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La fronda spiegata a chi non vuole capirla

Giuliano Ferrara

Si può essere draghisti (e renziani) ma non imbecilli, non ruffiani. Attenti ai meccanismi dell’adulazione di bassa lega e della faziosità belluina 

Qui ci vuole la spiega, per i duri di comprendonio. Si può essere draghiani o draghisti ortodossi, zelanti, della prima ora, sansepolcristi del draghismo, gente che voleva ripartire da Draghi in tempo non sospetto, e si può augurargli il successo, il Quirinale, ogni altro compimento a lui e a tutti noi un buon esito dalle varie crisi sotto la sua guida illuminata. Si può amare la sua formazione, il curriculum, il tono, il bracco ungherese, l’eloquio tranquillo, la campagna umbra, il silenzio, perfino il volto da gesuita classico. Questo però non significa che alla mattina uno si alza e recita tre Draghi noster qui es in coelis (cit. da Twitter), non significa lodare estasiati il fondale blu Madonna della sua conferenza stampa, non implica la svalutazione di un anno e qualche mese di governo contiano della pandemia, il lavoro di Speranza e degli esperti, non significa ignorare l’ovvio, il ritardo contiano del governo dei migliori, le liti contiane, il mezzo condono contiano, i compromessi necessari a qualunque tipo di governo e di maggioranza, e immaginare una campagna vaccinale che passa dall’inefficienza criminale arcuriana (che balla sconsiderata!) all’efficienza beatificante perché un generale degli alpini, esperto di logistica, dà fuoco alle polveri in tv da Fazio.

 
Insomma, si può essere draghisti ma non imbecilli, non ruffiani, non sempliciotti. E’ questo tipo di frondismo, incompatibile con gli ideologismi e le faziosità, che è un carattere indelebile di questo giornale in ogni circostanza, ed è una storica assenza nella pubblicistica italiana del Novecento e oltre salvo note eccezioni, e lo è in particolare da quando lo dirige una giovane promessa che sta passando alla funzione di venerato maestro senza la tappa intermedia del solito stronzo.


 Così pure si può essere genuinamente estimatori di Matteo Renzi, pensare che il suo è stato l’ultimo tentativo di dare un senso non stupidamente bolso e ripetitivo alla politica, di incarnare un progetto mica male, innovare forme e sostanza della politica italiana, tentare una riforma costituzionale da sempre urgente dunque sempre rinviata, si può ammirare malgrado la sua innata verbosità l’outsider che conquista Firenze e poi sbaracca un governo Letta troppo lento con una manovra politica disinvolta e efficace, per fare le nuove regole del mercato del lavoro e tante altre cosucce, avendo capito che certe idee e certe pratiche sbrigativamente liquidate come “di destra” sono proprio l’opposto, e che certe esperienze bisognava emularle non censurarle in nome del comune senso del pudore. Si può al tempo stesso considerare grottesca la fuffa globalmente diffusa per cui l’obiettivo della campagna anticontiana di Renzi era il governo Draghi, ché né Draghi né Renzi sono uomini della Provvidenza divina e Draghi è uscito dal cappello emergenziale di Mattarella e dal buon posizionamento di un Giorgetti; si può moralmente disprezzare chi non capisce che i sauditi sono un interlocutore politico, e accettare perfino che nella demenza maniaca e omicida del capo provvisorio della dinastia c’è una vocazione oscuramente rinascimentale a farsi costruttore di città e di scenari da brivido culturale, e considerare meschine e ridicole le polemiche sulle parcelle del conferenziere, ma non per questo ritenere che quell’intervista a Bin Salman non sia un errore politico patente; si può tifare per il Matteo mattocchio e di talento e tifare contro i suoi tifosi ridotti a fazione o falange fatta di friabile argilla e di parole e concetti vuoti, pedissequi, di amplificazione propagandistica dell’inaudito.

 

Per dire. Radicali e liberali, nella loro campagna spesso anche civettuola e godibile contro i grillozzi, quando non sia inquinata dalla sostanza jacobonica paranoide, sono anche molto divertenti (la Cesaretti su tutti), ma alla fine, per noi che nella bocca di Gribbels siamo “merda liquida”, per noi che certe battaglie le abbiamo combattute per tempo, è lecito anche il sospetto che dall’alto del solito due virgola qualcosa per cento, inevitabilmente, emerga e si spanda un’aura di frustrazione e rivalsa verso quella gentucola che in qualche anno ha fatto il trentadue per cento e, bibitari o no, si è presa l’Italia e senza l’argine della politica se la stava bevendo come un’aranciata Fanta e l’ha portata a Bibbona dal santo protettore degli incompetenti. Draghi, Bisconte e circonvicini: attenti ai meccanismi dell’adulazione di bassa lega e di infima lingua, attenti ai meccanismi della faziosità belluina, del risentimento e della rabbia. Non è così che si capisce la politica, la più alta forma di carità, non un carillon.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.