Matteo Salvini e Giuseppe Conte (Ansa)

Le strategie del carroccio

Il Draghicidio ha i colori gialloverdi

Claudio Cerasa

Salvini tra fantasmi e chance. Perché è ancora possibile una prova di maturità per il leader leghista  

Due giorni dopo il pallino è ancora lì, nelle mani di Matteo Salvini, e la giornata di ieri ci consegna uno scenario molto confuso all’interno del quale il percorso che si presenta di fronte alla Lega inizia a essere molto chiaro. E insieme al percorso, inizia a essere chiaro anche qual è la vera portata della sfida per il leader leghista: permettere al suo partito di compiere un passo verso il futuro o riavvolgere il nastro per tornare a giocare con i fantasmi del passato. Nel caso in questione, i fantasmi del passato coincidono con la volontà da parte del leader della Lega di studiare una strategia per arrivare domani alla quarta votazione con un nome di centrodestra da gettare nella mischia per provare a dividere il fronte del centrosinistra (il nome non è fra i tre della rosa presentata ieri, Marcello Pera, Letizia Moratti, Carlo Nordio, ma è quello del presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, che più che a una candidatura somiglia a una pistola sul tavolo, piazzata per trattare).

 

E per provare a giocare questa carta ieri mattina Salvini ha accarezzato almeno per un attimo la tentazione di riallacciare in modo non formale i rapporti con Giuseppe Conte per accordarsi su un nome condiviso da votare a partire da giovedì e provare così a sbarrare la strada a Mario Draghi. Strategia vera? Tattica negoziale? Nostalgia gialloverde? Nelle mosse di Salvini c’è un po’ di tutto. Ma la verità è che ora dopo ora il leader della Lega è lì a rivivere una condizione in cui si trova ormai da quasi un anno: un pezzo di partito, quello più nostalgico della stagione gialloverde, gli chiede di strappare, di uscire fuori dalla parentesi aperta con l’ingresso della Lega nel governo Draghi, e un altro pezzo di partito, quello più importante e quello più timoroso di vedere la Lega fare un passo indietro nel passato, chiede invece a Salvini di trovare un modo per intestarsi una candidatura, come quella di Draghi, che oltre a dare prestigio all’Italia darebbe prestigio anche alla Lega, permettendo al partito di Salvini di entrare a pieno titolo nella stagione cruciale del post impresentabilità.

 

Da febbraio a oggi, da quando cioè la Lega ha deciso di entrare nel governo Draghi, il leader leghista, aiutato anche dai governatori della Lega e dagli uomini più esperti come Giancarlo Giorgetti, è sempre riuscito a tenere a bada il fronte più nostalgico e più complottista del suo partito e nei passaggi chiave alla fine Salvini è arrivato costantemente a sostenere posizioni un tempo impensabili: sì al governo Draghi, sì al Recovery, sì al green pass, sì all’obbligo vaccinale per gli over 50, sì al trattato di cooperazione con la Francia di Macron. In un anno di governo la Lega è cambiata e quella Lega che si è trasformata oggi chiede a Salvini di trovare un modo per sfuggire da quello che potrebbe essere un errore politico difficile da riparare: diventare, con il suo no al passaggio del premier da Palazzo Chigi al Quirinale, il vero autore del draghicidio.

 

Salvini ne è consapevole, non è probabilmente quello che vuole, di Draghi ha stima e nelle prossime ore il leader della Lega sa di avere di fronte a sé due strade: tentare lo strappo clamoroso con Draghi (strappo a cui, per capirci, Giancarlo Giorgetti dice espressamente di non credere) o usare la minaccia dello strappo con il premier (e la minaccia dello scouting nel centrosinistra: la Lega è alla ricerca di 50 parlamentari nel M5s per poter dimostrare che sulla carta alla quarta votazione potrebbe far passare un suo candidato) per negoziare meglio con Draghi tenendo unito il centrodestra e dimostrando di essere un federatore oltre che un kingmaker.

 

E cosa vuole negoziare Salvini? Un cambio di passo al Viminale (Matteo Piantedosi?), un cambio di passo al ministero delle Infrastrutture (la Lega vuole avere più potere sul Pnrr), il diritto di avere l’ultima parola su alcune nomine importanti (Fincantieri) e un primo ministro tecnico non indicato dal Pd. La partita di Salvini non è solo esprimersi sul referendum per Draghi (la Lega che dice di non volere Draghi al Quirinale per lasciarlo a Palazzo Chigi è la stessa che in queste ore studia una rosa per spaccare la maggioranza di governo alla quarta votazione, destabilizzare la legislatura e rendere impossibile a Draghi la permanenza a Palazzo Chigi, e ovviamente c’è qualcosa che non torna). Ma è prima di tutto quella di decidere se far fare alla Lega un passo in avanti verso quello che potrebbe essere: un partito che smette di guardare a una fazione e che prova a parlare alla nazione. Lo spazio c’è. Vale la pena di  provarci ancora. 

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.