Il caso

M5s, Conte sospeso come leader. E c'è chi consiglia a Grillo: ritorna al direttorio

Il caos grillino fa riemerge tutti i protagonisti di una commedia che dura da anni: da Casaleggio a Dibba.

Simone Canettieri

Dopo l'ordinanza del tribunale di Napoli, il Movimento torna nelle mani di Grillo. Spetterà a lui prendere l'ultima decisione: rischio nuovi ricorsi

I dissidenti in tribunale. Giuseppe Conte incartato di nuovo nelle scartoffie. Vito Crimi in grande spolvero. Luigi Di Maio zitto (starà ridendo?). Alessandro Di Battista che invoca “Gianroberto anche solo per due ore”. Casaleggio jr che dice “noi di Rousseau ve lo avevamo detto”. E infine Beppe Grillo, centro del caos: dovrà decidere se insistere con la leadership di Conte o se optare per una guida a cinque. Il circo M5s inizia a preoccupare Enrico Letta, l’alleato del Pd.  

La storia, per provare a farla facile, è così: il tribunale di Napoli ha azzerato tutto il nuovo corso di Giuseppe Conte. Accogliendo il reclamo di un gruppo di dissidenti ha sospeso due delibere e quindi due voti. Quelli per il nuovo statuto del M5s e la conseguente nomina a presidente del Movimento dell’Avvocato del Popolo e a scendere tutte le altre disposizioni. Il provvedimento cautelativo ha fatto cadere come birilli Conte e “i suoi pulcini”: i vicepresidenti scelti dall’ex premier a sua immagine e somiglianza. Nelle more di una storia che eccita solo i legali (a partire da Lorenzo Borrè, incubo dei grillini e grande vincitore). Non hanno più un ruolo nemmeno i membri del comitato di garanzia. I due superstiti: Roberto Fico e Virginia Raggi. Il terzo, nonché presidente dell’organismo, era Luigi Di Maio che, con un tempismo quasi incredibile, sabato si è dimesso.

 

E visto che anche Crimi, già reggente, aveva fatto un passo indietro adesso non può farne uno avanti. Sicché in questo momento il M5s è nelle mani di Beppe Grillo, garante, capo nonché rappresentante legale della prima forza del Parlamento. E spetterà sempre a lui decidere nelle prossime ore come muoversi. Se dovesse rispettare alla lettera le indicazioni del tribunale, evitando nuovi ricorsi, dovrebbe attenersi alle regole uscite dagli Stati generali di più di un anno fa (quando Conte non pensava ancora a prendersi il M5s  ed era presidente del Consiglio). E dunque Grillo dovrebbe indire sulla piattaforma Rousseau (come prevede il vecchio statuto) un direttivo a cinque da far eleggere. La scatola magica nel frattempo è ritornata a Davide Casaleggio che con il M5s non vuole più avere nulla a che fare a meno che non siano motivi di lavoro (e di business). “Gli autoproclamatisi dirigenti del MoVimento 5 stelle decisero, invece, di proseguire la loro azione in violazione delle regole associative e delle decisioni degli iscritti e avviarono le votazioni su Sky Vote che oggi sono state di fatto invalidate accogliendo il ricorso proposto da diversi attivisti del MoVimento 5 Stelle in tutta Italia”, questo è Casaleggio.

Anche se Conte sembra intenzionato a provare a ripetere il voto, con il quorum di votanti stabilito dal tribunale, ma con una mossa fotocopia a quella precedente. Almeno così la mette Crimi, tornato semireggente o autoreggente per un giorno. L’Avvocato del popolo, già alle prese con la guerra con Di Maio, adesso si trova davanti a un bivio. Se Grillo dovesse scegliere la strada del direttorio, Conte potrebbe mollare. O fare i conti con le candidature di altri competitori molto popolari tra la base (Virginia Raggi, Dino Giarrusso, Luigi Di Maio, Danilo Toninelli). Se invece Grillo gli desse il via libera per un remake, tutto potrebbe tornare come adesso. Ma chissà quando perché i tempi dello statuto, vecchio e nuovo, sono comunque lunghi. “La mia leadership non dipende dalle carte bollate”, sostiene l’ex premier. “Sono sempre più preoccupato:   non è  più una questione di leadership, ma di governance”, confida Enrico Letta, segretario di un Pd, le cui guerre correntizie al confronto sono cruciverba da compilare sotto l’ombrellone. Andrea Marcucci, da Base riformista, coglie la palla al balzo: “La transizione del M5s è lunga, meglio che il Pd guardi al centro”.  

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.