L'intervista

Ciaone populisti. Una pazza chiacchierata con Matteo Renzi

Valerio Valentini

I retroscena di una legislatura, il rapporto con Draghi, la sentenza su Calenda, le confidenze con Macron, l’investitura per Beppe Sala e qualche confessione personale. E poi il futuro: il 5 per cento per cambiare l’Italia. Già, ma come? 

Quelli che devono affrontarlo ogni giorno, i suoi parlamentari, i collaboratori del partito, garantiscono che quando fa così è buon segno. Iperattivo, indaffarato, perfino un po’ confusionario: “Se ha mille cose da fare vuol dire che sta sul pezzo, che è tonico”. Sarà. Però stargli dietro è un’impresa. Lo chiami, ti risponde, poi subito ti mette giù: “Ho una telefonata sotto, ti ricontatto io a brevissimo, dieci minuti al massimo”. Passano ore. “E’ che sto per imbarcarmi, ho una giornatina un po’ piena”. Per cui una parte dell’intervista la si finisce a fare con scambio di note vocali (The horror! The horror!); poi messaggi; quindi finalmente, l’indomani, una chiacchierata quasi umana – quasi, perché nel frattempo armeggia col cellulare, riceve file e bozze di emendamenti, li legge, dà responsi. Graziano Delrio, che stava con lui a Palazzo Chigi, racconta che faceva così anche quando era presidente del Consiglio: “Governava il paese, e il Pd, via WhatsApp”. E all’epoca forse doveva sembrare uno scandalo. “Arrivo, arrivo”: quel tweet così unconventional pubblicato mentre il paese intero attendeva il grande annuncio sulla formazione del suo governo, e lui nel frattempo discuteva con Giorgio Napolitano del ministro della Giustizia, è rimasto un po’ un manifesto politico del suo modo di stare al mondo. Che però, ecco, per chi gli sta accanto è confortante: ché in questa ipercinesia apparentemente caotica c’è evidentemente ancora la voglia di essere nell’agone. “E dài. Anche voi con questa storia?”. Matteo Renzi non gradisce. Lui che si ritiene, e forse non del tutto a torto, il più politico dei leader politici in circolazione, costretto a dimostrare che sì, il suo mestiere è ancora questo: il politico, appunto.
 

“Questo ritornello sul fatto che io debba decidermi sullo smettere, oppure no, di fare politica, sta spesso sulle labbra di gente che ancora non ha capito se inizia a fare politica”. Su quell’inizia un piccolo vibrato della voce: segno che la battuta è riuscita, anche stavolta. Forse se l’aspettava, la domanda? “Fare politica non esige solo lo studio dei dossier, ma anche un’abilità nel gioco tattico, un’intelligenza strategica. Be’, chiedetelo a Giuseppe Conte, se faccio politica, e magari chiedetelo pure alle tante persone che oggi fanno la ola ogni volta che Mario Draghi parla e che a gennaio del 2021 mi davano però dell’irresponsabile. E chiedetelo anche a Salvini, ricordategli l’estate del Papeete, quella in cui gli autoproclamatisi politici del Pd volevano sfidare la Lega in campo aperto”.
E però l’enigma è sempre quello: se si sia di fronte a Messi o a Balotelli. A uno che sappia essere fuoriclasse, esserlo sempre, o a uno che piuttosto abbia nel repertorio dei colpi pazzeschi ma che non garantisca affidabilità, continuità di rendimento. Sunt qui dicunt: farà pure gol in rovesciata da centrocampo al novantesimo una volta l’anno, ma per il resto del tempo diserta gli allenamenti e ti mette a soqquadro lo spogliatoio. “Diciamo che in questa fase mi piace sentirmi Iniesta: non segno molto, ma sono decisivo. Sul resto, cosa dire? La continuità di rendimento è, immagino, quella di chi, alla guida del Pd, voleva tenersi stretti Conte e Casalino per andare al voto con l’avvocato foggiano, punto fortissimo di riferimento dei progressisti italiani, alla guida del centrosinistra. E magari quella di Carlo Calenda, per il quale nel 2019 ci saremmo dovuti andare a schiantare alle elezioni facendo vincere la destra e lasciando al governo Salvini-Meloni la gestione della pandemia e della guerra in Ucraina”. Avevano ragione: accidenti se è tonico. “Io vi starò antipatico quanto volete: ma se abbiamo salvato il paese due volte in due anni è perché noi facciamo politica mentre altri twittano e fantasticano. Quelli che mi vogliono fuori dalla politica non si scandalizzano perché parlo all’estero: si arrabbiano perché parlo in Italia. Anche perché quando parlo in Italia succede che i Conte e i Salvini vanno a casa”.
 

