Il futuro della politica italiana spiegata con i diritti tv

Claudio Cerasa

Calcio, web, palazzo, stato, mercato, concorrenza. E poi Tim, Dazn, Sky, Cdp. Perché gli equilibri del pallone cambiano il destino della rete unica. Draghi e la gran sfida dell’innovazione: è ora delle scelte 

La storia che vi stiamo per raccontare coincide con un intreccio formidabile che tiene insieme un numero sconfinato di ambiti a metà tra la politica, la cultura, l’economia, l’innovazione e i nostri pomeriggi di fronte alla tv. E in questa storia c’è tutto. C’è il calcio, c’è internet, c’è il potere, c’è il palazzo, c’è il business, c’è lo stato, c’è il mercato, c’è la telefonia, c’è l’intrattenimento, c’è la concorrenza e c’è, in definitiva, il futuro della tecnologia che accompagna ogni secondo delle nostre vite: la connessione delle nostre tv, dei nostri tablet, dei nostri computer, dei nostri telefoni, dei nostri orologi.

 

Si è detto e ridetto che la storica asta dei diritti del calcio che una settimana fa ha premiato la coppia Dazn e Tim ai danni di Sky abbia ridisegnato il perimetro dello sport in tv per i prossimi tre anni. Ma se si ha la forza di osservare con minore superficialità ciò che ha determinato l’asta per i diritti più importante della storia del calcio italiano si capirà che questa vicenda è molto simile a una grande matrioska: si apre una bambolina e dentro se ne trova un’altra e poi un’altra e poi un’altra ancora.

 

La prima bambolina ha a che fare con un tema culturale cruciale legato al trionfo della concorrenza. La Lega di serie A ha assegnato i diritti tv a Dazn in partnership con Tim per una cifra record di 840 milioni di euro a stagione grazie a una gara aperta che ha permesso di mostrare quali sono i benefici della concorrenza. La concorrenza genera competizione. La competizione genera innovazione. L’innovazione genera opportunità. Per competere con il gigante Sky – che anche senza la serie A avrà modo di dimostrare di essere all’avanguardia nella produzione di contenuti – Dazn è stato costretto a mettere sul tavolo non solo un’offerta economicamente più vantaggiosa rispetto a quella di Sky (840 milioni di euro a stagione contro 750 milioni) ma anche un piano finalizzato a portare nel sistema televisivo italiano una dose di innovazione interessante grazie all’alleanza con Tim. L’innovazione riguarda la possibilità, o se vogliamo la scommessa, di rompere il meccanismo che porta a legare la fruizione del calcio al singolo strumento della tv e l’ambizione della coppia Dazn e Tim è quella di usare i diritti tv per offrire contenuti che siano fruibili su ogni oggetto dotato di uno schermo e di una connessione internet. La concorrenza genera competizione. La competizione genera innovazione. E per capire in che senso l’innovazione genera opportunità occorre aprire la seconda matrioska all’interno della quale si trova un tema apparentemente noioso come il futuro della rete unica. Che c’entra la rete unica con la storia dei diritti tv? C’entra se si sceglie per un istante di spostare l’attenzione dalla dalla sfida più nota tra Sky e Dazn per concentrarsi sul ruolo di un gigante delle telecomunicazioni come Tim. E qui il tema è ovvio, anche se non sufficientemente affrontato: che impatto avrà l’operazione Tim-Dazn sul futuro della rete unica?

 

Nei piani del governo precedente, la rete unica coincideva con l’idea di scorporare da Tim la rete per creare un nuovo soggetto controllato in prevalenza proprio da Tim e partecipato in misura importante dallo stato attraverso Open Fiber e Cdp (che attualmente è azionista sia di Tim sia di Open Fiber). Il nuovo governo, almeno nelle intenzioni, sembra avere abbandonato quel progetto e sembra essere indirizzato verso uno schema di gioco diverso che prevede la possibilità di dare alla rete unica una configurazione simile a quella che ha oggi Terna: un ruolo centrale di Cdp (azionista pubblico di riferimento), un ruolo importante di Tim (azionista privato di riferimento), un ruolo importante del mercato (con possibilità per tutte le tlc di far parte della rete unica). In questo quadro, l’operazione dei diritti tv del calcio rimette il futuro della rete unica nelle mani più del mercato che dello stato perché porterà Tim a muoversi in modo più deciso di un tempo su un tema scottante che è quello della copertura delle famose aree del paese per le quali gli operatori possono maturare l’interesse a investire in reti con più di 100 Mbps soltanto grazie a un sostegno statale. 

 

Problema: per avere più abbonati possibili, Dazn e Tim, il cui successo dipende in parte essenziale anche dal buon funzionamento della banda larga in Italia, dovranno fare di tutto per far sì che nel nostro paese la connessione veloce arrivi a un bacino più grande rispetto a quello di oggi (gli italiani che hanno a disposizione una connessione superiore ai 100 Mbps sono 9,4 milioni, circa il 15 per cento della popolazione). E per fare questo Tim – alla quale l’Agcom ha comunicato l’avvio del progetto di separazione volontaria della rete di accesso fissa nel marzo del 2019 – dovrà ragionare velocemente con lo stato su quale strada seguire: o adottare rapidamente il modello Terna (strada che sponsorizza molto anche l’attuale ad di Cassa depositi e prestiti Fabrizio Palermo, che due giorni fa ha chiuso il bilancio del 2020 di Cdp con un utile pari a 2,5 miliardi di euro, in crescita del 25 per cento rispetto all’anno precedente) o adattare il modello attuale alle esigenze del futuro liberalizzando al massimo le gare per portare nel minor tempo possibile le connessioni veloci anche nelle zone non bianche (quelle cioè dove non arriva una connessione superiore ai 100 Mbps e dove al momento il concessionario unico è una società partecipata da Cdp e da Enel di nome Open Fiber). E questa scelta dipenderà anche da ciò che si troverà nella prossima matrioska che apriranno le società di telecomunicazioni: se concentrarsi un po’ meno sulla gestione della rete (infrastrutture) e un po’ più sulla gestione dei contenuti (programmi) o se scommettere ancora su un modello di business (diffusione dei contenuti legata a un’unica tecnologia) che è già sfuggito nel passato una volta a Mediaset (ricordate i decoder di Mediaset Premium?), una volta a Sky (sono finiti i tempi della parabola) e che potrebbe nuovamente sfuggire nel futuro a chi non capirà che le tecnologie passano (oggi c’è la banda larga, domani ci sarà il 5G) e che le idee invece restano. Si scrive calcio, si legge Italia: il nostro futuro, in fondo, e il futuro del potere italiano passano anche da qui.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.