(foto Ansa)

affetto con un senso chiaro

Spiace per Bindi e soci, ma il funerale di Berlusconi non è affatto divisivo

Maurizio Crippa

Né il Re Sole né la Thatcher, il Cav. ha unito l’Italia molto più di quanto si creda: anche in politica, è stato il leader più in sintonia con le classi popolari della storia repubblicana

C’è persino chi si è lamentato per la decisione di allestire dei maxischermi sulla piazza, dove sono attese decine di migliaia di persone che non avranno accesso alla chiesa. Come se Piazza Duomo non fosse già normalmente deturpata dai maxipalchi per i maxiconcerti e dalle incongrue palme che Beppe Sala sta tentando con abnegazione di far togliere. Ma Milan l’è on gran Milan, nonostante qualche sifolott protestatario, e a queste piccolezze non bada, come non ci badava il suo cittadino larger than life che domani sarà qui per ricevere l’ultimo saluto e il viatico religioso nel Duomo costruito da tutti i milanesi: i santi e, in maggioranza, i peccatori. Milano lo saluterà come lo sta salutando il resto dell’Italia. Ci sono stati anche taluni, e non soltanto gli svalvolati dei social ma persino gente che si vorrebbe presumere informata dei fatti, che si sono lamentati per i funerali di stato: gli si è dovuto spiegare che sono previsti da leggi e cerimoniali. Ma nel mondo degli odiatori sguaiati tiene ancora banco il tema della non opportunità del lutto nazionale (in effetti sette giorni sembrano un po’ troppi, anche se siamo ben lontani dai cinquantatré giorni per la morte del Re Sole).

 

Non poteva mancare la punta d’acido di Rosi Bindi: “I funerali di stato sono previsti ed è giusto che ci siano”, ha detto, “ma il lutto nazionale per una persona divisiva com’è stato Berlusconi secondo me non è una scelta opportuna”. E detto da una delle persone più divisive, nel suo stesso partito, della Seconda Repubblica, si commenta da sé. Per meglio dire: basterebbe togliersi gli occhiali odiografici delle Bindi o (ahinoi) dei Tomaso Montanari, che si rifiuterà di abbassare a mezz’asta le bandiere del suo ateneo – mentre si ammaineranno anche quelle dell’Unione europea – come se il beau geste dovesse impressionare chissà chi – per accorgersi che la morte, e domani le esequie solenni, di Silvio Berlusconi hanno generato in Italia sentimenti di cordoglio tutt’altro che divisivi. Tutto il contrario, a parte ovviamente la sparuta minoranza seriale e qualche pirlotto che ha tentato di organizzare senza successo squallidi brindisi.

 

Si narra che aristocratici e popolino danzassero nelle piazze di Francia quando morì Luigi XIV; ma innanzitutto aveva regnato 72 anni e aveva lasciato un regno sfasciato, non certo una ben funzionante e persino opulenta democrazia dell’alternanza. Qualche migliaio di ex minatori, studenti e nemici giurati del libero mercato si ritrovarono dieci anni fa a Londra per danzare sulla morte di Margaret Thatcher, che a ogni buon conto non governava, come il Cav., da molti anni. Ma va ben ricordato che per la working class britannica e per il Labour che “isn’t working” la Iron Lady era stata divisiva davvero, e in un modo ruvido e rigido imparagonabile con i modi giocosi e accomodanti di Berlusconi. Uno che, per dire, non è mai riuscito a separare le carriere dei magistrati né manco ad abolire l’art. 18. E’ vero che nel Duomo di Milano funerali di stato si sono svolti raramente, e quasi esclusivamente (a parte Montale, Alda Merini, Mike Bongiorno) per gravi lutti pubblici e per onorare le vittime del terrorismo. Ma Berlusconi era milanese, e di certo sarà salutato non soltanto per il suo percorso politico.

 

La verità è che Silvio Berlusconi, anche in politica, è stato il leader più in sintonia con le classi popolari, con il ceto medio, che la storia repubblicana ricordi. E in ogni caso il più conosciuto e riconosciuto come leader. Molti anni fa ci capitò di fare una supposizione, da queste parti, o per meglio dire di formulare una facile previsione: quando il momento sarebbe venuto, l’ultimo saluto del paese al Cavaliere, e in un modo simile persino a Umberto Bossi (erano forse i tempi in cui quello con la salute più instabile era il Senatur), sarebbe stato un grande cordoglio di popolo; un saluto per alcuni commosso, non per tutti ovviamente; ma per molti altri pieno di rispetto. E non soltanto perché “de mortuis nil nisi bonum”, come dicevano gli antichi. E’ esattamente ciò che sta avvenendo adesso, e che tra questi commossi o rispettosi vi sia anche la maggior parte del mondo politico, e con una certa compostezza anche i media, significa molto. E dovrebbe essere uno spunto di riflessione anche per coloro che oggi non riescono a farsi una ragione di un affetto e un rispetto per Berlusconi che li spiazza, e li cruccia.

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  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"