Politicissimo me
“Sono un antipatico di professione, lo so, e so che il 90 per cento degli italiani mi detesta. Non mi interessa. Mi interessa invece intercettare la minoranza. Sarà quello il vero voto utile”

 

Eppure l’obiezione è ricorrente: scelga tra politica e business. “Ecco, chi mi dice questo…”. Be’, è Calenda che lo dice: diamogli un nome. “Ecco, chi mi dice questo dimostra non solo di capire poco di politica, e nel caso di Calenda non è una novità, ma di capire quasi nulla anche di business. Io non vendo armi ai colombiani e non prendo commissioni sui ventilatori cinesi. Non faccio affari, meno che mai con la Pubblica amministrazione. Istituzioni, aziende, fondazioni di tutto il mondo mi chiedono di aiutare i loro dirigenti a immaginare il futuro: lo chiedono a me come a decine di altre personalità politiche che hanno lasciato un buon ricordo quando governavano e che continuano a impegnarsi nella cosa pubblica ma che si ritagliano del tempo per una attività internazionale retribuita. E’ incompatibile col mio ruolo di senatore? No. E’ lecito? Sì. E allora che volete da me?”. C’è anche da chiedersi, però: è opportuno? “A chi me lo domanda rispondo: prima firmate per una Commissione di inchiesta per capire dove sono andati i soldi del Covid e poi date lezioni di moralità agli altri. Altro che inopportunità. Io quella scelta, l’ipotesi di abbandonarla davvero la politica, l’ho fatta il 5 dicembre del 2016. E non è detto che non avrei fatto meglio a mollare tutto e andarmene in America. Anzi, forse l’errore più grande, sul piano personale, sta proprio lì: nel non essermi ritirato davvero, dopo il referendum, per godermi una vita molto più tranquilla”. 


Eccola subito evocata, allora, la grande ferita. Il momento che ha cambiato il corso degli eventi. “Non ho rancori, e non ho rimpianti”, assicura Renzi, col tono di chi il lutto in ogni caso ha avuto tempo e modo di elaborarlo, o quantomeno di mettergli la sordina. Perché poi, appena gli si chiede se ha un errore da rimproverarsi, ma stavolta sul piano politico, è sempre lì che torna senza neppure rifletterci. “Aver pensato che ampliare l’affluenza al referendum ci avrebbe portato a vincerlo. Non la personalizzazione, fu lo sbaglio: se pure non avessi detto quella frase che mille volte mi è stata rimproverata, mi sarei comunque dovuto dimettere in caso di sconfitta. E non a caso David Cameron, che mai aveva evocato un suo passo indietro durante la campagna sulla Brexit, quando perse dovette comunque lasciare Downing Street. Noi scommettemmo sul fatto che un’alta partecipazione al voto avrebbe aiutato la causa del Sì. E invece era il contrario: avremmo dovuto tenerla bassa. Fu un errore di visione”. 


