Alleati e fighetti: perché la sfida di Letta va oltre il Pd

Claudio Cerasa

La Lega, il M5s, il centro e l'agenda Draghi. Svolte e futuro: è ora di mandare in prescrizione vecchi dogmi e battaglie politiche senza senso

Prima la soglia di smarrimento, poi quella di sbarramento. Le prime due settimane di Enrico Letta come segretario del Pd sono state convincenti: sono state strattonate le correnti del partito, sono stati cambiati i vertici della segreteria, sono stati sostituiti i capigruppo, sono state premiate diverse donne nelle posizioni apicali, sono stati offerti segnali di discontinuità su temi importanti come quelli economici, sono stati lanciati messaggi nuovi su questioni delicate come quella dell’allargamento della tenda e sono state tracciate sul terreno di gioco dell’identità del partito delle linee di demarcazione non banali. Il Pd è più deciso di un tempo nel provare a essere il partito dell’agenda Draghi e sembra essere diventato anche consapevole del fatto che un partito in via di trasformazione come la Lega non va semplicemente combattuto ma va prima di tutto sfidato – nella consapevolezza che almeno per il momento la stagione dei pieni poteri non c’è più e che almeno per il momento non c’è più neppure la stagione dell’anti europeismo.

 

Si dirà: ma che razza di discontinuità c’è in un partito che ha cambiato segretario per emanciparsi dal grillismo e che ora sembra essere intenzionato ad allearsi con il grillismo in un modo ancora più stabile di quello tentanto nel passato? Il paradosso c’è e per utilizzare lo stesso spericolato aggettivo usato da Enrico Letta per sintetizzare il senso del suo incontro con Giuseppe Conte (“un’avventura affascinante”) potremmo dire che l’elemento affascinante della leadership di Letta sarà provare a spiegare una verità che diversi liberali con molte b faticano ad accettare: il problema del rapporto con il M5s, per un partito che vuole essere alternativo al centrodestra, non è se avere un rapporto con il M5s ma è come provare ad averlo e come guidare le danze.

E qui c’è il paradosso: il segretario precedente sognava di costruire un doppio binario con il M5s, alleandosi sui territori per poi correre in modo autonomo alle elezioni puntando sull’approvazione di una legge proporzionale. Letta invece ha scelto di cambiare registro e di tornare a scommettere su un sistema maggioritario che rende così il rapporto con il M5s simile a un abbraccio non passeggero. Il progetto di Letta e Conte sarebbe poco affascinante se fosse un progetto orientato a costruire vendette contro il passato, orientate cioè a dare una lezione al politico che li ha entrambi defenestrati da Palazzo Chigi, ma potrebbe avere un suo fascino se contribuirà ad accelerare un processo necessario che riguarda l’intero arco costituzionale italiano: la necessità di mandare in prescrizione alcune vecchie battaglie politiche fuori dal mondo. L’arrivo del governo Draghi ha proiettato la politica in una fase anomala all’interno della quale non è facile per nessuno costruire la propria identità per contrasto. La maggioranza è diventata molto larga, le battaglie del governo sono in buona parte le battaglie di tutti, i nemici fanno fatica a distinguersi dagli amici, i partiti hanno cambiato configurazione e continuare a osservare in modo dogmatico la politica del 2021 con le stesse lenti del 2018 è un’operazione che non permette di mettere a fuoco la novità della stagione in cui ci troviamo: i vecchi dogmi non esistono più, la politica del contro (e anche quella di centro) funziona poco e per questo i partiti che avranno futuro non saranno quelli che giocheranno con il “mai con” ma saranno quelli che avranno la forza di costruire una nuova identità ispirata all’unico principio di realismo possibile: indicare un sogno, immergersi nel sangue e merda della politica e dimostrare di essere in grado di adattarsi senza dogmi alle trasformazioni imposte da un mondo che cambia. Prima la soglia di smarrimento, poi quella di sbarramento. La sfida di Letta, in fondo, è tutta qui. Good luck.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.