Foto di Fabio Cimaglia, via Ansa 

l'intervista

“L'egemonia della Cgil a scuola è finita”. Parla il ministro Valditara

Salvatore Merlo

Il bullismo, i cellulari in classe, l’autonomia. Il titolare dell’Istruzione al Foglio: “È finita l’epoca post ’68 del contesto scolastico come luogo di militanza politica”

“Penso sia cambiato qualcosa in profondità: lo sciopero come strumento di lotta politica non tira più. Non funziona più. Si è chiusa, o si sta chiudendo, un’epoca. È ora di avviare una stagione di confronto costruttivo, nella logica di quella grande alleanza fra docenti, studenti, famiglie, istituzioni, parti sociali che ho da subito auspicato”. E il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, si riferisce ai dati clamorosi che il Foglio pubblica oggi, nell’articolo qui sotto, e che riguardano il recentissimo sciopero generale nella scuola del 12 e 16 dicembre 2022 proclamato dalla Cgil.

 

Ebbene la media di adesione tra dirigenti, docenti, personale educativo e personale Ata, i bidelli, è stata dell’1,81 per cento. La più bassa di sempre. Un flop storico. Un anno fa, a dicembre del 2021, la protesta contro la manovra di Bilancio del governo Draghi si era conclusa con un’adesione intorno al 6 per cento. Ed era già un dato bassissimo. E ora? “Ora credo sia finita quell’idea antica, forse sessantottina, della scuola come luogo di militanza politica”, risponde Valditara. “Gli insegnanti oggi vogliono risposte concrete, sono interessati a quello che accade nei loro istituti, vogliono capire le strategie complessive che ispirano l’azione di chi governa. Docenti e personale scolastico si sono accorti che è stato appena chiuso un contratto importante che dà un aumento di 124 euro medi mensili e che ha anticipato a dicembre gli arretrati di stipendio per circa 2.400 euro in media a persona. E in un contesto difficile, che ha costretto il governo a investire ben 21 miliardi di euro sul caro bollette, siamo comunque riusciti ad aumentare di circa 1,8 miliardi in 3 anni le risorse per la scuola”.

 

È la fine della cosiddetta egemonia culturale della sinistra postcomunista? L’altra notizia clamorosa è che nella scuola la Cisl, col suo atteggiamento pragmatico, ha superato gli iscritti della Cgil. “È l’inizio della normalità. Della fisiologia dei rapporti. Questa novità, va ora accompagnata da parte di chi governa con una ancora più convinta politica di ascolto. Io intendo dialogare il più possibile. Voglio andare sul territorio per confrontarmi con docenti, presidi, personale amministrativo. Per questo a partire dai prossimi mesi girerò l’Italia e gli istituti scolastici. Voglio lanciare un messaggio importante: stiamo tutti dalla stessa parte, dobbiamo pensare a percorsi che maturino con uno sforzo collettivo. Ecco, voglio avere il polso dei problemi nelle varie realtà d’Italia sentendo chi nella scuola ci lavora tutti i giorni. Perché i problemi cambiano da Bolzano a Trapani, dai licei agli istituti professionali, dai centri alle periferie. Voglio partire dalle realtà più difficili, quelle che collocano l’Italia in una posizione da fanalino di coda per dispersione scolastica. L’Italia ha una dispersione scolastica di circa il 13 per cento, contro il 2 per cento della Svezia e circa il 5 per cento della Francia. In alcune parti del nostro paese questa dispersione è molto bassa, questo significa che in certe altre aree invece si arriva a punte del 20 per cento. È una drammatica urgenza da affrontare. Insieme. Noi vogliamo avviare un grande percorso di semplificazione per sburocratizzare la scuola, semplificare le norme, approfondire le idee”.

 

