(foto Ansa)

l'intervista

Porro: "La svolta a sinistra di Mediaset? Solo per gli ascolti. E' il Cav. che mi ha convinto a restare"

Luca Roberto

"Dopo la morte di Berlusconi l'azienda ha capito che deve muoversi da grande istituzione del paese, parlando a pubblici diversi. Pier Silvio in politica? Oggi no, domani chissà". Parla il presentatore televisivo, che torna a Bari per la sua kermesse "La Ripartenza"

“Cos’ha lasciato a me Silvio Berlusconi nel suo testamento? Una chiamata dal letto di ospedale. Cinque giorni prima che morisse. Quella in cui mi ha convinto di non andare alla Rai e di restare a Mediaset”. Nicola Porro lo racconta al Foglio con voce un poco emozionata. “Ero in trattative avanzate con Viale Mazzini. Mi avevano offerto un programma di inchiesta, un progetto molto convincente, che mi piaceva. La sua chiamata è stata determinante. Sono rimasto solo per lui. Ora ha lasciato un grande vuoto, incolmabile”.

Il giornalista televisivo, presentatore di Quarta Repubblica, oggi e domani torna a Bari, al teatro Petruzzelli, per la quinta edizione del festival del suo giornale online. Si chiama La Ripartenza-Liberi di pensare, è nato dopo il Covid, “ed è una specie di festa del Foglio”, scherza lui. “Una due giorni per combattere la follia della decrescita felice. E per rimettere in ordine cosa dovrebbe essere l’Europa oggi: un continente che deve tornare a essere una culla di civiltà, impresa e industria. Avendo chiaro che non c’è sostenibilità ambientale senza sostenibilità economica. Partiamo subito fortissimo oggi con Giuseppe Cruciani, facciamo un casino”.

 

Ma con Porro, che oltre a essere giornalista è anche imprenditore agricolo ed editore, ci permettiamo di tornare a colloquiare di Biscione. Non le fa strano, adesso che sono stati presentati i palinsesti della prossima stagione, far parte di una squadra che con Bianca Berlinguer, Myrta Merlino, senza più Barbara D’Urso, sembra aver svoltato a sinistra? “Pier Silvio ha capito che con la morte di Berlusconi l’azienda avrebbe dovuto riappropriarsi del proprio Dna. E cioè, alla chiusura di un ciclo politico, cercare di diventare una grande istituzione del paese. E questo puoi farlo solo se non rinunci a toccare tutti i tasti, a parlare a tutti i pubblici”, analizza Porro. Eppure il retro pensiero è che si sia voluta chiudere con una certa ansia la stagione berlusconiana, imbarcando volti e personaggi che poco hanno a che vedere con l’immaginario di Cologno monzese. “Non sono tipo da letture psicanalitiche, perché secondo me è tutta una questione di ascolti. Quando mai in passato c’è stata una Rai con la voglia di parlare a un altro mondo? E’ chiaro che è anche una reazione rispetto al servizio pubblico”, rimarca ancora il conduttore. “E la trovo in sintonia con quanto ha fatto lo stesso Berlusconi nel corso degli ultimi trent’anni. Del resto si è portato a Mediaset pure Michele Santoro, e quando ha dato vita al Tg5 non l’ha di certo affidato al primo giornalista di parte ma a un talento giovanissimo come Enrico Mentana”. 

 

Sarà. Certo il discorso dell’altra sera di Piersilvio Berlusconi esclude una sua discesa in campo. Ci dobbiamo credere? “Sì, perché la sua principale occupazione da qui ai prossimi anni è mettere in sicurezza l’azienda non solo da un punto di vista manageriale ma anche per quel che riguarda l’acquisizione di mercati. La Spagna è un buon bacino ma non basta, Mediaset ha bisogno di espandersi e radicarsi a livello europeo e Pier Silvio sta concentrando lì tutte le sue energie. Poi il resto si vedrà, tra qualche anno”. In tal caso, la vedremo nel ruolo di suo portavoce? “No. E’ un lavoro che ho già fatto, a 24 anni, per il mio professore di economia Antonio Martino, e non intendo rifarlo”. Nemmeno per la premier Meloni? “Non ho tempo e non voglio sacrificarlo rispetto al mio lavoro e le mie attività imprenditoriali. Ma lo sa che ho anche una casa editrice? Non riuscirei a stare dietro a tutto”. 

 

A proposito della premier Meloni, con lei l’Italia, prendendo a prestito lo slogan del suo festival, è davvero ripartita? “E’ stata brava a non rallentare la crescita, che dopo Draghi più che a una corsa somigliava a una specie di jogging. E a differenza di quanto scrive per esempio Ernesto Galli della Loggia, la sua più grande vittoria è stata a livello internazionale. Se riuscirà l’accordo con i popolari? Spero di si, ma in caso di scelte ulteriori  nella costruzione delle alleanze meglio Marine Le Pen di Jean-Luc Mélenchon. Con la prima sai cosa scegli, con il secondo devi aspettarti semplicemente il peggio”.

Di più su questi argomenti: