Il presidente della Repubblica  Sergio Mattarella e il premier Mario Draghi (LaPresse)

Dallo sport alla politica

L'Italia: le meilleur des mondes possibles

Claudio Cerasa

Cosa tiene insieme Wembley, il gran Berrettini, la giustizia, Draghi e le nomine Rai? Forse nulla. O forse qualcosa sì: un nuovo algoritmo e una nuova e volterriana consapevolezza che il Paese ha di se stesso

Tout va pour le mieux dans le meilleur des mondes possibles. Ci sono momenti come questi in cui l’ottimismo di Voltaire, e del suo Candido, sembra contenere tutto quello che serve per provare a inquadrare la fase che sta vivendo l’Italia. Si potrebbe dire, provando in modo improprio a mescolare mondi che non andrebbero mescolati, che quello che stiamo osservando è un momento per così dire magico per il nostro paese. E quando ad alcuni successi sportivi (l’Italia è in finale agli Europei, Berrettini è il primo italiano a centrare la finale di Wimbledon) si sommano alcuni successi politici (lo schiacciasassi di Draghi dopo essere passato sopra i veti del M5s sulla giustizia, è passato sopra i veti della Lega indicando come prossimo ad della Rai Carlo Fuortes: leggete Masneri per capire chi è) la tentazione di essere candidamente volterriani è molto forte. Dunque, non esageriamo e proviamo a concentrarci su un punto: la giustizia. E in particolare: sull’improvvisa popolarità assunta dai nemici del giustizialismo.
 

Matteo Berrettini festeggia dopo aver conquistato la semifinale di Wimbledon (Ansa)

 

La notizia politica più importante di ieri, nel giorno successivo al sì unanime arrivato in Consiglio dei ministri alla riforma del processo penale, è il borbottio proveniente dal fronte grillino più nostalgico della stagione rossogialla (ah, non c’era discontinuità?). E come forse avrete letto, a lamentarsi per la svolta garantista portata avanti da questo governo (blocco della prescrizione adieu) sono stati Giuseppe Conte (ex premier) e Alfonso Bonafede (ex Guardasigilli, la cui riforma, votata dal M5s e dalla Lega nel 2018, è stata asfaltata in Cdm due giorni fa anche dal M5s e dalla Lega: delizia). La goffa ribellione di Conte e Bonafede (lunga vita a Grillo) è interessante da seguire perché arriva in un momento in cui le posizioni giustizialiste, a differenza di tre anni fa, sembrano essere non più in sintonia con lo spirito del tempo. Lo Zeitgeist del 2018 (nella stagione dell’Italia modello Tafazzi che mentre usciva con successo dai Mondiali con mister Ventura provava con successo a uscire anche dall’Europa con mister Bagnai) venne ben rappresentato dal M5s e le posizioni di oggi di Conte e Bonafede all’epoca sarebbero state popolari.
 

Alfonso Bonafede e Giuseppe Conte (Ansa)


Tre anni dopo, come è evidente, il mondo è cambiato, e anche l’algoritmo, e l’essere giustizialisti non è solo considerato dai più una scemenza (pardon) ma si trova in aperta ostilità con il nuovo Zeitgeist. In una stagione in cui i sindaci di ogni colore vanno in piazza non agitando manette, ma sventolando bandiere contro la giustizia sommaria. In una stagione in cui i partiti che agitavano il cappio in Parlamento oggi, pur in maniera strumentale, giocano a fare i garantisti con i radicali. In una stagione in cui i leader di partito che hanno educato i propri elettori a considerare ogni politico come un furfante fino a prova contraria oggi scrivono lettere per abiurare (Luigi Di Maio) e si scagliano contro i giornali rei di usare in modo peccaminoso il processo mediatico (vedi Beppe Grillo in difesa di Ciro Grillo).
 

Antonio Di Pietro (Ansa)


In una stagione in cui, infine, anche i pm un tempo più intransigenti, come Antonio Di Pietro e come Henry John Woodcock, oggi giocano a fare i garantisti prendendo a male parole i colleghi della procura di Milano (lo fa Di Pietro con De Pasquale) e i sostenitori del 41 bis (lo fa Woodcock: miracoli di Giovanni Melillo, capo della procura di Napoli, in pole per sostituire Francesco Greco a Milano). L’Italia, sulla giustizia e non solo, si trova di fronte a una stagione di possibile e improvvisa razionalità e di improvvisa consapevolezza del proprio potenziale (avere 200 e rotti miliardi dall’Europa aiuta). Si potrebbe dire che merito di tutto questo è l’arrivo di Draghi (e la bravura di Mattarella). Ma forse si potrebbe dire anche qualcosa di più. E se Draghi più che la causa fosse la conseguenza della nuova consapevolezza che l’Italia ha di se stessa? Il momento c’è ed è lì di fronte a noi. Non sarà “le meilleur des mondes possibles”, come direbbe Voltaire, ma per l’Italia è qualcosa che ci si avvicina molto. Dita incrociate. Non solo per Berrettini e Mancini.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.