(foto di Ansa)

vere destre

La magnifica lezione di La Russa ai pusillanimi finti pacifisti

Salvatore Merlo

Il senatore di Fratelli d'Italia si alza in piedi in Senato e sull’Ucraina dà una lezione di storia alla finta destra di Salvini

Sono stati come una molla compressa, per quasi quattro anni, a osservare un ex nativista settentrionale, uno che “il tricolore lo appendo nel cesso”, un vitellone padano in costume da bagno e cocktail in mano che all’improvviso si appropriava  del loro universo semantico, delle loro parole di una vita, dei loro simboli persino. Caricaturizzandoli. Facendone macchietta. E allora bisogna proprio immaginarselo il senso di liberazione che si respira, sempre di più, dentro Fratelli d’Italia, ora che i rapporti di forza con la Lega si ribaltano. E la molla, compressa, scatta. Oplà. In Senato, bastava ascoltare Ignazio La Russa, classe 1947, una vita nel Msi-An-FdI, che senza mai citare Matteo Salvini, alzatosi a parlare, in realtà offriva alla finta destra dei pusillanimi amici dei russi una lezione di storia e di politica.

 

 

Si discuteva della guerra in Ucraina, in Senato. Dell’invasione russa. E ogni partito replicava al presidente del Consiglio, Mario Draghi, chiamato a una relazione sulla sua recente visita negli Stati Uniti. Matteo Salvini spingeva la propria incongrua dissipazione fino a suggerire al premier una “mediazione” con Putin per il ritiro... “della candidatura di Mosca all’Expo”. Non per il ritiro delle truppe. La parola pace, usata, e abusata, come il rosario, per fortuna stavolta non esposto come un lazzo per acchiappare voti e cetrioli. Ma prima era stato il turno di Fratelli d’Italia. Di Ignazio La Russa. “Noi siamo sempre stati e rimaniamo ancorati al mondo occidentale, per radici culturali e di valore che affondano nella nascita della nostra Repubblica. E’ dal 1949 che la destra italiana, Msi, An, il Pdl e ora FdI, si è sempre schierata da questa parte del mondo. Perché abbiamo sempre ritenuto che il pericolo alla nostra libertà e alla nostra indipendenza venisse sempre, ahimé, da est”.

 

Ed erano gli anni dell’oro di Mosca raccontati poi anche da Gianni Cervetti, quando il Pci-Pds-Ds oggi Pd non solo sosteneva la dittatura sovietica, ma ne era finanziato. L’atlantismo di oggi arriva dopo, assai dopo. “Noi stavamo già con Jan Palach e Solidarnosc”, dice allora La Russa. Fino allo stoccata, in Aula, stavolta diretta alla Lega: “Bisogna aiutare gli ucraini a difendersi. Inviando tutti gli aiuti necessari, anche in termini di armi difensive, che vuol dire armi necessarie a ricacciare indietro chi li ha invasi. Se la difesa è sempre legittima, se la difesa noi la vogliamo quando un ladro entra a casa nostra, come facciamo a immaginare che non sia legittima la difesa di chi è aggredito nella casa della sua nazione?”.

 

Ed ecco dunque, in Senato, di fronte a un’Aula in realtà distratta, disinteressata alla sanguinosa crisi internazionale ma capace di trasformare il più grave degli eventi in un’occasione di campagna elettorale per il comune di Viterbo e di Cernusco sul Naviglio, ecco che in questo contesto miserabile si consuma tuttavia, in assoluta evidenza, un conflitto di stile e di sostanza nella destra politica. Un conflitto tra la sbracatezza opportunista e la cultura di governo, tra la banderuola e il paracarro, insomma tra il piazzista col mojito e il partito di Giorgia Meloni, che ovviamente non è l’incarnazione della compostezza cavouriana ma assomiglia più alla politica che all’avanspettacolo perché ha radici nella tradizione, e dietro di sé ha Giorgio Almirante, non Gigi e Andrea e “Rimini Rimini”.

 

E infatti gli eventi cui assistiamo in questi giorni, i carri armati russi che avanzano da est, il massacro di civili, fanno scattare fortissimi elementi d’identificazione in uomini e donne che hanno la storia e l’età di Ignazio La Russa, ma anche degli altri colonnelli che furono con Gianfranco Fini, e persino in Giorgia Meloni che assai più giovane queste cose le ha però lette e respirate tutta la vita. Un’operazione militare lampo, come doveva essere l’invasione dell’Ucraina, un’aggressione che serve a soffocare qualsiasi possibilità per l’Europa di avere un respiro a est, è uno di quei momenti per i quali, tra gli anni Cinquanta e Settanta, e anche dopo, tanti  ragazzi cominciarono a fare politica nel Msi. L’Ungheria, la primavera di Praga e anche il colpo di stato di Jaruzelski in Polonia, che in Italia comportò una saldatura tra il Fuan e i cattolici di Comunione e liberazione, con la riconquista dell’università da cui la destra era stata cacciata. Un evento che anticipava certe scelte poi di An e che avvenne per il comune e forte sostegno a Solidarnosc. Erano gli anni in cui Giovanni Paolo II, il Papa polacco e anticomunista, riceveva i missini in Vaticano.

 

Quelli come La Russa sono cresciuti cantando “Avanti ragazzi di Buda”, la canzone scritta nel 1966 da Pier Francesco Pingitore. “Sei giorni, sei notti di gloria durò questa nostra vittoria / al settimo sono arrivati i russi coi carri armati / i carri ci spezzan le ossa, nessuno ci viene in aiuto / il mondo è rimasto a guardare sull’orlo della fossa seduto”. Ecco. Ma come glielo spieghi tutto questo a Matteo Salvini, che ha visto due sondaggi e allora ripete la parola “pace” che in bocca a lui è più vuota della sua zucca?

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.