visto da via arenula

Dopo la norma sui rave Nordio è in trincea: "Faccio il ministro per realizzare le mie idee"

Valerio Valentini

Il mezzo pastrocchio lo ha indispettito: da Piantedosi neppure un consulto. Le critiche degli amici giuristi non lo hanno lasciato indifferente: ad alcuni ha anche risposto in privato. La Meloni lo marca stretto e critica le sue nomine a Via Arenula, Forza Italia promette di stanarlo a suon di emendamenti. Perché, dopo dieci giorni, il Guardasigilli già sbuffa

Agli amici veneziani che gli facevano gli auguri, ha detto che “se ho accettato di fare il ministro, è perché credo che alcune cose che ho sempre detto si possano realizzare davvero”. E forse sembrava una frase di circostanza. Invece sono passati dieci giorni, e già Carlo Nordio sbuffa. Le critiche degli amici giuristi lo hanno colpito. Ad alcuni ha pure risposto, privatamente, confidando  insofferenza. Del resto il mezzo pastrocchio sulla norma anti rave lo ha colto di sorpresa. Dal collega Matteo Piantedosi si aspettava quantomeno un consulto. E invece, siccome secondo Giorgia Meloni già troppo si era discusso sull’ergastolo ostativo, in Cdm, quando si è arrivati alla trattazione del decreto legge illustrato dal ministro dell’Interno, Nordio s’è limitato a condividere lo scetticismo di chi, come Antonio Tajani, aveva odorato subito puzza di bruciato. Solo che poi il testo  è stato licenziato con sbrigatività. E più col piglio e la vaghezza giuridica di un prefetto, viene notato a Via Arenula, che non con l’accortezza pignola di un giurista.

D’altra parte è vero che a certe liturgie romane, l’ex magistrato trevigiano, ha già lasciato intendere che faticherà ad abituarsi. E non solo per la difficoltà di trovare uno spritz dignitoso, nei bar del centro della capitale. La sua venetitudine il neo Gardasigilli l’ha dimostrata portandosi, come capo di gabinetto, quell’Alberto Rizzo di cui Nordio ha apprezzato assai la capacità di dirigere il tribunale di Vicenza. Più che un semplice magistrato, un manager. Sessantatré anni, altoatesino di Bressanone, la sua mentalità asburgica l’ha manifestata in questi anni stilando delle tabelle di produttività per i colleghi in toga, a cui lui poi chiedeva come mai quel certo numero di sentenze previste per il mese passato non era stato raggiunto. E non serve conoscere gli arcana imperii di Via Arenula, per immaginare quanto poco l’arrivo di un simile papa straniero sia apprezzato dai mandarini ministeriali. Né è passata inosservata la scelta della sua vice, Giusi Bartolozzi, magistrato di lungo corso con una legislatura alle spalle nelle file di Forza Italia e una lunga consuetudine con Nordio stesso. La stima tra i due, costruita negli anni, è resistita perfino a certe differenze di vedute sui temi etici, dacché Bartolozzi votò in dissenso dal gruppo a favore di quel ddl Zan che invece Nordio non ha mancato di stigmatizzare.

E tanto è bastato a innescare le paranoie dei patrioti di FdI, che l’autorevolezza e l’indipendenza del nuovo ministro della Giustizia la vivono un po’ come un ingombro. E forse un possibile cortocircuito politico deve temerlo anche Meloni, se alla fine ha scelto di spedire a Via Arenula un abile manovratore come Andrea Delmastro Delle Vedove. Che a diventare sottosegretario non ci teneva granché, se è vero che agli amici aveva confidato di sperare nella presidenza della commissione Antimafia, ma che alla fine ha dovuto dire il suo “obbedisco” a cose fatte, avendo scoperto il suo nuovo incarico direttamente dalle agenzie, mentre era in treno. E sa che ora si ritroverà lì, col ruolo scomodo di chi deve marcare un uomo spigoloso, evitando che si saldi un asse garantista nei corridoi del ministero tra il Guardasigilli e il suo vice, il forzista Francesco Paolo Sisto, che per cultura garantista è di certo più vicino a Nordio di quanto non lo sia il giustizialismo di FdI. 

E allora, in questa strana danza di posizionamenti, è fatale che proprio da FI si alzino le voci di delusione, dopo il passo falso sui rave. “Fare legislazione penale, peraltro tramite decretazione d’urgenza, sulla base dell’ansia di inseguire la cronaca dei giornali, è un metodo poco saggio, e potenzialmente pericoloso. Rischiamo di assecondare questa deriva panpenalistica che lo stesso Nordio ha sempre stigmatizzato”, dice Pierantonio Zanettin, senatore azzurro, già membro del Csm, che col Guardasigilli condivide comuni origini venete. E che forse proprio in virtù di una lunga conoscenza resta stupito: “Non potrò che presentare degli emendamenti al decreto”, spiega. “Sia per abbassare il massimo della pena, così da escludere l’utilizzo delle intercettazioni in fase di indagine; sia per definire meglio la fattispecie di reato, che mi pare troppo generica, chiarendo che non si tratta di una norma liberticida”. E ci sarà da vedere, allora, quali saranno i pareri del governo, su simili proposte, visto che Meloni ieri l’ha rivendicata con fermezza, altro che modifiche, dopo che già il leghista Nicola Molteni aveva messo in guardia: “Noi difenderemo la norma in Parlamento”.

Insomma c’è un motivo, se Nordio sbuffa. E si capisce anche perché Carlo Calenda, sorridendo, si dice già pronto a “offrirgli asilo politico”. Scherza, certo. Invece l’impegno a vedersi a pranzo, per una mangiata e una sfida a colpi di citazioni di Churchill, per il quale entrambi hanno un’ossessione, il ministro e il leader di Azione l’hanno preso davvero, il giorno del voto di fiducia al Senato. “Del resto Nordio era nel Partito liberale: che c’entra, lui, con Colle Oppio?”. 
 

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  • Valerio Valentini
  • Nato a L'Aquila, nel 1991. Cresciuto a Collemare, lassù sull'Appennino. Maturità classica, laurea in Lettere moderne all'Università di Trento. Al Foglio dal 2017. Ho scritto un libro, "Gli 80 di Camporammaglia", edito da Laterza, con cui ho vinto il premio Campiello Opera Prima nel 2018. Mi piacciono i bei libri e il bel cinema. E il ciclismo, tutto, anche quello brutto.