E del resto il risultato di quel referendum ha scavato nel profondo. Anche nel carattere dell’uomo, pare. Che da allora, in modo sempre più evidente, ha iniziato a recitare un ruolo forse inedito, nella commedia dell’arte politica italiana: quello dell’antipatico di professione. Era il fratello minore degli italiani, il giovane guascone ma affidabile: il golden bischero. E ora interpreta una maschera che sta a metà tra Raskolnikov e Dr House: una sorta di narcisismo perverso che si bea del fatto che il popolo citrullo ora non capisce, ma che alla lunga si rassegnerà a convenire che sì, sei tu che c’avevi visto giusto. “E’ un’accusa che mi fanno anche molti dei miei. Qualcuno perfino dicendomi che mi sforzo di apparire più saccente di quanto non sia in realtà. Io so che in un mondo di incompetenti che si affannano ad apparire umili, preferisco essere un arrogante che sa quello che dice e che fa”. Ecco, appunto. “Ma io rivendico che sulle grandi questioni che hanno interrogato questo paese negli ultimi anni avevamo ragione noi. Avevamo ragione noi nel puntare su Industria 4.0 e non su Quota 100; noi sull’Europa contro il populismo; noi sui diritti civili contro chi ha portato all’affossamento del ddl Zan; noi sui diritti sociali, contro chi ha sabotato lo ius culturae; noi che siamo quelli degli 80 euro e del Patent Box, noi che dopo il Bataclan dicevamo ‘Un euro in cultura e un euro in sicurezza’, noi che volevamo la riforma del Titolo V con la clausola di salvaguardia sulla sanità, e la legge elettorale del sindaco d’Italia e il superamento del bicameralismo paritario. Avevamo ragione noi. Punto. Su questo non c’è discussione. E avevamo ragione anche sulle vicende giudiziarie: sono stato trattato come un nemico pubblico, siamo stati descritti come una banda di manigoldi. E forse il successo del libro, Il mostro, dice che anche qui iniziano a darci ragione. Io non ho paura ad affermare che chi sbaglia, chi commette illeciti, sono i magistrati che indagano sul cosiddetto caso Open. E lo fanno in modo spudorato: il magistrato Luca Turco ha inviato al Copasir atti che contengono anche documenti che la Cassazione aveva disposto che fossero estromessi dal fascicolo. E io allora ho presentato un esposto alla procura di Genova”. Di nuovo? “Di nuovo. Colpo su colpo”. Avete presente lo sketch di Gigi Proietti sul cavaliere nero?”. Oddio: qui c’è da spaventarsi. “Ecco, la morale è che al cavaliere nero non gli dovete rompere le scatole, diciamo così”.


Ma funziona davvero, questa retorica della rivalsa? “Facciamo così: noi per la prossima legislatura smetteremo di elencare le nostre ragioni, a patto che gli altri promettano di smetterla di opporsi alle nostre giuste proposte. Così risparmiamo un sacco di danni e di perdite di tempo all’Italia. Nella campagna del 2018 per i simpatici c’erano solo posti in piedi: poi abbiamo visto dove abbiamo portato il paese, quelli che raccoglievano sorrisi e applausi”.
E sia. Il Pd di Renzi, però, quella campagna la giocò sulla scommessa opposta, quasi sulla provocazione: “Ma davvero volete mandare al governo gente che crede alle scie chimiche e alle sirene?”. Ecco, ce li hanno mandati davvero. E ora a quelli di Italia viva non resta che dire: “Noi ve l’avevamo detto”. Ma tutto ciò ha un senso, se il tuo compito è anche, e soprattutto, riscuotere consenso? La domanda s’impone visto che la strategia renziana sembra chiara: continuare a recitare la parte di chi vede le cose prima, di chi precorre i tempi, anticipa il corso degli eventi, confidando nel fatto che alla lunga ti si riconosceranno i meriti che oggi ti vengono negati. Ma è una strategia che paga? Giocare d’anticipo è davvero il modo migliore per disarticolare l’algoritmo del populismo? “Siamo le Cassandre stravaganti, sì. E il consenso è un cruccio che esiste, certo. Ma sapendo, ovviamente, che la nostra dimensione non è più quella del 30 o del 40 per cento. Noi puntiamo al 5, semmai. Quella è la portata del nostro voto utile. Il che significa che di quel 90 per cento di connazionali a cui sto sulle scatole, io mi sono ormai fatto una ragione”.


