(foto di Ansa)

Il Carroccio e Mosca

Il sogno (impossibile) dei colonnelli leghisti: il 25 luglio di Salvini

Valerio Valentini

Giorgetti evoca il cambio di regime al vertice della Lega, Volpi borbotta e la vecchia guardia scuote la testa. A via Bellerio è caccia al piano B. Ma Matteo: "Rifarei tutto"

Se non ci lavorano attivamente, è perché nessuno sa davvero come si dovrebbe procedere. Il 25 luglio di Matteo Salvini sembra aleggiare: c’è chi lo invoca, chi lo pronostica, perfino chi lo paventa. Imprenditori lombardi giurano di averlo sentito sul serio, stavolta, Giancarlo Giorgetti dire che no, “così non si può più andare avanti, perché così perdiamo la faccia, ci ridono tutti dietro”. E assicurano di averlo sentito ragionare su uno scenario da cambio della guardia. Ma la verità è che poi tutti sanno che un modo per arrivarci, alla defenestrazione del capo, non c’è. Perfino la convocazione di un Gran Consiglio sembra più che altro una roba da carbonari, visto che il congresso federale che dovrebbe sancire una svolta Salvini ha già detto che non ha intenzione di convocarlo: prima del 2023 non se ne parla.

 

E però, che stavolta l’abbia fatta grossa sul serio, con questa faccenda del viaggio in Russia, lo si capisce dal dilagare del malessere anche nella cerchia stretta dei suoi fedelissimi. Andrea Crippa, per esempio, uno dei vicesegretari, uno che a Salvini deve tutto, incalzato dai suoi colleghi lumbàrd, scaccia le domande come fossero zanzare: “Lo volete capire che nessuno di noi sapeva niente?”. Figurarsi allora Lorenzo Fontana, che pure avrebbe la delega agli Esteri, come possa reagire.

 

“Io del viaggio non sapevo niente, come non sapevo niente di quello in Polonia”, spiega Fontana, vice e fedelissimo del capo, come a sgravarsi, in un colpo solo, del peso di due figuracce. Perché se per andare a Mosca  s’è affidato ad Antonio Capuano, carneade della geopolitica, per Przemysl Salvini aveva sfruttato i prestigiosi canali diplomatici di quella nota ambasciatrice che è Francesca Immacolata Chaouqui, la quale infatti ora agita complotti per trovare alibi: “Anche con Capuano gli hanno preparato un’operazione ostile, a Matteo. Dietro c’è qualche macchinazione”.

 

Sarà. Eppure c’è chi, come Raffaele Volpi, vecchia scuola democristiana e salda fede atlantista, lui che la seduta del Copasir del 5 aprile in cui Draghi lanciò il segnale ai naviganti sull’inopportunità dei rapporti coi russi se la ricorda bene, se non altro perché si vide preso in disparte da Franco Gabrielli, responsabile dei servizi segreti, per sentirsi fare raccomandazioni molto puntuali, su certi compagni di partito. Ecco, uno come Raffaele Volpi ora non ci sta a sapere che la sua carriera, la sua storia, rischiano di essere sporcate da un manipolo di imprecisati avventurieri che s’improvvisano strateghi, e abbindolano il segretario. E dunque è facile immaginarsi gli sbuffi, di uno come Volpi, nel sentire il suo capo rispondere con aria da sbruffone allo stesso Gabrielli, farsi beffa dei suoi avvertimenti (“E’ bene che le relazioni internazionali le gestisca il governo, non i leader di partito”, ha detto il sottosegretario) rinfacciandogli, via Facebook, che “proprio perché sono un leader di partito mi impegno per la pace: cos’altro dovrei fare, giocare a burraco?”.

 

E insomma sbuffa Nicola Molteni, borbotta Roberto Calderoli. E poi, in questa geografia interna del malcontento, ci sono i veneti. I quali, allo sconcerto che è di tutti, ci aggiungono un risentimento che è tutto loro, e che dice di una recrudescenza di vecchio nordismo: “Ché insomma, con tanti parlamentari ed europarlamentari padani, Matteo s’è andato a scegliere un faccendiere di Frattaminore”. Scandalo. Basterebbe questo, e forse anche meno, per generare escandescenze tra i colonnelli. E invece il caso vuole che questa figuraccia internazionale Salvini la faccia, e la rivendichi perfino, negli stessi giorni in cui chiede alle truppe massima mobilitazione per le amministrative e per i referendum. Con segretari provinciali e militanti vari che, in Piemonte come in Emilia, in Liguria come in Lombardia, si scrivono per chiedersi se davvero si debba per forza andare ai gazebo, questo fine settimana, “perché rischiamo che ci prendono a pernacchie”. Dovrebbero fare il 25 luglio, ma sembrano già tutti rassegnati all’8 settembre.

  • Valerio Valentini
  • Nato a L'Aquila, nel 1991. Cresciuto a Collemare, lassù sull'Appennino. Maturità classica, laurea in Lettere moderne all'Università di Trento. Al Foglio dal 2017. Ho scritto un libro, "Gli 80 di Camporammaglia", edito da Laterza, con cui ho vinto il premio Campiello Opera Prima nel 2018. Mi piacciono i bei libri e il bel cinema. E il ciclismo, tutto, anche quello brutto.