(foto di Ansa)

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Sfatare un tabù: l'eredità di Draghi

Claudio Cerasa

Dove porta la politica dei distinguo? Quanto è in pericolo il governo? Cosa può fare Draghi per combattere l’inazione? Oltre la guerra c’è di più. Perché la sfida del futuro si chiama campo magnetico, non campo largo

La goffa politica dei distinguo, portata avanti nelle ultime settimane dai due leader maggiormente desiderosi di far sapere ai propri elettori quanto il governo di cui fanno parte faccia cose che loro non condividono, costringe gli osservatori meno sprovveduti a porsi una domanda complicata che ci avvicina inesorabilmente a una battaglia destinata a catturare l’attenzione di un pezzo non irrilevante della maggioranza italiana. La battaglia in questione riguarda due domande collegate l’una all’altra. Primo. Che cosa può fare Draghi in una fase politica in cui, attorno a lui, inizieranno a cadere alcuni birilli? Secondo. Che cosa può fare la politica, nei prossimi mesi, per evitare di ripetere con Draghi ciò che, nel 2013, i partiti che sostennero la maggioranza guidata da Monti fecero con l’ex presidente del Consiglio, ovverosia presentarsi di fronte agli elettori facendo finta di non aver mai sostenuto il governo che stavano sostenendo?

 

Rispetto alla prima domanda, l’atteggiamento di Draghi – questa sembra essere l’intenzione e questo è anche il nostro piccolo auspicio – non può che essere quello di chi è consapevole che a pochi mesi dal voto, per fare il massimo nel poco tempo che rimane, che però potrebbe essere un tempo superiore al previsto, la ricerca dell’unanimità, tra le forze del governo, rischia di portare a una stagione di inazione dominata dalle decisioni a metà. Rispetto alla seconda domanda, il tema relativo all’eredità futura del governo Draghi è un tema che va declinato mettendo da parte quello che non sarà, ovvero la presenza di un partito di Draghi o per Draghi, e iniziando a mettere a fuoco ciò che è destinato a essere il vero senso dell’eredità di questa stagione politica: l’attivazione non di un campo largo, come direbbe Enrico Letta, ma di un formidabile campo magnetico.

 

All’interno di questo campo magnetico, i processi interessanti da monitorare sono almeno due. Il primo processo riguarda la capacità delle forze politiche di sfruttare le potenzialità offerte dal campo magnetico costruito da Draghi – europeismo solido, atlantismo convinto, riformismo indotto dal percorso avviato con il Pnrr – non per uscire dal perimetro ma per generare maggiore elettricità. Il secondo processo riguarda la capacità delle forze politiche di fare all’interno dei propri partiti ciò che Draghi ha provato a fare all’interno di questo governo: dare spazio alle avanguardie moderate. All’inizio della sua esperienza a Palazzo Chigi, Draghi, consigliato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, fece un investimento preciso nel governo su una serie di volti, pescati dai partiti, capaci di interpretare una linea il più possibile anti populista, non direttamente riconducibile a quella dei leader dei rispettivi partiti.

 

Il tentativo di allevare una classe dirigente del futuro, un reparto trasversale anti populista all’interno anche dei partiti populisti, è stato un tentativo che in alcuni casi ha contribuito a creare alcuni dualismi positivi (Di Maio vs Conte, Giorgetti vs Salvini, Gelmini / Carfagna / Brunetta vs la salvinizzazione di Forza Italia). Ma più le elezioni si avvicinano e più risulta evidente che la scommessa di investire all’interno del governo su una classe dirigente trasversale capace di contagiare positivamente anche le leadership dei partiti ha prodotto un risultato non incoraggiante. E tranne nel caso del Pd – che oggi si riconosce nella così detta agenda Draghi in modo decisamente più forte rispetto ai mesi iniziali di questo governo – gli altri partiti, dal M5s alla Lega fino a Forza Italia, sembrano intenzionati ad avvicinarsi alle politiche con il passo di chi ha tutta l’intenzione di non voler trasformare i volti prestati al governo nei simboli di una nuova e più matura identità. Il campo magnetico creato da Draghi, un campo fatto di regole, appartenenza, responsabilità, binari, senso del limite, senso istituzionale, non è un campo destinato a essere pesato dal punto di vista elettorale (per fortuna).

 

Ma, a prescindere da quello che sarà il futuro di Draghi, il campo appena descritto può condizionare positivamente il futuro dei partiti se i leader che fanno parte di questa maggioranza avranno il coraggio di fare una scelta simile a quella che al momento hanno scelto di fare Enrico Letta e Giorgia Meloni: ribellarsi alla politica modello giorno della marmotta e accettare il fatto che uscire dal campo magnetico creato da Draghi non significa sfidare un’ideologia ma significa sfidare la realtà. Guerra a parte e inflazione a parte il futuro dell’Italia, nei prossimi mesi, si gioca tutto qui

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.