(foto Ansa)

Sì alla legge Zan, ma...

Giancarlo Loquenzi

Una battaglia che vale la pena combattere è per avere più diritti, non più punizioni

Al direttore - Sono sicuro che Guia Soncini mi accuserebbe di “premessite” – quel vezzo stilistico che consiste nel mettere le mani avanti o annunciare una scelta di campo per risparmiarsi almeno la prima ondata di critiche – perché premetto che, fossi in Senato, al punto in cui siamo voterei per il ddl Zan così com’è. Il punto però è un altro, il mio voto e quello di tutti gli altri “uomini (donne e le varie manifestazioni non binarie) di buona volontà”, basterà a far approvare la legge? La risposta è che non si sa. Lo stesso portabandiera della norma, l’omonimo Zan, dice che bisogna incrociare le dita. E così faremo. Prima di arrivare alla strategia scaramantica però se n’è scartata un’altra che all’apparenza avrebbe maggiormente e che fare con la politica, quella di un compromesso. Un modo per garantirsi un bel gruzzolo di voti, altrimenti contrari, concedendo qualcosa alla controparte (preferisco la genericità al più orientato e orientante “le destre”). Bisognava incontrarsi a metà strada ognuno rinunciando a giungere alla meta. Certo sarebbe bello avere sempre a disposizione i voti necessari a fare quello che ci piace, siccome però accade raramente (almeno nelle democrazie) mettersi d’accordo con gli “altri” può essere sgradevole ma utile. Questa cosa non la si è voluta fare, un po’ perché a volere il compromesso era soprattutto Matteo Renzi e questo lo ha subito derubricato al rango di inciucio, un po’ perché con gli “amici di Orbán” non si possono fare compromessi (ma ci si può governare) e un po’ perché “sui diritti non si transige”, qualsiasi cedimento è un tradimento, qualsiasi trattativa una resa.

Tralascio per brevità le altre considerazioni, ma sull’ultimo punto vorrei fare due osservazioni. L’idea che i diritti siano un corpus unico, che non si può suddividere, ridurre in tappe, che ogni battaglia sui diritti è un tutto o niente, confligge con secoli di storia e con il farsi concreto della politica. Restando nello stesso ambito valoriale, basta ricordare che le unioni civili si sono ottenute sacrificando i diritti dei figli dei partner, la famigerata stepchild adoption. Si fosse andati allora alla conta forse tante coppie omosessuali felicemente unite, oggi non lo sarebbero. Oggi, con questo clima, quella legge avrebbe seriamente rischiato di non passare.

 

Il secondo punto è ancora più radicale: si continua a dire che il ddl Zan è una legge sui diritti, una legge a tutela delle persone discriminate per sesso, orientamento sessuale e identità di genere. Ma è davvero così? Ho qualche dubbio. La legge manovra su una serie di articoli e commi del codice penale  per aumentare le pene e aggravare le condanne per i reati di odio ispirati da quei profili. Comminare più anni di carcere, infliggere aggravanti non mi pare però un modo per ampliare i diritti delle persone offese e per tutelarle. Certo è un modo semplice ed economico per la politica di segnalare la volontà di risolvere un problema: ci si convince di aver fatto la cosa giusta. Quante volte negli scontri televisivi sentite dire: “Noi siamo quelli che hanno raddoppiato le pene per questo o per quello…”. Un bel vanto, ma poi? L’unico risultato certo è quello di continuare a riempire le carceri per poi avere oltraggi come quello di Santa Maria Capua Vetere.

 

Sarà la mia formazione radicale, ma difficilmente mi appassiono quando si tratta di sbattere più gente in galera per più tempo. Penso invece che per tutelare le persone che si trovano in qualsiasi condizione di minorità, l’unica strada è quella di ampliare la sfera dei loro diritti e portarla a essere pari a quella di tutti gli altri. Se balordi di ogni risma si sentono in diritto di insultare, discriminare o picchiare una donna, un gay, una persona trans, non sarà rendendoli più speciali che li difenderemo; non basterà il deterrente di qualche mese o anno di galera –  la cui eventualità sarà peraltro in mano agli imperscrutabili orientamenti dei giudici – a fermarli. 

 

Quello che bisogna chiedersi invece è perché donne, gay, lesbiche, trans, bisessuali ecc, vengono scelti come bersagli. E la risposta è che la loro condizione viene percepita come socialmente minore, più fragile, più esposta, perché il primo a discriminarli è proprio lo Stato. Come spesso accade il problema è dentro di noi mentre ci piacerebbe credere che mandando più cattivi in galera tutto si risolverebbe. Se coppie omosessuali non hanno diritto alla stepchild adoption, se non posso adottare, se la loro unione è un matrimonio di serie B, se riconoscimento legale del cambio di sesso è un percorso infernale, se, se… non è forse perché la società ritiene, implicitamente o meno le persone lgbtq+ meno affidabili, meno adeguate, forse pericolose? Una battaglia sui diritti che valga la pena di essere combattuta è una battaglia per più diritti non per più punizioni.
 

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