Negli ultimi mesi, in seguito ad alcune sue dichiarazioni sul bullismo, e alla sua recente circolare sull’uso dei cellulari nelle aule scolastiche, il ministro dell’Istruzione è stato oggetto di svariate critiche dell’opposizione e anche di alcuni giornali. Impossibile dunque non chiedergli se pure lui si sente, com’è stato descritto, un “reazionario”, insomma un luddista, un codino, un nemico dei cellulari perché ostile alla modernità. Ci dobbiamo rimettere la parrucca? Ma ecco che alla domanda, Valditara, si mette a ridere. “Sorrido, sì, con un po’ di amarezza. Quella sui cellulari nelle aule scolastiche è una battaglia civile, di buona educazione, direi quasi ovvia, che hanno condotto tanti governi progressisti in Europa. Altro che reazionario. Il governo francese, sotto la presidenza di Emmanuel Macron, ha fatto approvare una legge per vietare addirittura l’ingresso dei cellulari negli edifici scolastici tout court. La stessa cosa, in Spagna, l’ha decisa la comunità autonoma di Madrid, che è tutt’altro che un governo di destra. La mia circolare sull’utilizzo dei telefonini nelle scuole, peraltro, a differenza di un testo già emanato a suo tempo dall’ex ministro Beppe Fioroni sullo stesso argomento, richiama il Piano nazionale della scuola digitale e gli obiettivi della cittadinanza digitale. La mia circolare non esprime una condanna ‘luddista’ nei confronti di un dispositivo tecnologico di cui tutti facciamo uso. Ho l’impressione che la circolare non sia stata letta nemmeno da chi l’ha criticata, e questo non è un buon modo di fare informazione”. 

 

E allora qual è il senso, qual è lo scopo di quella circolare? “La motivazione è semplice. Anzi, semplicissima: il rispetto nei confronti dell’insegnante. In classe si va per ascoltare ciò che il docente spiega, per partecipare attivamente alla lezione, e non per filmare l’insegnante di nascosto e poi pubblicare un post derisorio sui social, per guardare film o per chattare con gli amici. 
“Alle scuole compete, in base alla loro autonomia, l’adozione di eventuali sanzioni”, prosegue il ministro Valditara. “Io ho invitato i presidi a dire basta con la tolleranza. La questione, lo ripeto, è semplicissima: tornare a una scuola seria”.

 

Tuttavia, c’è un’obiezione che si potrebbe fare al ministro: sono eventualmente gli studenti a essere maleducati, non i cellulari. Ovvero non si è maleducati in funzione del cellulare, ma si è maleducati a prescindere dal cellulare, indipendentemente da un dispositivo digitale che è al contrario oggi lo strumento attraverso cui passa tutto. Persino la conoscenza. Persino assai più che dal computer ormai. “Capisco benissimo questo ragionamento”, risponde Valditara. “Ma se tu consenti alla maleducazione di esprimersi, la esalti e la rafforzi. È come un fuoco: se aggiungi della legna continua a crescere. I dispositivi digitali a scuola si possono usare, ma a fini didattici, se autorizzati, e sotto la guida dell’insegnante. Non si possono usare per fare altro. Mi consenta dunque di ribaltare la questione: secondo lei perché c’è stata da parte di una certa sinistra questa indignazione e contrarietà rispetto a una circolare che vieta l’uso dei cellulari secondo principi di banalissima opportunità educativa?”.

 

La domanda è retorica, me lo dica lei. “L’indignazione c’è stata perché ancora una volta qualcuno, per la verità una minoranza, ha voluto manifestare quell’idea sessantottarda di una scuola senza regole, senza divieti e senza limiti. Appena uno mette dei limiti, ti danno del reazionario. Purtroppo invece, se non poni delle regole, ecco che la maleducazione prospera. La funzione educativa salta. Il lavoro dei docenti non viene rispettato. I ragazzi non sono geneticamente maleducati, sono maleducati quando mancano le regole. Il vero problema è quando vengono messe in discussione le regole, perché senza regole si arriva a una società anarchica, anomica. Senza leggi. Dire queste cose, pensarle, non è reazionario, è buon senso. Penso che le regole siano fondamentali per il nostro vivere civile. E i principi del vivere civile si apprendono soprattutto a scuola”.

 

Quindi anche i telefonini possono essere utilizzati nella didattica? “Ovvio… Anche se forse sono più adatti i tablet”. E gli insegnanti italiani sono pronti all’uso dei tablet nelle classi? “I docenti italiani hanno reagito molto bene quando sono stati costretti alla didattica a distanza. Che spero proprio non ritorni più. In quel frangente così complicato, si sono dimostrati all’altezza anche di fronte a sistemi tecnologici con i quali non tutti avevano confidenza. Dobbiamo sempre riconoscere la passione e il senso di abnegazione della gran parte degli insegnanti italiani”.

