Il racconto

A pranzo andavamo all'Arel: Letta assediato dai candidati in cerca di un seggio sicuro

Simone Canettieri

Serracchiani, Sereni, Boccia, Emiliano, De Caro. E poi i collegamenti con Speranza e gli sms con di Di Maio. Il segretario Pd sotto la pressione di chi cerca posti garantiti nel proporzionale

Intorno alle 13.30 esce Debora Serracchiani. Sguardo vago. La capogruppo del Pd alla Camera si infila gli AirPods alle orecchie e tira dritto verso i vicoli che portano in Senato. Passano cinque minuti ed ecco spuntare, in piazza Sant’Andrea della Valle, Marina Sereni. Buongiorno, viceministra anche lei qui in processione? “Ma io non mi ricandido, sto qui per Franceschini. Per capire come siamo messi”. Quelli di Area dem che rinunceranno al seggio sono diversi: Roberta Pinotti, Luigi Zanda, Fabio Melilli. “Infatti noi franceschiniani siamo morigerati”. Le liste sono un problema, no? “Mancano le donne”. Ci sarà la moglie del suo ministro capocorrente, Michela Di Biase. “Se lo merita, fa politica da una vita. E comunque pare che ci sarà anche la moglie di Fratoianni. Come si chiama?”. Poi Sereni compra una bottiglietta d’acqua, si fa forza entra in   questo palazzo razionalista, rivestito in bianco travertino. Già sede dell’Ina, adesso è varcato da tutto il centrosinistra, senza assicurazioni. Passano trenta minuti, esce Sereni.

Temporale in corso. Allora? “Speriamo bene”. Lo sa che dopo di lei arriverà Michele Emiliano? “Mamma mia”, faccia sdegnata della viceministra degli Esteri. A pranzo andavamo all’Arel, quartier generale di Enrico Letta. Mecca di  candidati in cerca di un posto in Parlamento. Taxi bianco: esce una sagoma degna di Gérard Depardieu. E’ il governatore della Puglia.  


Nel frattempo, elegantissimo e abbronzatissimo, si è palesato sotto il portone dell’Arel Antonio De Caro, sindaco di Bari ma anche numero uno dell’Anci. Nelle trattative, c’è da scommetterci, farà pesare anche questo duplice ruolo. Inchioda intanto una Punto scura: è Francesco Boccia, braccio armato del Pd in Puglia e teorizzatore del “doppio binario” con il M5s almeno sui territori.

Salgono tutti da Letta per lo stesso motivo: le liste. All’Arel, che ha sostituito logisticamente la sede del Pd ovvero il Nazareno, funziona così: le pratiche con i pesi medi vengono smistate al secondo piano da Marco Meloni, tipo introverso che poco ama i giornalisti, motivo per il quale il segretario si fida totalmente. Al terzo piano invece c’è Letta. Scrivania minimal, cartine geografiche alle spalle, foto di Beniamino Andreatta (il suo maestro nonché genius loci del palazzo). In particolare ce n’è una con una scritta che pare abbia letto anche Carlo Calenda nei giorni scorsi, quelli della trattativa chiusa con un bacio e poi saltata e alla fine quasi rinnegata: “Non c’è  niente di più sovversivo della verità”. Qui   di prima mattina si è fatto vivo, su Zoom, Roberto Speranza, che sarà ospitato nelle liste del Pd. Anche lui. E pare che abbia prenotato già almeno altri tre posti: Federico Fornaro, Nico Stumpo e Cecilia Guerra.  Letta promette che “non ci sarà la notte degli orrori come ai tempi di Renzi”, dunque non ci saranno sorprese alla vigilia della liste.

E però tutti gli bussano sulle spalle, gli mandano un messaggino, gli fanno arrivare un’ambasciata. Sinistra italiana e i Verdi, certo. Ma poi ci sono anche Luigi Di Maio e Bruno Tabacci che, dopo lo strappo di Calenda, adesso vorrebbero undici collegi uninominali. Il fatto è che senza Azione tutto si complica nei pochi maggioritari (sparsi tra Emilia, Roma centro, Napoli e un pezzo di Puglia) dati per blindati. Sicché si cercano formule astruse, compensazioni, calcoli da sistemisti del Totocalcio. La coperta è quella che è, almeno secondo i sondaggi. E chi capisce un po’ di legge elettorale sa che può chiedere solo una cosa al segretario del Pd: candidatura nel listino proporzionale in posizione alta.

Sogno segreto: capolista. Forse anche per questo, Letta cerca di buttarsi sui giovani e i territori. Correranno dunque Nicola Irto (segretario regionale in Calabria, sponda Base riformista), Silvia Roggiani (segretaria di Milano, Area dem), Marco Sarracino (responsabile del Pd a Napoli, vicino a Peppe Provenzano), Michele Fina (responsabile del partito in Abruzzo), Paolo Furia (Piemonte).  E poi le donne: oltre alle confermate Anna Rossomando e Chiara Gribaudo, ecco Annamaria Furlan, forse Susanna Camusso, di sicuro Elly Schlein, vicepresidente dell’Emilia-Romagna. Dalla segreteria del partito ci sarà posto per l’ex ct Mauro Berruto e l’economista Antonio Nicita. I nomi si affastellano. Meloni prende nota. Poi gli squilla il telefono: sono quelli di +Europa. Poi un messaggio:  Bruno Tabacci, e dunque Luigi Di Maio. Si cerca un algoritmo che non c’è in una situazione così complicata in cui gli occhi di tigre non li sfodera Letta, ma gli aspiranti onorevoli.
 

  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.