La svolta che serve alla Rai passa anche dalla cancel culture

Claudio Cerasa

Un freno alla polizia del pensiero e alla dittatura dello screenshot. Lezioni dal comico inglese John Cleese contro la cancel culture e le black list di Cambridge. Storia utile con un documentario da sballo

Sarebbe bello che la Rai del futuro, una volta definiti i suoi vertici, i suoi equilibri, i suoi ingranaggi, i suoi direttori e i suoi giochi di potere, trovasse un modo, un modo qualsiasi, per infilare in uno dei palinsesti della stagione draghiana una rubrica quotidiana dedicata alla progressiva egemonia esercitata nel mondo della cultura dalle forme più moleste e più invadenti della nuova polizia del pensiero. Sarebbe bello, una volta messo da parte il manuale Cencelli, trovare un modo, un modo qualsiasi, per ridicolizzare, con appassionato distacco, storie come quelle che si leggono più o meno ogni giorno sfogliando i giornali inglesi. Storie, per capirci, che riguardano casi incredibili come quello in cui si è imbattuto un formidabile attore di nome John Cleese, 82 anni, inglese, divenuto famoso in tutto il mondo con il gruppo comico dei Monty Python, che pochi giorni fa ha scelto di autocancellarsi da uno speech che avrebbe dovuto tenere la scorsa settimana alla Cambridge University.

   

La storia è questa ed è incredibile. Tutto comincia ai primi di novembre quando uno storico dell'arte molto affermato di nome Andrew Graham-Dixon, nel corso di una lezione sul nazismo, sceglie di imitare Adolf Hitler, per mostrare nel modo più diretto possibile la ferocia delle sue idee anche nel mondo dell’arte. L’intervento viene registrato, l’imitazione del professore Graham-Dixon viene isolata, il frammento dell’imitazione inizia a girare sulla rete e alla fine l’università di Cambridge, e in particolare il capo della Cambridge Union, Keir Bradwell, decide di prendere una decisione surreale: compila, per la prima volta nella plurisecolare storia dell’università, una lista nera, una black list, indicando un lungo elenco di oratori vietati nell’università, e in quell’elenco inserisce anche il professor Graham-Dixon. Bari Weiss, nella sua famosa lettera di dimissioni consegnata un anno fa al New York Times, disse che la sua scelta di scappare dal Times era derivata dal fatto che Twitter, pur non essendo nella gerenza del giornale, era diventato il vero direttore finale, quello che aveva l’ultima parola, la parola decisiva su ogni opinione, su ogni scelta editoriale, e aveva denunciato una deriva incredibile della cosiddetta informazione libera, caratterizzata da una verità che non diventa più un processo di scoperta collettiva ma che diventa “un’ortodossia già nota a pochi illuminati il cui lavoro è informare tutti gli altri”.

  

Il caso dell’università di Cambridge rappresenta però un salto di qualità significativo sul fronte della lotta alla libertà di pensiero e la cancellazione del prof. Graham-Dixon dal palinsesto accademico dell’università nasce dalla volontà di punire e cancellare qualcosa che si trova un passo prima del free speech. Qualcosa che è ancora più grave delle secchiate di fango ricevute dal comico Dave Chapelle per una battuta sui trans inserita in uno sketch di un suo spettacolo su Netflix e che coincide con la volontà di stabilire in modo discrezionale i paletti del sarcasmo in una lezione universitaria. Una volta venuto a conoscenza della lista nera del pensiero cancellato, John Cleese ha deciso di autocancellarsi da Cambridge offrendo al presidente dell’università un’autodenuncia ironica relativa a un fatto avvenuto anni fa che oggi sarebbe considerato scandaloso: un’imitazione formidabile di Hitler fatta da John Cleese nel 1975. L’intervento che Cleese ha scelto di cancellare non è uno dei tanti, bensì è   un intervento che avrebbe dovuto permettere all’università di Cambridge di riflettere su un documentario che Cleese sta girando per Channel 4 e che sarà dedicato proprio alla cancel culture.

   
Il documentario si chiama “Cancel Me”, vedrà il comico incontrare diversi soggetti che affermano di essere stati “cancellati” per via delle loro azioni o per via delle loro dichiarazioni e cercherà in qualche modo di portare sullo schermo ciò che era stato scritto nero su bianco un anno fa quando Anne Applebaum,  Salman Rushdie,  Margaret Atwood, Ian Buruma, Yascha Mounk, David Brooks, Steven Pinker, Kamel Daoud, Francis Fukuyama, J. K. Rowling e Mark Lilla firmarono un grande appello pubblicato dalla rivista Harper’s per denunciare – tra editor licenziati per la pubblicazione di brani controversi, libri ritirati per presunti peccati dei propri autori, giornalisti impossibilitati a scrivere su alcuni argomenti – la restrizione del dibattito intellettuale generato dalla polizia del pensiero, rivendicando il diritto ad avere “una cultura che lasci spazio alla sperimentazione, all’assunzione di rischi e persino agli errori”, per “preservare la possibilità del disaccordo in buona fede senza conseguenze professionali”.

 

In un’intervista rilasciata alcune settimane fa al Guardian per lanciare il suo documentario, John Cleese ha offerto qualche spunto interessante sul tema: “Non credo che dovremmo organizzare una società intorno alla sensibilità delle persone più facilmente irritabili perché poi hai una società molto nevrotica. Dal punto di vista della creatività, se devi continuare a pensare quali parole puoi usare e quali no, allora questo soffocherà la creatività.  La cosa principale è rendersi conto che le parole dipendono dal loro contesto”. Un documentario contro la cultura del cancelletto. Contro le black list. Contro la dittatura dello screenshot. 

   
Se la nuova Rai volesse dare un segnale di resilienza, come si dice ora, una volta definiti i suoi vertici, i suoi equilibri, i suoi ingranaggi, i suoi direttori e i suoi giochi di potere, avrebbe il dovere di comprare i diritti di Cleese e piazzarli in prima serata per sfidare i nuovi e i vecchi professionisti della polizia del pensiero. Fare presto, please.

Di più su questi argomenti:
  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.