Eppure degli umori bislacchi degli italiani Renzi è stato interprete fenomenale e precocissimo. E’ stato lui il primo a tentare di cavalcare la Bestia, ad affidarsi come mai nessuno in precedenza ai social, alla disintermediazione (ah, te la ricordi la disintermediazione), al punto che forse ha finito col cadere vittima di un cortocircuito che lui stesso ha innescato: perché provando ad addomesticare certe pulsioni ha ottenuto l’effetto di sdoganarle. E il populismo stilnovista della rottamazione ha prodotto “il complotto sui sacchetti di plastica”. “Di certo se non avessimo fatto la campagna del 2014, l’exploit di Lega e M5s sarebbe arrivato prima, e quel lavoro prezioso che insieme a Pier Carlo Padoan abbiamo fatto di lì al 2016, il rimettere in sesto i conti del paese, il rilanciare l’Italia in Europa, non ci sarebbe stato. Ma qui non dipende tutto dalla politica, dal comportamento dei leader di partito. Non basta che Salvini e Di Maio, quelli che volevano uscire dall’euro, si esibiscano in dichiarazioni di elogio per Draghi”. Pausa, ghigno trattenuto: il dubbio, forse, se tenersela oppure no, la malizia che risale in gola. No, non la trattiene. “Peraltro Salvini è un draghiano altalenante, ultimamente; su Di Maio, che si può dire, meglio non dire niente, dài. Ma comunque, dove eravamo? Ah sì, per ritrovare un minimo di orientamento culturale, in questa entropia impazzita dei social, bisogna puntare sulla scuola. Di lì bisogna ripartire, investendoci sul serio, però. Lavoro di lunga prospettiva”.
 

“Obama mi chiamò: ‘Rischiate la fine della Grecia’. La Leopolda servì a dare nuova energia a un paese rattrappito”. 
Il più simpatico di tutti? “Hollande”. La vita parallela con Macron. “Ma in Francia c’è un sistema che al presidente garantisce poteri veri”. La vita dopo il governo? “I primi mesi non riesci a staccarti dal pensiero di Palazzo Chigi. Poi passa”
 

E però deve essere difficile, per chi al 40 per cento c’è stato davvero, arrendersi al delirio che ci gira intorno. Quei milioni di italiani che hanno creduto in Renzi nel 2014, cosa pensano, ora? “Non mi interessa capire gli elettori del 2014. Ormai è storia passata”. Lo dice in uno sbuffo, forse nella prima risposta data d’istinto: il primo cedimento dei nervi a incrinare un controllo di sé, delle proprie reazioni, quasi inconcepibile in una persona che invece sembra, pur volendo dissimulare il contrario, in costante tensione emotiva, che riesce a essere informale anche quando parla di faccende delicate, ma con una leggerezza un po’ da grand’attore. Come che sappia che proprio nel mettersi a disposizione, nel farsi subito colloquiale e amicone, ti mette in realtà a disagio; e infatti poi ti sprofonda molti metri più giù di dove credi di poter stare, appena azzardi la confidenza sbagliata (“Un aneddoto inedito sul Quirinale? E che lo vengo a dire a te?”). Il tutto dura un attimo, in ogni caso. Poi argomenta: “Noi non dobbiamo mai dimenticare che la politica è servizio: servizio al paese, ai cittadini. Bisogna distinguere fra l’essere popolari e l’essere populisti. Io non sono un elitario, checché se ne dica. Non ho frequentato i circoli dei fighetti, ma gli scout e il calcio di provincia. Non vengo dai quartieri bene, ma dalla provincia toscana. Arrivato a Palazzo Chigi, sono rimasto lontano dalle cene romane e ho cercato sul serio di ascoltare il paese. Tutto questo mi ha aiutato, immagino, a comprendere le esigenze delle persone. Credo che il populismo nasca anche come reazione al mancato ascolto dei problemi. Dopo di che, non sono mai stato un moderato, credo nel radicalismo delle idee. La rottamazione, il jobs act, le unioni civili, ma anche la riforma costituzionale sono battaglie che ho combattuto sempre a viso aperto. Quello in cui credo è un riformismo radicale, bisogna uscire dall’equivoco del riformismo come messaggio debole. Altra cosa è invece il populismo. Il populismo non ascolta i bisogni delle persone, ma gioca sulle paure e sulla rabbia. Prendiamo la disoccupazione, visto che ora l’accusa che mi si fa è quella di odiare i poveri. Ebbene, se sei populista dài il reddito di cittadinanza. Se sei riformista abbassi le tasse sul lavoro. Il populismo si batte con la politica, con le riforme che cambiano davvero la vita delle persone. Dopodiché, so che ormai è quasi impossibile ribaltare una narrazione che mi descrive per il contrario di quel che sono. Ma non vivo più nella rabbia di non essere capito da milioni di persone”.


