Il miracolo dell'Italia che corre mentre l'altra Italia è lì che arranca

Claudio Cerasa

La crescita va. Gli occupati pure. L’export anche. E sui titoli di stato c’è più ottimismo qui rispetto a Francia, Germania, Regno Unito e America. Il segreto? La flessibilità. Delle imprese e della politica. Come non perdere un treno

C’è un’Italia che fatica e un’Italia che corre. C’è un’Italia che pasticcia e un’Italia che convince. C’è un’Italia che zoppica e una che sgambetta. C’è un’Italia che si perde nelle polemiche da quattro soldi, sul Mes, sulla Bce, sul Pnrr, e un’Italia che nonostante tutto continua a essere un unicum tra i grandi d’Europa. C’è un’Italia politica, quella di governo, in cerca di una sua stabilità, di una sua visione, di una sua direzione. E c’è un’Italia economica, quella fatta di numeri, occupati, crescita, fiducia, che invece continua a offrire ragioni per essere ottimisti sul futuro. E continua a farlo anche grazie a una caratteristica italiana anch’essa unica in Europa: la flessibilità.

   

L’Italia cresce più dei grandi paesi europei (quest’anno: +1,2 per cento, Francia più 0,7, Germania più 0,2) perché il tessuto produttivo italiano è più solido rispetto a quello dei propri vicini di casa (quest’anno l’export del nostro paese ha superato quota 600 miliardi: un record). Ma cresce anche per altre ragioni legate a una caratteristica spesso sottovalutata del nostro sistema politico, istituzionale ed economico: saper smussare gli angoli della propaganda, saper tenere a bada i conti pubblici, saper trovare soluzioni creative per risolvere problemi complessi, saper trovare una continuità anche tra fasi storiche molto diverse le une dalle altre.

  

In sintesi: in un momento in cui molti paesi europei sono instabili, ingovernabili e spesso attraversati da tensioni latenti e moti di proteste, c’è un paese che ha trasformato la gestione ordinata della precarietà politica in un punto di forza e che ha fatto della sua capacità di adattamento un valore aggiunto per generare fiducia. Lo dicono i dati che abbiamo appena citato. Lo dice il fatto che alcuni tra i più importanti fondi di investimento del mondo, come Blackstone, hanno scelto di investire in Italia come in nessun altro paese d’Europa. E lo dimostra anche lo studio di una formula utilizzata dagli economisti di tutto il mondo per prevedere quanto è vicina o lontana la recessione in un paese.

    
Il fenomeno si chiama “inversione della curva dei rendimenti” ed è una formula che mette a confronto i rendimenti per i titoli di stato di breve durata (3 o 5 anni) con quelli che hanno una durata più lunga (10 o 20 anni). Quando i rendimenti dei titoli di stato che hanno una durata più breve superano i rendimenti dei titoli di stato che hanno una durata più lunga significa che la fiducia nell’immediato futuro di un paese è più incerta (tanto da generare un prezzo superiore per i titoli di stato a breve termine). E quando si verificano fenomeni come questi vuol dire che la recessione è percepita come più vicina. Negli Stati Uniti, l’inversione è già avvenuta (i bond di stato a tre anni hanno un rendimento del 4,4 per cento, quelli a dieci anni del 3,8) e la Fed di New York assegna una possibilità pari al 71 per cento  alla manifestazione di una recessione americana entro maggio 2024.

   

In Europa, la situazione è questa. In Francia, i bond di stato a tre anni hanno un rendimento del 3,08 per cento  mentre quelli a dieci anni il 2,9. In Germania, i bond di stato a tre anni hanno un rendimento del 2,9 per cento mentre quelli a dieci anni del 2,4. In Gran Bretagna, i bond di stato a tre anni hanno un rendimento del 5 per cento mentre quelli a dieci del 4,4. In Italia, i bond di stato a tre anni hanno un rendimento del 3,7 per cento mentre quelli a dieci del 4,3.

 

Questi dati ci dicono alcune cose interessanti. Ci dicono che al momento, nonostante i quattro cali consecutivi della produzione industriale, le probabilità che vi sia una recessione in Italia sono prossime alle zero. Ci ricordano che al momento la tanto contestata politica dei tassi alti della Bce ha contribuito a produrre un raffreddamento dell’inflazione senza aver pesato eccessivamente sulla crescita italiana, tanto che il governo ha corretto verso l’alto le sue stime sul pil. E ci suggeriscono che l’Italia per assecondare la crescita, creare benessere, ridurre le diseguaglianze, generare posti di lavoro avrebbe di fronte a sé una strada precisa: non perdere troppo tempo a rincorrere polemiche inutili, come il Mes, e concentrare tutti i propri sforzi nell’attuare il Pnrr. Meno ambiguità, meno ideologia, più flessibilità e più capacità di adattamento. L’Italia che fatica e l’Italia che corre, forse, potrebbero essere parte della stessa medaglia di successo.
 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.