Caso Mes

Il tragico Giorgetti. Irriso e delegittimato: "Posso andarmene"

Carmelo Caruso

Stretto da Lega, FdI, costretto a ratificare le nomine chieste da Meloni. E' ossessionato dalle ripercussioni che potrebbe generare la mancata riforma del Mes sui Btp

Gli stanno portando via pure la penna. Sulle partecipate di stato doveva limitarsi a “mettere la firma”, sulla scelta del nuovo comandante della GdF  “uniformarsi”. In Europa, di Giancarlo Giorgetti, oramai sorridono. Giorgia Meloni sta ridicolizzando il suo ministro dell’Economia. Il suo ministro dell’Economia, se il Mes non dovesse essere ratificato, in un quadro compromesso, potrebbe rassegnare le dimissioni. Sono una possibilità sempre avanzata: “Si può lasciare”. Un governo, da mesi, gira all’estero, con le orecchie d’asino, in nome di Borghi, Bagnai e Foti, il trio sfascio d’Italia. Ben diciotto miliardi di Btp, appena piazzati dal Tesoro, rischiano di ridursi a carta straccia. Giorgetti, da anni, parla di dimissioni. Questa volta ha 18 miliardi di ragioni per farlo. Può farlo.


Ciascun ministro porta a suo favore dei successi raggiunti. Ce n’è uno, misurabile, che si chiama Btp Valore, ed è il giusto vanto di Giorgetti, (e di Meloni), il ministro che pensa “tragicamente”, come nel saggio di Robert D. Kaplan, La Mente tragica. E’ incapace di qualsiasi azione romantica. Per lui, Prometeo avrebbe dovuto attendere che Meloni gli passasse la fiamma, anziché rubarla a Zeus. Giorgetti ha almeno un elenco di rocce, di scuse, a cui incatenarsi. E in realtà fa bene. Nelle società sviluppate, i deboli di cuore devono lasciare ai lottatori la polpa delle cose. E’ l’unico modo per prendere sonno, l’unica alternativa ai pugni in aria. E’ Fra Cristoforo il loro santo: “Verrà un giorno”. A Palazzo Chigi, quando è entrato il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, lui, Giorgetti,  era formalmente presente a palazzo, ma impegnato in una riunione sulla ex Ilva. Oggi, poco prima di mezzogiorno, uno degli uomini più ascoltati di Meloni parlava della natura di Giorgetti: “Non è più un tecnico, non è un politico. Le entrate gliele ha scippate Fitto, le uscite le ha prese Leo. Giorgetti, chi?”.

 

E però dicono, i giorgettiani, (categoria di martiri) che Giorgetti è davvero mutato da quando Meloni gli ha impedito di nominare “il suo” comandante generale della GdF, una scelta che il ministro ha definito “gravissima. Non era mai accaduto”. Ogni sera Giorgetti si guarda il petto e la ferita, niente, non si cicatrizza. E’ da un po’ di tempo che ripete: “Serve del pensiero a questo governo”. L’ultima volta che è andato in America ha incontrato Henry Kissinger. Non lo ha voluto fare sapere a nessuno, salvo farlo scoprire il giorno del compleanno, un secolo, di Kissinger. Tutta l’esibizione si è ridotta a una fotografia. Vive di nascosto, in siciliano si dice ammucciuni, perfino un rapporto nuovo con Alfredo Mantovano, che è la colomba di governo. Insieme, Mantovano e Giorgetti, il 27 maggio, avrebbero dovuto conversare  (è stato rimandato) sul nuovo libro di Riccardo Pugnalin, il responsabile degli Affari esterni di Autostrade, l’uomo che si è fatto scappare Meloni che lo voleva vicino. Non è un segreto. Basta praticare uno strappo nel cielo di carta di Meloni e si scopre che Mantovano dialoga con Giorgetti, che Giorgetti ragiona con Pugnalin e che Daria Perrotta, capo del legislativo di Giorgetti, è la bravissima corazziera delle regole, tutta leggi e Quirinale. La fortuna di Giorgetti è alla fine questa: ha sempre trovato una Perrotta o uno Stefano Varone, il suo capo di gabinetto, che si è preso la colpa al posto suo: “Tranquillo, ci sono io”. Varone, uomo riservato,  è  arrossito quando, sui quotidiani, ha visto la foto della sua firma addirittura “zoomata”.  I meloniani raccontano invece che “lo sanno tutti. E’   il capo di gabinetto che sovraintende la posta del ministro. Il ministro sapeva, il ministro sta con il Mes”. Giorgetti non sta con nessuno. Una volta, un giornalista ha provocato un fraterno amico di Giorgetti dicendo di lui: “E’ il politico più cinico degli ultimi vent’anni”, e l’altro: “La parola cinico viene dal greco kynikos, che significa canino. Giorgetti è stato scelto, da un pezzo di mondo, come custode, cane da guardia”.

 

Pure i giorgettiani parlano come Giorgetti e ricordano che “il governo Meloni non si sarebbe potuto assemblare senza la disponibilità di Giorgetti, “la polizza che l’Europa ha chiesto a Meloni”. Giorgetti ha un valore per Meloni? FdI ha continuato a prenderlo  a sberle. A Sogei, altra partecipata di stato, si è visto nominare Cannarsa, dal suo viceministro Leo. La Gdf no, le nomine neppure, all’Inps, un uomo che Giorgetti stimava, Gabriele Fava, è stato cassato. In Europa, ogni quindici giorni, viene irriso per il Mes. Ci sono ben 350 miliardi di titoli emessi dal Tesoro da ottobre a oggi. Ma quali padroni a casa nostra! Se i mercati dovessero perdere fiducia nell’Italia, che si fa? Si va a mangiare a casa di Bagnai? E’ probabile, anzi, è sicuro che Giorgetti del Mes abbia la stessa idea di Meloni, diverge solo nella valutazione: “Io ne faccio solo una questione di realismo.” Serve.  Come può servire, in battaglia, amputare una gamba per continuare a vivere, stringere la mano a un nemico, per mettere fine a una contesa che ci vede perdenti. 350 miliardi di titoli emessi. Aveva ragione Giorgetti: “Hanno scelto me  perché non lo voleva fare nessuno”.

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  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio