Dopo la Festa del Foglio

Dieci buoni motivi per essere ottimisti sul futuro dell'Italia

Claudio Cerasa

Dalle reazioni alla pandemia al Pnrr, dal Quirinale al trasformismo, alla nostra capacità di smussare ogni genere di estremismo, fino alla fiducia che cresce. Perché questo non è un paese per profeti dell’apocalisse

Ieri a Firenze, alla festa del Foglio, abbiamo provato a ragionare con interlocutori niente male attorno a un tema che è un po’ politico, che è un po’ economico e che è un po’ culturale e che ci sembra essere particolarmente centrale nella fase storica che sta vivendo l’Italia: come si fa a essere ottimisti in una stagione in cui il pessimismo continua a mordere le nostre giornate? La nuova complicata ondata pandemica che sta colpendo l’Europa, le varianti impazzite che arrivano dal Sudafrica, l’esplosione dei contagi nell’Est Europa, la necessità di dover ricorrere a restrizioni per i non vaccinati per governare le nuove infezioni, la difficoltà di vedere una data in cui l’incubo sarà finito, il ritorno delle mascherine negli spazi aperti e la necessità di ricorrere a una terza dose per far fronte a una copertura temporale dei vaccini inferiore rispetto alle attese sono notizie che oggettivamente mettono a dura prova anche il più gagliardo degli spiriti ottimisti. Ma nonostante questo le ragioni per cui vale la pena essere ottimisti si può dire che, ancora oggi, superino di gran lunga le ragioni per cui vale la pena essere pessimisti.

 

E nel corso della giornata di ieri abbiamo rubato qua e là dieci motivi semplici per cui oggi l’Italia, nonostante tutto, può osservare il suo futuro con un misto razionale di ottimismo. La ragione numero uno riguarda un tema di carattere generale che non ha a che fare solo con l’Italia ma ha a che fare con tutti i paesi che si trovano a dover fare i conti con la pandemia e che grazie agli incredibili progressi della scienza oggi possono dormire sonni tutto sommato tranquilli in virtù di una grande invenzione maturata durante la stagione pandemica: i vaccini a mRna, facilmente riprogrammabili nel caso in cui dovesse esserci una variante più aggressiva del previsto. Sentite cosa ci dice Sergio Abrignani, del Cts: “Moderna, la scorsa primavera, ha dimostrato di poter fare un vaccino contro una nuova variante (la Beta) in 15 giorni. Quindi anche nel peggiore degli scenari, cioè che la nuova variante Sudafrica sia più diffusiva della Delta e che sfugga alla risposta immunitaria indotta dall’attuale vaccino, si svilupperà in due settimane un nuovo vaccino e servirà un tempo di 2-3 mesi per produrre e distribuire il nuovo vaccino che faremo in singola dose”. La ragione numero due riguarda sempre la pandemia e riguarda una peculiarità interessante che sembra aver contraddistinto l’Italia degli ultimi mesi: la capacità, da parte delle nostre forze politiche e delle nostre istituzioni, di imparare dai propri errori e il coraggio di agire contro la pandemia seguendo una logica non emulativa (l’Italia è stata la prima nazione ad aver inserito l’obbligo vaccinale per gli operatori sanitari, è stata la prima nazione ad aver inserito il green pass per il lavoro, ed è stata la prima nazione ad aver rafforzato il green pass non in presenza di un’emergenza come è successo in Austria e in Germania). Forza della scienza, tempismo delle istituzioni.

 