 

E però mancano i soldi. “L’Europa ci ha dato 2 miliardi e 100 milioni per la scuola digitale. Per attrezzare i nostri laboratori. E noi questi finanziamenti li stiamo impegnando, sto già emanando i decreti per utilizzare queste somme”. Passione e abnegazione, tra i docenti, va bene: però stipendi molto bassi. “È purtroppo vero, e già con questo primo contratto ci siamo impegnati per una risposta di serietà, ma il percorso è lungo. Va dato atto alla stragrande maggioranza dei professori che, con stipendi inferiori a quelli che meriterebbero, in un contesto di stress crescente e purtroppo a volte di delegittimazione, si dedicano con grande senso di responsabilità alla loro così importante funzione sociale”. 

 

Le scuole cascano a pezzi. Si sono spesi miliardi per il bonus facciate, per le ville dei ricchi a Capalbio. E le scuole dove mandiamo i nostri figli? “Adesso ci sono 3,9 miliardi del Pnrr per l’edilizia scolastica. Un altro miliardo lo abbiamo scovato nelle pieghe del bilancio del ministero, perché ritengo importante iniziare ad usare bene le risorse esistenti e soprattutto non sprecarle. Queste somme saranno destinate alla riqualificazione delle scuole, per l’edilizia antisismica, per avere classi e istituti più decorosi, per la rimozione delle barriere architettoniche. Scuole più belle e più pulite sono anche scuole che funzionano meglio, dove si va più volentieri”. Quando vedremo i primi effetti? “Cominceremo a vederli nell’anno scolastico 2023/2024. Il problema finora è stato  causato anche dalla lungaggini burocratiche delle procedure. Ma con il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, presenteremo già a gennaio norme di semplificazione che riguardano specificamente l’edilizia scolastica. Gli effetti di questi finanziamenti, e di queste semplificazioni, si vedranno”.

 

Nelle settimane passate anche alcune dichiarazioni del ministro Valditara sul bullismo hanno provocato polemiche. Per esempio l’idea di affidare i cosiddetti bulli ai lavori socialmente utili. “Il fenomeno  del bullismo è grave, serio, va affrontato con decisione. Da una ricerca di cui disponiamo risulta che circa il 25 per cento dei nostri ragazzi ha vissuto a scuola fenomeni di bullismo. Uno studio pubblicato dalla fondazione Veronesi ha denunciato rischi molto gravi sulle conseguenze derivanti dal bullismo. Si va dalla demotivazione, che può condurre all’insuccesso e all’abbandono scolastico, fino alla depressione e al suicidio. Anche la Commissione europea ha invitato i paesi membri a contrastare seriamente questo fenomeno. Per bullismo non si intende la goliardata, ma la persecuzione sistematica. Ho costituito un tavolo tecnico per affrontare la questione. Ovviamente non ci sono solo i lavori socialmente utili, che però servono a indurre il senso del limite perché devi capire che sei inserito in una comunità, devi sapere che ci sono anche gli altri. E lavorare per la società ti fa maturare. Ma ci vuole anche il coinvolgimento delle famiglie, il supporto psicologico. Banalizzare questi problemi o metterli sulla polemica ideologica sarebbe un errore grave che non ci possiamo permettere”.

 

E si ritorna così all’inizio di questa conversazione, allo scontro ideologico tra destra e sinistra, alla scuola come luogo di lotta politica. “Mi faccia dire una cosa, tanto per essere chiari, visto che c’è un po’ di confusione: io sono sempre stato un liberale, la tradizione di una destra autoritaria non mi appartiene”. Valditara è giurista allievo di Gianfranco Miglio, un leghista federalista. “Mi avvicinai ad Alleanza nazionale dopo aver fatto la conoscenza di Pinuccio Tatarella, che voleva portare il tema del federalismo dentro al partito. È stata una bellissima esperienza. Adesso sono tornato a casa, nella Lega…”.

 

Lei ha scritto un libro sul sovranismo. “La sovranità di cui parlo è quella popolare, una grande questione di democrazia. Per concludere, mi piacerebbe vivere in un paese in cui la contrapposizione non sia strumentale, dove ci si confronta e ci si scontra anche sulle idee, ma sempre tenendo presente che esistono dei valori comuni che nessuno mette in discussione per ragioni di opportunismo politico contingente. È la questione repubblicana di cui ho parlato nel mio libro ‘È l’Italia che vogliamo’. Una questione in cui vi sono avversari ma non nemici da abbattere”. E si ritorna dunque allo sciopero fallito della Cgil. “Il sindacato è fondamentale, ma se indice uno sciopero soltanto per attaccare il governo, non favorisce il dialogo. E la buona notizia è che le persone l’hanno capito”.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.