Atarassia? “Esperienza. Quando da sindaco di Firenze andai ad Arcore, nella famigerata visita del 2010, mi colpì il suo turbamento”. Piccola pausa, c’è da preparare l’imitazione del Cav., il birignao da mi consenta: “‘Non comprendo come si possa non volermi bene’”. Poi la voce torna seria. “Ecco, lui davvero non si capacitava, in un approccio questo sì narcisistico, di come fosse possibile che la gente non lo amava. A me che non mi ami il 90 per cento degli italiani non me ne frega niente. So che devo concentrarmi su quella minoranza, su quel 10 per cento, che sa che noi avevamo ragione, e ce l’abbiamo ancora. Se di quel 10 ne convinco la metà, allora ci siamo. E so che posso farlo, e lo farò, vedrete”.


Ci crede, insomma. E corre. “Anche fisicamente. Sono tornato ad allenarmi per bene. La scorsa settimana, sul tapis roulant ho fatto i ventuno chilometri, e pure a buon ritmo. Ci sta che alla soglia dei cinquant’anni torni a concludere la maratona”. In questo forse è cambiato poco, almeno a rievocare quell’immagine icastica con cui lo descrive Walter Siti in Exit strategy: il giovane sindaco rampante, il leader che si propone come “il metadone per l’antiberlusconismo tossico”, che “vuole sostituire l’efficienza all’onnipotenza, invertire la direzione dell’entusiasmo dal sogno alla veglia”, e che pedala, in una vetrina di Luisa Via Roma, a Firenze, “sorridendo su una bici Cipollini in carbonio – su rulli che lo lasciano fermo allo stesso punto, ma con la grinta di chi vorrebbe sfondare il cristallo pur sentendosene protetto”. Era il gennaio del 2014. Un mese dopo il ciclista statico avrebbe tagliato il traguardo della presidenza del Consiglio. “Ma in realtà a me sembrano passati non otto anni, ma ere geologiche. Mi sento ormai un’altra persona. Però Siti colse qualcosa di vero, in quella mia ansia di voler parlare anzitutto alla mia voglia di farcela. Bisogna ricordarci dove eravamo, allora. L’Italia sembra rassegnata, rattrappita sulle sue paure. Obama un giorno mi chiamò: ‘Qua rischiate di fare la fine della Grecia’. L’idea era che si potesse saltare per aria da un momento all’altro. L’energia, e anche lo scompiglio, che introducemmo nel dibattito italiano prima dalla Leopolda, e poi da Palazzo Chigi, aveva in parte, è vero, i caratteri che riscontra Siti. Che non a caso è uno degli autori che stimo di più”. Com’è, doversi reinventare? “I primi mesi dopo la fine della tua esperienza da presidente del Consiglio li passi a ripensare ai momenti più significati: le cose belle, gli errori commessi. E soprattutto c’è un riflesso condizionato che ti prende ogni volta che osservi, da spettatore, un grande vertice internazionale, l’approssimarsi di un appuntamento importante. Ti chiedi cosa faresti tu, in quella circostanza, come ti muoveresti. Sviluppi un legame fortissimo con quel palazzo”. Poi passa? “Oggi mi sento lontanissimo, da tutto ciò. E ci sta. Bene così. Qualche giorno fa a Bruxelles, al vertice di Renew, ho rivisto alcuni colleghi che erano con me al Consiglio europeo, all’epoca. Qualcuno mi ha detto: ‘Ci rivedremo lì’. Io ho alzato le braccia: ‘Ho già dato’”. 


