Il segretario del Pd Enrico Letta e il ministro del Lavoro Andrea Orlando (Ansa)

Letta-Orlando: perché?

Il Pd sceglie la vocazione minoritaria e avvicina Draghi alla destra

Claudio Cerasa

Ricchi no, grazie. Quanto peserà sul governo l'atteggiamento dem sulla tassa di successione e sul blocco dei licenziamenti

La domanda in fondo è semplice: ma che problema c’è tra Mario Draghi e il Partito democratico? La scorsa settimana, come è ormai noto, Enrico Letta ha lanciato un’idea: intervenire sulla tassa di successione per finanziare una dote da diecimila euro da offrire in futuro ai diciottenni. In questi giorni, per commentare la proposta del segretario del Pd (pagare per le successioni che hanno un valore oltre i 5 milioni il 20 per cento anziché il 4 per cento) sono stati offerti diversi spunti di riflessione (ancora tasse, really?) e sono stati offerti diversi numeri utili a giustificare la bontà della scelta (l’aliquota massima di tassazione delle eredità tra genitori e figli in Italia è del 4 per cento; in Germania del 30; in Spagna del 34; in Gran Bretagna del 40; in Francia del 45). Ma tra i molti elementi presenti nel dibattito pubblico ce ne sono alcuni rimasti sottotraccia e che meritano invece di essere valorizzati per provare a capire la ragione che fa della proposta di Letta un’idea che ha certamente un fine giusto (aiutare i giovani, chi non lo vorrebbe?) ma che parte da alcune premesse sbagliate, pericolose e persino dannose per la vita di un partito come il Pd.

 

Premesse che, dato non irrilevante, ci offrono qualche elemento per rispondere alla domanda da cui siamo partiti: ma che problema c’è tra Mario Draghi e il Partito democratico? Su questo terreno, il primo tema su cui vale la pena riflettere coincide con il verbo, ormai famoso, utilizzato dal Pd per giustificare la sua proposta sulle tasse di successione. Un verbo che denota una volontà esplicita da parte del segretario democratico di considerare il tema dello schiaffo ai ricchi non semplicemente come “accessorio” ma evidentemente come molto centrale nel messaggio che il Pd ha scelto di veicolare: “restituire” (sottolineato sui social ufficiali del Pd con il colore rosso). L’idea di “restituire” indica la volontà esplicita da parte del Pd di chiedere, a chi se ne è appropriato indebitamente, la restituzione alla collettività di ciò che evidentemente non gli appartiene e l’idea nasce da un ragionamento chiaro: per essere accanto ai giovani occorre impegnarsi con i giovani a riparare alcune “storture” del mercato. Antonio Misiani, responsabile economico del Pd, sostenitore convinto della proposta del suo segretario, ci ricorda che “tra il 1995 e il 2016 la quota di ricchezza detenuta dall’uno per cento più ricco degli italiani sia cresciuta dal 16 al 22 per cento del totale, mentre la fetta del 50 per cento più povero sia crollata dall’11,7 al 3,5 per cento del totale”. E dunque il verbo non è usato a caso: restituire.

 

Così come non è un caso che il verbo “restituire” fosse stato usato un anno e mezzo fa, prima della pandemia, dall’allora ministro per la Coesione territoriale, Giuseppe Provenzano, oggi vicesegretario del Pd, che chiese a una città eccessivamente ricca come Milano di “restituire opportunità al paese”. Restituire. “Nell’immediato, lo so”, ci confida ancora Antonio Misiani, “parlare di tasse è scomodo, dal punto di vista del consenso, ma il nostro obiettivo è porre il tema dell’equità generazionale di cui nessuno si occupa. Non c’è alcuna volontà punitiva, c’è solo la richiesta di chiedere un contributo a chi ha di meno da parte di chi ha di più”. Quello di cui il Pd sembra non rendersi conto è che la ragione per cui il concetto di “restituire” è finito al centro del dibattito pubblico è che la scelta di usare quel verbo non è dettata da un utilizzo sbagliato del termine. Ma al contrario è dettata da una volontà precisa che ha insieme una conseguenza culturale e una politica. Ciò che il Pd sembra non aver compreso fino in fondo è che, come ha scritto bene ieri sul Foglio Luciano Capone, a sentirsi minacciati dalla proposta di Letta non sono i riccastri con un patrimonio superiore ai cinque milioni di euro  (che evidentemente il Pd si augura muoiano il prima possibile per offrire splendide opportunità ai giovani italiani) ma sono tutti coloro che vivono in una condizione di benessere e che di fronte alla proposta del Pd piuttosto che sentirsi protetti (tanto tassano quelli davvero ricchi) si sentono improvvisamente minacciati: ma non è che poi tocca a noi?

 

Ci si potrebbe chiedere perché i riccastri considerati come nemici del popolo (in Italia, lo 0,01 per cento dichiara più di 300 mila euro anno, sono circa 300 persone in Italia ad avere un reddito superiore ai 5 milioni) debbano essere coloro che tutto sommato pagano le tasse (ovvero i ricchi onesti) e non invece coloro che le tasse non le pagano (vincolare la dote a un recupero dell’evasione fiscale, considerando i circa 85-90 miliardi di euro che ogni anno sfuggono al fisco, sarebbe stata forse un’idea più logica) ma si capisce che un conto è dire “cari miliardari, ve la faremo pagare” e un altro è dire “cari evasori, ve la faremo pagare”. Ma il vero punto che merita di essere messo al centro del nostro ragionamento riguarda il motivo vero per cui il Pd, nelle ultime settimane, ha scelto in modo sistematico non di investire sull’agenda Draghi, come da premesse della segreteria Letta, ma, al contrario, di investire sulle differenze con l’agenda Draghi – arrivando persino ad accettare l’idea di consegnare alla destra l’agenda Draghi. È andata così sul tema della tassa di successione (caro governo, noi siamo con i deboli, voi siete con i più forti). È andata così anche sul tema del blocco dei licenziamenti che il Pd, con Andrea Orlando, avrebbe voluto ancora prorogare come da richiesta della Cgil (e ieri anche il ministro Speranza ha espresso solidarietà e “pieno sostegno” al ministro Orlando per la sua battaglia a supporto dei lavoratori, lanciando un messaggio a Palazzo Chigi).

 

È possibile che vada così anche sul tema delle semplificazioni (dove le distanze tra il ministro Dario Franceschini e lo staff del presidente del Consiglio appaiono più significative del previsto, specie sui temi che hanno a che fare con lo snellimento delle procedure che riguardano i vincoli paesaggistici). La divaricazione tra l’agenda del Pd e l’agenda Draghi è il fatto politico più interessante di questi giorni ed è un fatto che anche qui nasce non casualmente ma in modo scientifico. E nasce dalla volontà esplicita da parte del Pd di superare con forza le stagioni passate (addio partito liquido) scegliendo  di non parlare al numero più ampio di elettori che un giorno potrebbero votare Pd ma di parlare a quella fetta di elettori sufficiente a garantire al Pd una rendita di posizione. Meno vocazione minoritaria, più vocazione maggioritaria. La sottile divaricazione tra il Pd e il governo – e il tentativo del Pd di fare dell’agenda Draghi un’agenda liberista, un’agenda non in cui identificarsi ma da cui distinguersi – in fondo passa anche da qui. E le danze sono appena cominciate.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.