Non serve un dottorato in scienze politiche per capirlo: guardate alla geopolitica e lo capirete”, ha detto un paio di mesi fa il leader Verde. La trattativa è bloccata, la porta è sbarrata.  Sicché senza casa in Europa e abbastanza ondivago sulle vicende Usa, Conte prova a surfare sulle onde nel nome della mezza porzione. O se vogliamo del cuore  gitano. Ma anche del passaporto. 


Elly Schlein, che un po’ lo soffre e un po’ vorrebbe scavalcarlo nel derby con Giorgia Meloni, fa trapelare di essere “sorpresa per questa incertezza fra Biden e Trump”. E dopo il no dell’avvocato del popolo (appellativo che gusta ancora al diretto interessato) a una manifestazione sotto la sede della Rai rimane di nuovo senza alleato al proprio fianco. 


A differenza del passato il M5s è cambiato al suo interno, però. Una volta, ai tempi di Luigi Di Maio leader, l’ala sinistra di Roberto Fico e compagni si sarebbe schierata con parole di fuoco contro il quartier generale. Stavolta no, tutto tace. Quando Conte esitò su Le Pen e Macron, la sua vice Alessandra Todde disse che lei avrebbe scelto, al contrario senza indugi, il presidente uscente. Come adesso si schiererebbe, con una serie di distinguo, con Biden. Ma sono sussurri isolati e isolani visto che Todde ora ha la testa solo sulla Sardegna che ospiterà a breve tutti i leader nazionali del campo largo: da Conte a Schlein, ma mai insieme. E’ quindi il giorno della marmotta nel centrosinistra. “La sinistra in tutto il mondo sta con Biden, ma Conte no: preferisce i cognati d’Italia. E’ una banderuola indegna”, attacca Matteo Renzi. Che, per una volta, si trova sulla stessa sponda di Carlo Calenda: “Mi domando come il Pd possa considerarlo un punto di riferimento”. 

Il no al Mes, il trumpismo più o meno ostentato o soffocato, la contrarietà all’intervento militare in Ucraina: sono tutti i punti in comune che legano Matteo Salvini a Giuseppe Conte, vicepremier e premier nel governo gialloverde, quello del famigerato cambiamento. “Un esecutivo tra i più rivoluzionari che l’Italia abbia mai avuto”, ha rimarcato il capo del M5s durante un’intervista a Milano sabato scorso. Rieccoli, dunque? “Macché: Giuseppe e Matteo non si parlano da una vita: la storia del documento della Lega critico sulle armi a Zelensky l’abbiamo appresa dai giornali”, raccontano in Senato i parlamentari della vecchia guardia, che poi sarebbero coloro arrivati alla seconda legislatura (vanno tenuti d’occhio: saranno i primi a ribellarsi al contismo).

Siccome, come si diceva, il M5s ormai è diventato un partito abbastanza personale trovare parole critiche nei confronti del leader è complicato. Per Alessandra Maiorino, vicecapogruppo del M5s a Palazzo Madama, “Trump è il male assoluto: razzista, suprematista, omofobo, con processi in corso per molestie, responsabile e mandante dell’assalto a Capitol Hill: la degenerazione della democrazia parte da lui”. Ancora una volta, seppur sottovoce, sono appunto i senatori grillini la coscienza critica – ma è un pissi pissi – del capo. Voci che per ora sono portate via dal vento, però. E così, coperto internamente e consapevole di essere centrale per l’alleanza con il Pd (a partire dalle regionali) con la sapienza di calcolare mosse e reazioni il capo del M5s continua a zigzagare. Come si sa, d’altronde, nel suo salotto affisse sopra il camino ha già le teste dei segretari del Pd che seguendolo hanno fatto una finaccia: Nicola Zingaretti ed Enrico Letta, per ora. Ma è sicuro che ci sia ancora spazio su quella parete. 
 

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia. Ha vinto anche il premio Guidarello 2023 per il giornalismo d'autore.