E’ stata, quella, anche l’occasione per rivedere Macron. “Gli ho detto, scherzando, che se ha bisogno di una consulenza gratuita su come governare il paese senza una maggioranza parlamentare, io sono a disposizione”. Eccolo un libro che manca: Le vite parallele di Matteo e Emmanuel. Per molti aspetti le due traiettorie politiche sono analoghe: la partenza dal centrosinistra e lo sfondamento al centro, l’idea di contrastare l’avanzata degli opposti populismi solidificando un polo moderato tra progressisti riformisti e liberali, la scommessa sull’Europa, una certa considerazione di sé come centro di gravità del tutto. Poi però questo plutarchiano parallelismo s’è interrotto: è solo perché la Francia tollera meglio l’uomo forte di quanto non avvenga in Italia, dove l’obiettivo è che nessuno comandi davvero cosicché tutti possano reclamare il proprio strapuntino? “In verità con Macron non ho di fatto mai lavorato insieme. Cosa che mi è accaduta con Obama, ed è stato un privilegio e un onore. Ma Emmanuel arriva all’Eliseo nel 2017, io mi ero già dimesso da Palazzo Chigi. All’epoca il mio interlocutore era Hollande: persona di una simpatia impensabile. Altro che grigio burocrate: una sagoma. L’ho rivisto di recente in occasione di una conferenza e ci siamo fatti delle gran risate. Quanto a Macron, è un uomo dotato di una grande intelligenza, ha una visione di Europa che mi entusiasma, ha vinto due volte, e non è un aspetto banale visto che non era riuscito né a Sarkozy né a Hollande. Dopodiché, certo che il sistema costituzionale francese consente al presidente della Repubblica  poteri e prerogative che qualsiasi presidente del  Consiglio italiano si sogna: sul bilancio, sulla difesa, sulla politica estera, in generale sulla facoltà di ricorrere a provvedimenti specifici per superare eventuali stalli politici. E in questo senso mi pare che il racconto che si è fatto sulla crisi del sistema francese sia un po’ esagerato: magari avere anche qui, in Italia, una supposta instabilità con un presidente eletto democraticamente, nella pienezza dei suoi poteri, e con una maggioranza parlamentare di oltre il 40 per cento. Altro che governabilità. E semmai, anziché di parallelismi mi piacerebbe parlare di convergenze: nel senso che sarebbe bello se Italia e Francia, insieme, si europeizzassero davvero, dando seguito all’importante lavoro che proprio Macron ha svolto nel suo semestre di presidenza al Consiglio dell’Ue”. 


Anche sulla guerra, forse, Renzi e Macron hanno posizioni simile: molto eurocentriche, se ha un senso metterla in questi termini. “Parto dal presupposto che la situazione è ben più grave di come viene raccontata. Nel 2022, credevamo forse che avviare una guerra convenzionale sul territorio europeo fosse impossibile, eppure bloccarla è ancora più difficile. E non solo per il carico terribile di morte e distruzione che si porta dietro. Ma anche perché, con la tensione che si è generata, convincere le due parti in causa a sedersi intorno a un tavolo per avviare un negoziato vero è un’impresa ardua. E ovviamente tutto ciò ha conseguente enormi. Sulla questione alimentare, sull’energia, sull’immigrazione, sul riassetto geopolitico dell’intero pianeta. Quando i paesi arabi accettano che il loro petrolio venga pagato in moneta cinese, vuol dire che sta cambiando qualcosa di profondo, negli equilibri mondiali. Chi crede che questa guerra riguardi il Donbas ha uno sguardo miope”.


Approccio cauto. Qualcuno dirà che Renzi non si mette l’elmetto. “L’unica via per indurre Putin ad avviare una trattativa passa per le sanzioni alla Russia e per il sostegno militare all’Ucraina. Per dialogare col Cremlino, è necessario che l’esercito del paese aggredito possa resistere all’invasore: e senza le nostre armi a Zelensky, l’armata russa sarebbe già a Kyiv. Evitiamo, su questo, fraintendimenti. Però è vero che in tema di politica estera diffido sempre dei toni troppo spavaldi. E anche in questo caso, ho sentito a lungo fare analisi che accreditavano la tesi per cui Putin fosse pazzo. Io sono convinto invece che lui abbia una strategia molto chiara, in mente, per quanto deprecabile. Qui c’è bisogno di statisti, non di influencer: serve gente in grado di comprendere, e spiegare, la complessità dei fatti. E cioè, tanto per dirne una, che 20 paesi africani su 54 hanno votato a favore di Mosca in sede Onu, e questo impone di interrogarci su come noi ci relazioniamo a quel continente. Allora io non mi professo affatto neutrale: sto con l’Ucraina. Ma occorre sapere che il prolungarsi della guerra produrrà tensioni crescenti, non solo economiche, e non è detto che la risposta dell’Occidente resti quella attuale”. Per la stanchezza delle società europee, come dice Enrico Letta? “Io in verità mi interrogherei su quel che può accadere in America. Perché se davvero, come pare scontato a molti osservatori, le elezioni di midterm, a novembre, dovessero vincerle i Repubblicani, non è scontato che l’impegno dell’Amministrazione Biden a favore di Kyiv resti così convinto e massiccio”.


