L'INTERVISTA

“Chiedere modifiche al ddl Zan non è un reato d'odio". Parla Malgioglio

Salvatore Merlo

I dubbi sul disegno di legge? Legittimi, anche da parte di un omosessuale. La battaglia contro l'omofobia? Troppo importante per lasciarla agli intolleranti. Il colloquio del Foglio con il cantante e personaggio televisivo

E’ sgargiante non solo nel vestirsi (“se mi urlano ‘a frocio!’ io li ringrazio del complimento”), è ironico anche con sé stesso (“se scrivi quanti anni ho ti ammazzo”), e quindi appena gli si dice: caro Cristiano Malgioglio vorremmo farle una domanda pericolosa, lui risponde così: “Sesso a tre, a quattro o a cinque?”. Ecco. Così quando invece gli diciamo che la domanda pericolosa è se si possa essere omosessuali e avere dubbi sul ddl Zan, lui abbassa la voce d’un semitono. “In effetti questa è una domanda pericolosa”, sussurra. “Comunque sì”, risponde. “Certo che si può. L’omofobia esiste, è odiosa, una legge va fatta, ma discutere del ddl Zan o chiederne modifiche non è a sua volta un reato d’odio”.  

 

La storia è nota. Martedì il deputato Alessandro Zan, autore della ormai famosissima proposta di legge rinviata alle calende greche per eccesso di partigianeria, ha accusato un collega della Lega di essere omosessuale e allo stesso tempo contrario al disegno di legge. Come se una delle due cose, o entrambe, fossero impossibili o disdicevoli. Quando poi Giancarlo Loquenzi, conduttore di “Zapping” su Radio1, un giornalista che non ha fatto dell’essere omosessuale una specialità professionale, si è permesso di chiedersi se “uno non possa essere frocio ed essere anche contro la Zan” è stato appeso per i piedi dal tribunale di Twitter. Un esercito di account con la bandierina arcobaleno gli dava dell’eterosessuale leghista chiedendone il licenziamento dalla Rai. Bum.

“Io credo nella tolleranza”, dice allora Cristiano Malgioglio, che già trent’anni fa si vestiva con la gonna, o in vestaglia da varietà, come fa oggi Achille Lauro a Sanremo. “Nel 1979 cantavo dell’amore tra due uomini in ‘Ernesto’. L’album s’intitolava eloquentemente così: ‘Sbucciami’. Te lo ricordi?”. Non ero nato. “Oddio, se scrivi quanti anni ho ti ammazzo. Giuro”. Ma la tolleranza cos’è? “Tolleranza significa accettare gli altri. Devi tollerare quello che non vorresti vedere, né sentire, né fare. Io trovo bello che due uomini si amino. E vorrei vivere in una società in cui l’omosessualità non sia oggetto di bullismo e di violenza, come invece purtroppo capita ancora. Se a me per strada mi urlano ‘a frocio!’, io dico grazie del complimento. Me ne frego. Ho avuto anche la fortuna di avere dei genitori intelligenti, non sono mai dovuto andare da mia madre a dirle: ‘Mamma sono gay’. Era ovvio. Ma ci sono ragazzi che si sono suicidati per una cosa così. Quindi l’argomento è delicatissimo. Ed è serio. Ci ho anche scritto una canzone quest’anno, s’intitola ‘Tutti me miran’... Vai vedere il video, sembro Mae West con i lustrini”.

 

Poi, tornato serio, Malgioglio lo ripete: “Una legge va fatta. Se il ddl Zan va modificato per essere approvato, che lo modifichino. Ma ci tengo a dire un’altra cosa”. Prego. “Proprio per questo, e proprio perché sono convinto di ciò che dico, e ho persino fatto manifestazioni pubbliche a Cuba dove i gay sono discriminati, non penso che la battaglia contro l’omofobia possa essere condotta con mezzi a sua volta intolleranti. Questo mi dispiace. E mi preoccupa”. I lirici della tolleranza non sempre riescono a infonderla nei propri petti. Anzi.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.