ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Atreju meglio di Chigi

Meloni all'opposizione è più centrale di Salvini al governo

Salvatore Merlo

Altro che Papeete o vaffa autoreferenziali: la leader di Fratelli d’Italia attrae e dialoga con gli altri, soprattutto gli avversari politici. E infatti tutti, da destra a sinistra, vanno alla sua festa

Matteo Salvini non viene intervistato da un presentatore televisivo senza briglia, da un urlatore compiacente come accade invece alle feste della Lega. Ma viene intervistato sul palco da Giovanni Minoli, che è la storia e la sapienza della televisione italiana, e da Gian Marco Chiocci che viene dalla destra, sì, ma è un direttore e un giornalista come si deve. E non c’è Maria Giovanna Maglie che pensa d’essere anticonformista come Oriana Fallaci solo perché ha i capelli azzurri. Né c’è l’ex radicale ed ex berlusconiano Daniele Capezzone a fare finta d’essere un conservatore britannico in Italia. Ad Atreju, la festa-kermesse di Giorgia Meloni, c’è bensì il direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana. Perché anche alle feste di partito ci si consegna all’autorevolezza dei giornalisti, e non solo ai propri camerieri o ai mattoidi in voga (che pure non mancano mai). Così vuole infatti la tradizione dei partiti veri, o meglio dei figli dei partiti veri che in Italia sono ormai soltanto Fratelli d’Italia, ovvero la destra che Meloni ha salvato dall’opa degli ex secessionisti padani, e il Pd. Insomma la discendenza del Msi, della Dc e del Pci.

 

Il Partito infatti, quello vero, cioè maiuscolo, non ha bisogno di celebrare se stesso in una festa di marketing ridondante al mojito o al vaffanculo, alla leghista o alla grillina, per intendersi. Ma rivela la propria forza nella dimostrazione d’una centralità repubblicana che si specchia al contrario nella capacità di attrarre e di dialogare con gli altri. Specie gli avversari politici. Non a caso Craxi invitava Berlinguer ai congressi del Psi, e lì a volte lo difendeva dai fischi. Non a caso Almirante invitava Pannella, mentre alle feste del Msi era normale incontrare tanto i democristiani quanto i socialisti. Nel 1987 Ignazio La Russa mise sullo stesso palco, a Milano, due giovanissimi allora avversari: il neo segretario del Msi Gianfranco Fini e l’astro nascente della Dc Roberto Formigoni. Era normale. E lo è ancora, dove esiste un po’ di grammatica politica. È normale in Fratelli d’Italia.

 

Come dice spesso Fausto Bertinotti agli amici: “Salvini è uno strano bidone. Giorgia Meloni invece parla una lingua che capisco”. Lo pensa anche il vecchio Ugo Sposetti, ultimo tesoriere comunista. E infatti in questi giorni davvero tutti stanno partecipando alla festa dei giovani di Fratelli d’Italia, così diversa dalle sagre monomaniacali di Salvini a Cervia o a quelle di Beppe Grillo a Rimini. Cominciata lunedì, la festa si chiama Atreju come l’eroe della “Storia Infinita”, in onore di quella letteratura fantasy che è ancora il bel folklore dei fascisti immaginari un tempo raccontati da Luciano Lanna e Filippo Rossi in un saggio intelligente e di successo dei primi anni duemila. Tra gli stand natalizi, il vin brulé e lo zucchero filato, tra la casetta di Babbo Natale e quella della “società tolkeniana italiana”, tra l’orso polare e i libri curiosi in vendita nelle bancarelle (tipo: “Paperino reazionario”) ecco l’Italia politica intera.

 

Giorgetti e Di Maio, Berlusconi e Salvini, Cartabia e Conte, persino Enrico Letta che riconosce in Meloni l’unico leader della destra. La donna contro la quale lui immagina la grande sfida elettorale. Alleati e avversari, dunque. Soprattutto avversari. Tutti ospiti della “Capa”. Giorgia. Lei che non sta chiusa in un fortino assediato. È all’opposizione. Eppure cerca tutti e parla con tutti (pure con Draghi). Ma soprattutto: tutti la cercano, tutti le parlano, tutti la riconoscono. A riprova che si può stare al governo senza contare un fico secco (tipo Salvini) e stare all’opposizione lasciando intendere d’essere pronti a governare.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.