E Draghi? “E che gli vuoi dire, a Draghi? Con lui il rapporto è buono, anzi ottimo”. Nel senso che invece con certi suoi collaboratori va un po’ meno bene? Le critiche rivolte da Renzi ai collaboratori più stretti del premier, come Francesco Giavazzi e Antonio Funiciello, sono state feroci. “Semplicemente, non li sento. Ma non c’è nessun problema con loro. Funiciello fu anzi valorizzato, ai tempi del nostro governo. Per l’economista Giavazzi nutro stima. Fanno e disfano nomine, e facciano pure: com’è noto, è un argomento di cui non mi occupo”. Com’è noto. “Le nomine scadono, la politica no. E comunque, guardate che io mi sono limitato a constatare come, nella vicenda del Quirinale, Draghi abbia patito l’incapacità politica dei suoi consiglieri”. Alla faccia del limitarsi. “Ma non c’è mica niente di male, nel dirlo. Far politica: si torna sempre lì. Far politica è un mestiere, non lo si impara all’improvviso”. Avesse seguito i suggerimenti di Renzi, ora Draghi sarebbe dunque presidente della Repubblica? “Chiunque sa che in Italia c’è un unico posto in cui non si può andare contro il volere dei partiti: è il Quirinale. Si può andare sui giornali, sui social, si può andare perfino a Palazzo Chigi, contro il volere dei partiti. Ma al Quirinale, no”. La ricetta dell’homo politicus, allora, era grosso modo questa: nominare un vicepremier a dicembre, che fosse una chiara indicazione su chi avrebbe poi preso il posto dell’ex banchiere alla guida del governo, e promuovere un rimpasto che tirasse dentro tutti i leader dei partiti, così da blindare l’esecutivo e la legislatura. Avrebbe funzionato? “Quando avanzo delle ipotesi, non lo faccio perché sono un guascone, come molti dicono. C’è una logica, nelle cose che faccio, quando si parla di politica. E non è un caso che sul governo dei leader, Salvini si fosse convinto. Poi vabbè, figuriamoci: ne ha combinate di tutti i colori senza azzeccarne mezza, ha sbagliato un rigore a porta vuota. Gli avevo detto: ‘Hai molte soluzioni possibili, basta che non fai come Bersani nel 2013’. Ha fatto come Bersani nel 2013. Evidentemente aveva già in mente di fare un mezzo accrocco con Conte. A proposito di fare politica. Ma in ogni caso, credo che aver trascinato, senza salvaguardarlo, il profilo di Draghi in quella contesa politica, in un modo un po’ sgraziato, non sia stato un bel servizio reso a una personalità del suo prestigio e della sua autorevolezza”. 


E alle elezioni del 2023, come ci si arriva? “Sarà una campagna elettorale divertente”. Ma noi il pronostico vogliamo. Gli schieramenti in campo, le quote sui possibili vincitori. “Intanto i Cinque stelle sono morti. Lo dicevamo quando non lo diceva nessuno”. Sempre per ribadire la virtù dell’arroganza. “Esatto. Ciò che invece non avevamo nemmeno lontanamente immaginato è che questa dissoluzione avvenisse in una lunghissima notte delle stelle cadenti, in cui Di Maio abbandona Conte che litiga con Grillo che manda un grande vaffa a tutti i parlamentari. Un accoltellamento reciproco non in ragione di una divergenza politica, visto che tutti nel governo stavano e tutti nel governo stanno, e resteranno; no, loro s’accapigliano sulla regola dei due mandati. Quelli che dovevano rivoluzionare il metodo di far politica non riescono ad accettare che sia finito il loro turno. E l’uomo che vive di sondaggi, Conte, di fatto proprio affidandosi ai sondaggi constata ora la sua inconsistenza, visto che perde un punto al mese, cioè oltre dieci punti all’anno. Ora sta all’undici per cento. Mancano grosso modo dieci mesi alla elezioni. Quindi, ecco, temo che di qui al 2023 farò indigestione di popcorn”. E questi sono i grillini. E il resto? “Per il resto, il panorama politico mi pare del tutto indecifrabile, al momento. Archiviata la sessione di Bilancio, qualcuno proverà a fare la legge elettorale”. Ci si arriverà, a questo benedetto proporzionale? “Non credo che sarà facilissimo”. E quindi le coalizioni che profilo avranno? “Previsioni sul perimetro dei vari schieramenti, oggi, sarebbero premature. Per quanto ci riguarda, noi non possiamo che darci una regola molto chiara. Partendo da Iv, e accogliendo chiunque vorrà starci senza porre veti, bisogna puntare al 5 per cento ed essere decisivi anche alla prossima legislatura. Questo è l’obiettivo che sanciremo nel corso della nostra assemblea nazionale, sabato 16 luglio a Roma. Dammi il 5”. Prego? “Ognuno dei nostri iscritti dovrà trovare cinque persone che vengano a darci una mano. Partiamo da uno zoccolo duro di gente molto appassionata: dovremo sapere allargare questa nostra base. Poi, ovviamente, se ci saranno disponibilità da parte delle coalizioni, vediamo cosa faranno gli altri protagonisti del centro. Ma non farò campagna cercando di tenere insieme i piccoli equilibri personali”.