Terzo punto: il Pnrr. Essere ottimisti di fronte a un acronimo impronunciabile non è semplice, lo sappiamo, ma quelle quattro lettere, per il nostro paese, saranno fondamentali per una ragione persino più importante dei soldi erogati. E la ragione è questa: il binario delle riforme strutturali su cui l’Italia ha scelto di far viaggiare il suo treno nei prossimi sei anni e su cui dovrà continuare a viaggiare chiunque verrà dopo Mario Draghi alla presidenza del Consiglio. O si fanno le riforme o i soldi non arrivano. E quale governo, quale populista, può permettersi di sottrarre 200 e passa miliardi di soldi europei al proprio paese solo per assecondare i propri capricci? Il quarto punto, a proposito di Mario Draghi, riguarda il futuro del Quirinale e l’ottimismo anche qui non può che abbondare se si pensa anche solo per un istante che l’Italia potrebbe avere un Mario Draghi alla guida delle sue istituzioni non per un anno traballante, e poi chissà, ma per sette lunghi anni. Sei anni di Recovery e sei anni di Draghi: my God, dove si firma? Il quinto punto, ancora a proposito di Quirinale, riguarda la possibilità che vi sia un’alternativa a Draghi per la presidenza della Repubblica e anche qui l’ottimismo potrebbe abbondare. Ci sono possibilità che vi sia un pericoloso estremista al Quirinale? No. Ci sono possibilità che vi sia un nemico dell’Europa al Quirinale? No. Ci sono possibilità che, in alternativa a Draghi, vi sia un qualche volto di rilievo, europeista, atlantista, garantista, antisovranista, antinazionalista, capace di dare al paese una direzione saggia per i prossimi sette anni? La mediocrità è sempre in agguato, ma anche qui le ragioni per essere ottimisti (Marta Cartabia? Giuliano Amato? Paolo Gentiloni? Gianni Letta? Il Cav. vabbè, come direbbe Masneri, basta solo il pensiero, e basta considerare l’ipotesi non inverosimile per godere) sono infinitamente superiori alle ragioni per essere pessimisti. E lo sono, pillola di ottimismo numero sei, perché in fondo, in questi tre anni e mezzo di legislatura, ah che meraviglia il trasformismo, le occasioni in cui il Parlamento ha fatto un passo verso la razionalità sono state infinitamente superiori rispetto ai passi fatti verso la follia: la Tav è andata avanti anche con il governo gialloverde, i conti dello stato sono stati tenuti a bada anche con Salvini e Toninelli al governo, i pieni poteri del salvinismo sono stati osteggiati anche dagli ex alleati di Salvini e in fondo ad aver scelto Draghi alla guida del paese è sempre lo stesso Parlamento che aveva rischiato di dare pieni poteri a Borghi e Bagnai. Dunque, sì, ottimismo, anche grazie al trasformismo.

 

La settima pillola di ottimismo riguarda la presenza sulla scena politica di due partiti post populisti che hanno fatto della rimozione del proprio passato un tratto non negoziabile della propria identità futura. E così succede che con cadenza più o meno quotidiana vi sia un qualche leader di qualche partito populista desideroso di far sapere quanto sul passato abbia cambiato idea (vedi sulla Francia il M5s, passato dall’abbraccio con i gilet gialli all’abbraccio con Macron nel giro di due anni, vedi la Lega di Salvini, passata dal mettere in campo un whatever it takes per uscire dall’euro a sostenere l’uomo che con il suo whatever it takes ha salvato l’euro). L’ottava pillola di ottimismo riguarda un tratto dell’Italia difficile da mettere a fuoco, e che pure sembra piuttosto importante, e che ha a che fare con una capacità innata del nostro paese di smussare a vario livello ogni genere di estremismo: la cancel culture, vista dall’Italia, appare come un problema remoto; il #MeToo, nel nostro paese, non ha assunto i tratti pazzoidi osservati in altri paesi del mondo; e persino le proteste contro il green pass, e contro i vaccini, si sono presentate in forme, almeno finora, non paragonabili a quelle registrate in altri paesi d’Europa. E qui, ovviamente, non possiamo che arrivare alla nona sinfonia, alla nona pillola di ottimismo, che è forse quella più importante: la presenza di una platea di italiani vaccinati pari all’87 per cento degli italiani vaccinabili.

 

La decima chicca di ottimismo riguarda un tema importante e inusuale per il nostro paese: l’improvvisa capacità dell’Italia di avere fiducia in se stessa e l’improvvisa capacità di chi osserva l’Italia di scommettere sul futuro del nostro paese. A novembre, a sorpresa, l’indice di fiducia dei consumatori è salito più di quanto previsto e lo stesso vale per la fiducia delle imprese, e l’interesse spettacolare di un fondo americano per il futuro di Tim (in ballo ci sono 33 miliardi di euro di investimenti) è il segno di una vitalità dell’Italia che spesso sfugge agli occhi degli osservatori ma che ci permette di mettere da parte per un secondo l’ondata di pessimismo generata dalla persistenza del Covid e di intravedere nel futuro del nostro paese, Draghi o non Draghi, qualche nuvola in meno rispetto a quelle descritte dai professionisti dell’apocalisse. Razionalità, fiducia, responsabilità, ottimismo. Non è retorica: è il futuro dell’Italia.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.