Orlando: “Serve un'altra Unione”

Claudio Cerasa

Come rispondere alla sfida della federazione del centrodestra? Il Pd, la sfida lanciata da Lega e Forza Italia, le formule di ieri e quelle di domani. Due chiacchiere con Andrea Orlando e Irene Tinagli    

La scelta inaspettata di Matteo Salvini e di Silvio Berlusconi di accelerare i ragionamenti relativi al futuro della federazione del centrodestra ha costretto il Partito democratico a porsi alcune domande non semplici rispetto a quello che dovrà essere un giorno il rapporto con i suoi possibili alleati. Nel 2007, come molti ricorderanno, la fusione a freddo tra i Ds e la Margherita, a seguito della quale nacque poi il Pd, spinse il centrodestra a riorganizzare le proprie truppe e non fu casuale che la formazione del Popolo della libertà, nato dalla fusione tra la vecchia Forza Italia e la vecchia An, maturò appena pochi mesi dopo la creazione del Partito democratico. Oggi la nuova stagione delle aggregazioni è stata inaugurata, almeno a parole, dal centrodestra. E in attesa di capire se la federazione evocata più o meno timidamente da Berlusconi e Salvini prenderà davvero forma, la domanda che non ci si può non porre ragionando sul destino del Pd è questa: se federazione sarà, nel centrodestra, come reagirà il Pd?

 

Dal punto di vista teorico, è difficile pensare che in una stagione di grandi trasformazioni il Pd possa pensare solo di cambiare la sua collocazione nello spazio politico, spostandosi cioè ogni giorno un po’ più a sinistra (ius soli, ddl Zan, tassa di successione) quasi a voler regalare al M5s lo spazio al centro della coalizione. Il tema della federazione o della nuova aggregazione del centrosinistra è stato lanciato due giorni fa sul Foglio dal senatore del Pd Luigi Zanda, che ha suggerito al suo segretario di lavorare a “un’unione dei riformismi progressisti che risani le fratture recenti: da Bersani a Renzi e Calenda”. L’invito è condivisibile, persino auspicabile, e non sfugge a nessuno che la possibile federazione tra Lega e Forza Italia offra al Pd l’opportunità di allargare ulteriormente il baricentro del centrosinistra per accogliere sotto la propria tenda anche i potenziali moderati di centrodestra desiderosi di non morire salvinian-meloniani. Il punto però è come fare? Dario Nardella, sindaco di Firenze, e Giorgo Gori, sindaco di Bergano, sul Foglio suggeriscono al Pd di lavorare a una federazione speculare a quella a cui stanno lavorando Salvini e Berlusconi, “capace di mettere insieme un fronte largo che va dai grillini più moderati fino ai partiti di centro”, dunque da Di Maio fino a Renzi e Calenda passando per Bersani e Speranza. Abbiamo provato a ragionare su questo tema anche con altri pezzi da novanta del partito, l’ex vicesegretario Andrea Orlando, oggi ministro del Lavoro, e l’attuale numero due di Enrico Letta, Irene Tinagli, presidente Commissione per i problemi economici e monetari del Parlamento europeo, ed entrambi ci hanno offerto spunti utili per ragionare su questo tema.

 

Entrambi dicono che sì, la prospettiva di una federazione del centrodestra non può che costringere il Pd a mettere a tema il rapporto con i suoi alleati presenti e con quelli potenziali e Tinagli e Orlando offrono due punti di vista interessanti. “Divenire polo aggregatore e motore di alleanze – dice Tinagli – deve essere una priorità per il Pd, ma occorre farlo con un percorso nuovo: prima interpretare i bisogni dei cittadini e poi immaginare nuove formule di aggregazione. Fare il contrario sarebbe impossibile, dato anche il livello di personalismo e di leaderismo frammentato che esiste in Italia, in particolare nell’area liberal-democratica. Bisogna aprire dunque i recinti, confrontarsi con quello che c’è fuori, mettersi in discussione, ragionare, focalizzarsi sugli obiettivi comuni e superare la logica dei galli nel pollaio, anziché pensare sempre a come distinguersi sui dettagli. Ricordandosi, come dice anche Enrico Letta, che a forza di distinguersi si finisce per estinguersi”. Già, ma come si fa? Andrea Orlando condivide l’approccio di Tinagli ma si spinge in avanti e ci offre una formula utile per ragionare sull’orizzonte possibile del Pd. In prospettiva futura, dice Orlando, “il Pd, sulla base di un asse chiaro, deve lavorare a un modello Unione, per mettere insieme tutte le forze possibili che si trovano nel centrosinistra, senza escludere nessuno”. Unire tutto, superando gli steccati e provando a trasformare la federazione Lega-FI in un’occasione per superare la stagione delle vecchie litigiosità. Allargare la tenda, creando un unico soggetto, non è la stessa cosa che lavorare a una nuova Unione, ma a occhio e croce il come rispondere alla sfida federativa del centrodestra diventerà il filo conduttore della prossima battaglia interna al Pd. Ci sarà da divertirsi. 

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.