Vedi alla voce: Calenda. “Ma Calenda è incomprensibile. E decifrarne le volontà è un azzardo che dipende dal momento: al mattino ti manda sms affettuosi, al pomeriggio ti insulta su Twitter. E’ leggermente faticoso inseguire le montagne russe dei suoi stati d’animo. A colazione propone Draghi premier a vita, a ora di pranzo lancia Cottarelli al Pirellone, a merenda vuole la Cartabia al Quirinale, a cena dice ai finanziatori che farà il premier lui e su Twitter fa la rosa dei ministri”. Ma quello era un gioco, dài. “Appunto. Non fosse che lui ci crede sul serio, sarebbe quasi divertente”. Nessuna possibilità di accordo, insomma? “La verità è molto semplice: io l’ho fatto ministro e ambasciatore, l’ho supportato ovunque dal Parlamento europeo al comune di Roma. E lui risponde mettendo il veto su di me. Che a pensarci è una cosa simpaticissima: dovremmo cercare i voti più che mettere i veti. In nome dei suoi principi liberali vuole entrare nella mia vita privata: io faccio ciò che la legge mi consente di fare perché così funziona in uno stato liberale. Quello di intervenire sulla vita professionale, culturale e personale degli altri, in assenza di una norma, è caratteristica dello stato etico, non dello stato liberale”. Delicatissimo.


Con Beppe Sala va meglio, invece? “Sta facendo il sindaco e lo sta facendo bene. Non credo che si muova dal campo del centrosinistra. Potrebbe candidarsi, certo. Ma potrebbe anche guidare qualcosa restando al governo della sua città, come feci io. Ma insomma è lì: è potenzialmente in campo, ma è ancora presto per decidere in che ruolo”. 
Ma non c’è il rischio che questa attesa di Godot, lì al centro, finisca mortificata dalla corsa al voto utile, come spesso avviene alla vigilia del voto? Anni di discussioni, grandi progetti quasi sempre abortiti, annunci, smentite, e poi? “E poi il voto utile sarà proprio quello che chiederemo noi. Un voto utile per il paese, per chi darà garanzie di serietà, per chi sa come si governa, per chi può vantare di aver messo per due volte al riparo l’Italia dalle scorribande dei populisti”. E Matteo Renzi, di qui a un anno, un anno e mezzo, dove sarà? In mezzo a tante previsioni, manca forse questa. “E dove dovrei essere? In Parlamento, insieme a un gruppo di bravi deputati e senatori, a far nascere il nuovo governo. E a impedire che ne venga fuori uno sbrindellato”.

  • Valerio Valentini
  • Nato a L'Aquila, nel 1991. Cresciuto a Collemare, lassù sull'Appennino. Maturità classica, laurea in Lettere moderne all'Università di Trento. Al Foglio dal 2017. Ho scritto un libro, "Gli 80 di Camporammaglia", edito da Laterza, con cui ho vinto il premio Campiello Opera Prima nel 2018. Mi piacciono i bei libri e il bel cinema. E il ciclismo, tutto, anche quello brutto.