Il caso

Dopo Torino, incubo flop a Roma. Per Letta (e Gualtieri) le primarie sono un rischio

Mai un confronto, né un passaggio in televisione come negli anni scorsi. Il Nazareno punta a superare i 40mila votanti

Simone Canettieri

Domenica il voto a Bologna e nella Capitale. Ma è la corsa per il Campidoglio la vera incognita: una sfida clandestina. Anzi "sfigata", dice Zevi, uno dei sette in lizza

La spia si è accesa a Torino. E ha subito allarmato la capitale: saranno primariette  quelle di domenica? La classica “cosetta giusto per”? La sfida dei gazebo –  anche online in memoria della buon’anima di Rousseau – si risolverà in una “romanella”? E cioè un lavoro fatto a metà, come si dice delle buche ricoperte alla meno peggio? Roberto Gualtieri, che fu ministro dell’Economia e portatore di Recovery, si ritrova adesso con i numeri di borgata Finocchio e San Basilio. Non è una questione di percentuali, ma di aritmetica. Urge un abaco. E un miracolo: arrivare a 50 mila votanti.  

Dunque a Roma, dove tutto è grande e dove il candidato di centrodestra Enrico Michetti si rifà a Ottaviano Augusto, il terrore del Pd lettiano è chiaro: cadere nell’aurea mediocritas. Senza resse, né bandiere rosse. Perché se a Bologna la sfida c’è, e non si sa come finirà, a Roma no: tutto è scritto, ma manca la parte più interessante. Quanti saranno gli elettori di centrosinistra che usciranno di casa e doneranno i due euro per votare? E quanti coloro che, armati di Spid, si collegheranno in remoto per regalare un clic a uno dei sette concorrenti?


Sarà la prima domenica in zona bianca, sarà la domenica  di Italia-Galles alle 18, sarà la domenica con la voglia di mare. Mancano grandi numeri e grandi elettori. “Puntiamo a cinquantamila votanti”, dice Gualtieri da giorni. Ma chi gli sta vicino aggiunge: “Beh, anche un’affluenza di 45 mila non sarebbe da buttar via”.

I gazebo saranno circa 150 sparsi in tutta la città, una decina per municipio. Ma la lezione di Torino è stata dura: in meno di dodicimila hanno dedicato un po’ del loro tempo e qualche spicciolo alla sfida della Mole. E dunque se l’aria è questa, auguri a tutto il resto della compagnia. Enrico Letta, che ha annusato subito l’odore di pasticciaccio, da ieri mattina non fa che ripetere: “Queste sono le prime attività del post Covid, sono naturalmente con numeri più ridotti rispetto a prima. Tutte le iniziative che facciamo sono con numeri più ridotti, è ovvio, perché c’è un atteggiamento di ripartenza lenta”. E’ tutto un piccolo mondo antico, dunque. “Quindi è assolutamente nella logica delle cose che la partecipazione fisica a questo genere di attività fosse molto più ridotta, molto più bassa”, va ripetendo il segretario con un occhio a Bologna e un altro a Roma, ieri direttamente da Tor Bella Monaca con Gualtieri, non proprio accolti da folle. 

E però la corsa dei malavoglia per il Campidoglio ha prodotto questo effetto qui: chi conosce tutti gli altri sfidanti dell’ex ministro Gualtieri? Tempo scaduto. Eccoli: Imma Battaglia, Tobia Zevi, Giovanni Caudo, Stefano Fassina, Cristina Grancio e Paolo Ciani. Di loro, insieme, gli appassionati del genere ricordano solo una foto di gruppo su una panchina di periferia tra l’erba alta. Un’amichevole tra sconosciuti che forse non vogliono nemmeno farsi conoscere. Nelle primarie del 2016, vinte da Roberto Giachetti, la sfida finì almeno in tv con confronti su Sky e Rai (c’era il mitico “Mascia e l’orso”, con peluche inseparabile).

E il pallottoliere si fermò comunque a 47 mila. Nel 2013, quelle conquistate da Ignazio Marino, le primarie furono una sfida di nomi veri con David Sassoli, Paolo Gentiloni, Patrizia Prestipino... Ma questa volta non è andata così. E non si capisce se sia per colpa dello strumento che non funziona più dopo l’eccessivo abuso, per i concorrenti in sé o forse proprio per il fine: il Campidoglio. L’unica corsa da cui tutti scappano. Tobia Zevi che è civico e giovane e non fa parte del Pd apre le braccia: “Fin dall’inizio ho chiesto primarie partecipate e non sfigate. Così sarebbero utili ai romani e al futuro della città. Non capisco perché le stiano tenendo clandestine, senza dibattiti tv in diretta nazionale come sempre ci sono stati. Roma è Roma”.


Carlo Calenda è già pronto dietro a un gazebo per dire “io l’avevo detto che erano finte, ecco perché non vi ho partecipato”. Addirittura in questi giorni il leader di Azione che corre per diventare sindaco ha rilanciato un ex sindaco, come Marino, che spara addosso all’usurato bagno di democrazia. “Ma quattro persone che votano non sono pur sempre meglio di due che scelgono chiusi in una stanza chi candidare?”, si chiede Bruno Astorre, senatore e segretario regionale del Pd laziale.

Anche Salvini è in agguato per sfottere e fare il bullo sul mare che si è asciugato. “Lui a Torino il candidato lo ha scelto da solo”, gli risponde Letta in versione combat. Costretto anche a contrastare il timidissimo appoggio di Giuseppe Conte a Virginia Raggi: “Roma è la madre di tutte le battaglie e vincerà Gualtieri”. Ora costretto a fare di conto con gli iscritti del Trionfale, lui che scambiava numeri pesanti con Ursula von der Leyen. Bella ciao.
 

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero, prima ancora Parma, Firenze e Viterbo, dove iniziò a 19 anni con un pezzo sul pattinaggio artistico. Ama i giornali, e soprattutto le notizie. Molto meno le bio. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.