(foto EPA)

Riaprire ristoranti e musei. Un modello tedesco da seguire

Claudio Cerasa

In attesa dei vaccini di massa, tamponi e via libera ai vaccinati. La "Riapertura sicura" di Boris Palmer, sindaco di Tubinga

Boris Palmer è un famoso politico tedesco, guida dal 2007 una delle città universitarie più importanti della Germania (Tubinga), è uno degli esponenti più noti del partito dei Verdi (Die Grünen) e da qualche settimana si trova al centro del dibattito pubblico del suo paese per via di un programma sperimentale supportato dall’Ospedale universitario di Tubinga che ha un nome evocativo (“Riapertura sicura”) e che ha un fine suggestivo: scoprire se in attesa della vaccinazione di massa esista un modo per governare la pandemia con una soluzione diversa dai lockdown. La soluzione individuata da Boris Palmer è quella di effettuare decine di migliaia di test antigenici ogni giorno sulla popolazione (a Tubinga abitano 89 mila persone) e di permettere a chi esibisce un certificato con tampone negativo effettuato gratuitamente nel corso della giornata in uno dei nove centri allestiti di andare al ristorante, di infilarsi in un bar, di entrare in un negozio, di concedersi un parrucchiere, di tornare al cinema e di frequentare i teatri.

Inizialmente, Palmer, che ha scelto di portare avanti la sperimentazione dal 14 marzo fino al prossimo 18 aprile e che ha potuto pagare i tamponi di massa grazie a un privato che ha contribuito a finanziare il piano, è stato ridicolizzato mentre oggi viene osservato con interesse da tutti coloro che si pongono in fondo la stessa domanda che si è posto Palmer: nello spazio di tempo che ci separa dall’avvenuta vaccinazione di massa è possibile affrontare la pioggia non limitandosi a restare in casa ma provando a uscire di casa con l’ombrello? Negli ultimi giorni, per stessa ammissione di Palmer, i contagi a Tubinga sono aumentati ma non a livello tale da rendere insostenibile l’esperimento e soprattutto, dice il sindaco, sono aumentati a causa di alcuni problemi non legati alle riaperture (ci sarebbero stati alcuni focolai nelle scuole e un focolaio in un centro di accoglienza). Il tempo, ovviamente, ci dirà se l’esperimento merita di essere replicato ma ciò che non si può sottovalutare del modello Tubinga è l’intuizione che parte da un dato di realtà: si può provare o no a uscire con l’ombrello anche se piove?

La risposta a questa domanda dovrebbe essere sì e per tornare all’Italia sarebbe forse opportuno che il governo pensasse a trovare un modo non per fare quello che chiede Salvini, riaprire le gabbie, ma per fare quello che chiede il buonsenso, ovvero cominciare a riaprire al più presto i ristoranti, i negozi e persino i cinema e i teatri riservando per esempio l’ingresso ai vaccinati. Non esiste alcuna ragione per cui chi è stato vaccinato debba continuare a vivere come tutti gli altri, a meno che non si pensi che la circolazione vada limitata fino a che tutti non saranno vaccinati per evitare una qualche forma di discriminazione, e se il modello  Tubinga dovesse rivelarsi efficace non sarebbe neppure uno scandalo consentire le riaperture a quei ristoranti, a quei musei, a quei bar capaci di fare quello che fanno ormai molte farmacie: allestire insieme con l’autorità sanitaria un sistema di tamponi rapidi all’esterno dei propri spazi, tale da permettere di entrare soltanto a chi risulta di essere negativo in quel preciso momento. Non c’è dubbio che un graduale ritorno alla normalità sarà possibile solo quando il grosso della popolazione sarà vaccinato (la normalità che arriva da Israele e che osserviamo con invidia da settimane è una normalità che si è manifestata con una popolazione vaccinata al 51 per cento) ma i mesi che ci separano dal ritorno alla nuova normalità potrebbero essere utilizzati anche per fare una doppia operazione: incentivare i tamponi di massa e consentire all'economia di ripartire senza dover necessariamente aspettare i tempi dei vaccini. Ci proviamo? 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.