Mario Draghi (Ansa)

Dopo la prima conta

Il Quirinale ora è un referendum su Draghi

Claudio Cerasa

Chi può dire no al premier? Veti che cadono, leader che dialogano. La politica alla prova della parentesi 

Si vota. Si attende. Si tratta. Il tutto all’insegna di un trittico: veni, vidi, veti. La giornata quirinalizia di ieri è stata caratterizzata dalla presenza di un doppio binario politico. Il primo binario è quello che è emerso alla luce del sole in Parlamento, dove la quasi totalità dei partiti che fa parte della maggioranza di governo ha scelto di votare scheda bianca, per prendere tempo e cercare di costruire un’intesa trasversale a partire dalla quarta votazione. Il secondo binario è invece quello che si è andato a costruire dietro alle quinte, fuori dal Parlamento dove il presidente del Consiglio Mario Draghi ha scelto di rompere gli indugi e di condurre personalmente le trattative con i due leader politici che hanno maggior potere negoziale all’interno delle proprie coalizioni. In mattinata Draghi ha visto Matteo Salvini.

 

Nel primo pomeriggio il premier ha avuto un colloquio con Enrico Letta. Nel tardo pomeriggio è toccato a Salvini e Letta incontrarsi. Si vota. Si attende. Si tratta. Nella consapevolezza che la partita per mandare Draghi al Quirinale – partita che il segretario del Pd sta giocando in prima persona insieme con i governatori della Lega (Fedriga e Zaia), alcuni ministri della Lega (come Giorgetti), i pezzi da novanta del M5s (da Luigi Di Maio a Roberto Fico passando ovviamente per Beppe Grillo) e Matteo Renzi – oggi non è più solo una competizione decisiva per decidere il futuro del capo dello stato ma è una competizione decisiva per scegliere se dare o no un futuro a Mario Draghi. Quello di non averlo nei prossimi mesi né a Palazzo Chigi né al Quirinale è un rischio concreto che ora dopo ora inizia a prendere forma con estrema chiarezza all’interno dello scacchiere parlamentare.

 

E il fronte politico desideroso di non spostare Draghi da Palazzo Chigi sa fin troppo bene che l’evoluzione della competizione quirinalizia è arrivata a un punto di non ritorno tale che dire di no a Draghi al Quirinale significa sfiduciare di fatto l’attuale presidente del Consiglio. E così, per provare a capire il modo in cui si stanno sviluppando le trattative tra il capo del governo e i leader di partito, occorre affidarsi anche ad alcuni dettagli e ad alcune parole chiave utili a illuminare la giornata di ieri.

 

Il primo dettaglio arriva in mattina e riguarda Giuseppe Conte, uno dei leader più freddi rispetto alla possibilità che Draghi possa andare al Quirinale, che ha scelto di usare la stessa espressione utilizzata domenica sera da Giorgia Meloni per differenziarsi dal centrodestra più distante da Draghi: “Nessun veto”. Dice Conte: “Il M5s non metterà veti con un nome di alto profilo”. Il secondo dettaglio arriva nel tardo pomeriggio, quando Enrico Letta, subito dopo l’incontro con Salvini, che poi si incontrerà anche con Conte, il quale nel pomeriggio ha incontrato anche Tajani di FI, tiene a far sapere che, con il leader della Lega, “si è aperto un dialogo”. Un dialogo sul metodo (niente forzature, si sceglie un candidato insieme), ma non ancora sul nome, e il dato di ieri è che Salvini si è detto testualmente “non soddisfatto” dell’incontro con Draghi (ma Salvini anche oggi tratterà con il premier).

 

Per i leader di partito scegliere cosa fare con Draghi non significa solo decidere che cosa fare con il futuro del presidente del Consiglio ma significa capire in che modo la politica può tornare a riappropriarsi dei suoi spazi. La prima strada porta all’azzoppamento di Draghi sulla base di un principio pericoloso: Draghi ha concentrato attorno a sé troppo potere e non trasferire altro potere a Draghi è l’unico modo per ridare spazio alla politica (che al momento è la linea  di Salvini, ma chissà). La seconda strada è quella che porta alla valorizzazione di Draghi sulla base di un principio virtuoso: l’attuale premier può essere per l’Italia il garante giusto per coprire le spalle alla politica e per dare ai partiti la possibilità di rigenerarsi riappropriandosi dei propri spazi sapendo che l’eventuale promozione di Draghi al Quirinale non sarebbe, come si dice, una scelta di sistema ma sarebbe una scelta che in prospettiva garantirebbe protezione al sistema politico. Tecnica al servizio della politica, non politica ostaggio della tecnica. La scelta dei partiti oggi in fondo è tutta qui: chiudere in fretta la parentesi di Draghi o scegliere di allungarla per altri sette anni. 

 

Di più su questi argomenti:
  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.