Dopo la sconfitta

Essere il Pd, tra destra e "Opa" di Conte. Parla Matteo Orfini

Marianna Rizzini

Il deputato dem: "Non mi pare geniale aspettare marzo per il congresso. Se si vuole invertire la rotta, restare nel limbo non mi sembra la via giusta". Come fare opposizione, senza essere "spolpati" da M5s e terzo polo, e come rifondarsi per ripartire

Il Pd si guarda allo specchio e non trova quello che vorrebbe: l’immagine è fuggevole, i contorni non sono netti, il congresso non è vicino ma neppure così lontano da permettere la lucidità di chi può infischiarsene. Soprattutto, c’è la destra al governo e sabato prossimo, alla manifestazione per la pace, si rischia il lancio dell’ennesima "Opa" di Giuseppe Conte sui dem (c’è un’altra data a rischio: 11 novembre, giorno della presentazione del libro di Goffredo Bettini con Andrea Orlando e lo stesso Conte).

 

Come se ne esce? Il deputato Pd rieletto Matteo Orfini, già presidente del partito fino al 2019, già “giovane turco”, già segretario ad interim nel 2017, osserva la creatura sofferente e intanto proprio non sopporta, dice, “che su una vicenda drammatica come la guerra di Vladimir Putin all’Ucraina si facciano speculazioni di politica interna. Tutti vogliamo la pace, ma ricordiamoci che la storia della sinistra italiana parla di condanna delle aggressioni e di intervento quando è necessario intervenire”. Fatto sta che attorno all’Ucraina e all’invio delle armi all’Ucraina Conte ha già fatto varie giravolte. Ma il punto non è neppure questo, ora, per un Pd che, osserva Orfini, “nell’ultimo sondaggio Swg era sceso al 16,5 per cento. Di fronte a un dato simile, non mi pare geniale aspettare marzo per il congresso. Se si vuole invertire la rotta e riportare il Pd a essere un polo attrattivo, restare nel limbo non mi sembra la via giusta. Non solo. Mi pare che qui ci sia un grande non detto: non si sta discutendo delle ragioni della nostra sconfitta. Stiamo rimuovendo il tema di fondo: abbiamo perso perché ha perso una linea politica, perché il Pd ha rinunciato a essere il partito che nel 2007 si poneva l’obiettivo di rappresentare un’ampia parte della società, di farsi motore del cambiamento e non guardiano dello status quo. Ora invece pare che l’unico nostro progetto sia l’alleanza con i Cinque stelle, ma le alleanze sono uno strumento, non un fine”.

 

Vede un rischio all’orizzonte, Orfini: “Che non si riesca a fare opposizione davvero e che non si colga la sfida, davanti al governo della destra. Non possiamo permetterci di non farlo. Dobbiamo capire perché e su quali temi la destra è egemone nella società e riflettere su come scardinare quel primato, nei prossimi cinque anni. E riflettere sul fatto che, purtroppo, alcuni di questi temi, oggetto non a caso di alcuni dei primi provvedimenti del governo Meloni, nel recente passato li abbiamo cavalcati anche noi, tra securitarismo e giustizialismo”.

 

Come se ne esce ancora non si sa, viste le ombre del congresso che si allungano fino a primavera. “Ma veramente vogliamo che M5s e Terzo polo continuino a spolpare il Pd, opponendosi più a noi che a Giorgia Meloni? Smettiamo di pensare a che cosa fa Conte e a che cosa fa Calenda. Mi piacerebbe invece che riuscissimo a rilanciare il Pd nel suo profilo originario di forza nata per sconvolgere gli equilibri, non certo per attorcigliarsi attorno a questa o a quell’alleanza. Concentriamoci sul come far esplodere le contraddizioni del centrodestra passo per passo, come abbiamo fatto per il decreto sui rave party. E diciamoci che abbiamo sbagliato, in passato, a cavalcare una certa impostazione giustizialista e securitaria. Per la sinistra sicurezza deve voler dire prima di tutto sicurezza sociale e sul lavoro”.

Fare opposizione, ora, dice Orfini, “significa osservare il governo nei fatti e dimostrare tutti i giorni di essere alternativi. Giorgia Meloni aveva promesso rapido impegno sul caro energia e invece ha dichiarato guerra ai rave: la materia come si vede c’è, non perdiamo tempo. Il Pd ne esce vivo se in questi cinque anni rifonda se stesso. E nel frattempo troviamo il coraggio di mettere in discussione alcune nostre posizioni pregresse, e riflettiamo sul perché da dieci anni non ci schiodiamo dal diciotto per cento”. 
 

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  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.