Il primo incontro del premier con i giornalisti

Tre mesi per far sognare l'Italia

Claudio Cerasa

La normalità può tornare prima del previsto a condizione che il governo capisca che il piano vaccinale non può più essere ostaggio delle regioni. I dati dell’Iss, Draghi e la data  a cui puntare: il 1° luglio

Sognare si può. Nella conferenza stampa di ieri sera, Mario Draghi, rispondendo per la prima volta ai giornalisti nelle vesti di presidente del Consiglio, ha fatto di tutto per provare a spiegare senza spaventare, per provare a informare senza impaurire e per provare a offrire agli osservatori una qualche ragione utile per osservare il futuro con meno pessimismo, con meno terrore, con meno paura e persino con un po’ di ottimismo in più. Per smussare l’allarmismo Draghi ha spiegato che il tempo perso in questi giorni su vaccini può essere recuperato presto, ha lasciato intendere che i lockdown duri che stiamo vivendo in questi giorni potrebbero essere gli ultimi di questa pandemia e ha cercato di indirizzare buona parte delle sue risposte verso un orizzonte della semi normalità. Un orizzonte che potrebbe essere meno distante di quanto crediamo oggi e che costituisce in un certo senso la missione numero uno di questo governo che non è solo vaccinare, vaccinare, vaccinare ma è anche quello di farsi trovare pronti quando l’Italia diventerà come una molla che rilascia energia dopo essere stata compressa. Quel momento arriverà non quando la pandemia finirà ma quando l’Italia si troverà nelle condizioni di considerare la pandemia come un problema secondario. “Le pandemie – ha detto al Financial Times Erica Charters, professore associato di Storia della medicina all’Università di Oxford, anticipando di qualche giorno una ricerca pubblicata ieri da Nature su questo tema, che ha identificato cinque motivi per i quali è “probabilmente impossibile” che si sviluppi un’immunità di gregge che faccia svanire il Covid-19 – finiscono quando passano dall’essere qualcosa di inaccettabile a qualcosa di accettabile”.


E quel punto, nota sempre il quotidiano della City, citando un saggio recente scritto da una studiosa indipendente di nome Kristin Heitman, si manifesta quando “il sentimento di urgenza dell’epidemia è diminuito al punto da far spostare l’attenzione pubblica alle crisi morali e sociali che la malattia ha generato”. Quel passaggio, per il Covid, potrebbe coincidere non tanto con il dovere di fare i conti con le conseguenze della crisi economica (ieri Mario Draghi ha detto di essere pronto a eliminare il blocco dei licenziamenti ma senza esagerare con i tempi) quanto con l’idea difficilmente accettabile di vedere i nostri figli perdere ancora mesi e mesi di istruzione (secondo l’Unicef, sono 168 milioni di bambini in tutto il mondo che hanno rinunciato a quasi un anno intero di istruzione tra il 2020 e il 2021 e sono 114 milioni di posti di lavoro persi nel 2020 secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro). Ma quando sarà possibile dire che l’incubo pandemico che stiamo vivendo potrà considerarsi se non concluso parzialmente superato? Per capire quando potrà arrivare quel momento, in un paese come l’Italia, è necessario prendersi un attimo di tempo e andare a studiare alcuni dati importanti pubblicati pochi giorni fa dall’Istituto superiore di sanità che ha reso noto un rapporto interessante sui dodici mesi di pandemia. Il dato importante non è tanto quello che risalta all’inizio del rapporto – ovvero la distribuzione geografica dei decessi, avvenuta in questi mesi in prevalenza in tre regioni che da sole hanno avuto il 50,4 per cento dei morti per Covid: Lombardia (29,2 per cento), Emilia-Romagna (11 per cento), Veneto (10,2 per cento) – ma riguarda i dati relativi all’età media dei pazienti deceduti positivi pari a 81 anni (e più alta di oltre 30 anni rispetto a quella dei pazienti che hanno contratto l’infezione). L’Iss nota che al 1° marzo 2021 sono 1.055 (l’1,1 per cento) i “pazienti deceduti Sars-CoV-2 positivi di età inferiore ai 50 anni” (e solo 254 di questi avevano meno di 40 anni) ed evidenzia una verità che andrebbe ricordata a tutti i governatori di regione in Italia: se si sommano i decessi degli over 70, si scoprirà che sul totale dei decessi registrati al primo marzo (96.141) vi sono stati 23.311 decessi tra persone che avevano tra 70 e 79 anni, vi sono stati 39.948 decessi tra persone che avevano tra 80 e 89 anni e vi sono stati 12.997 decessi tra persone che avevano più di 90 anni. Significa che il 98 per cento dei deceduti per Covid registrati in questi dodici mesi ha avuto più di 70 anni. E significa che mai come oggi per tornare alla normalità è necessario che il governo centrale metta in atto un whatever it takes per evitare che le regioni continuino a scegliere in modo autonomo le categorie giuste da vaccinare a prescindere dalla loro età (all’inizio della scorsa settimana, tanto per fare un esempio, in Toscana su 458.184 vaccinazioni gli over 80 vaccinati sono stati 62 mila, gli operatori sanitari vaccinati sono stati 220 mila, mentre 8.500 sono stati gli operatori degli uffici giudiziari vaccinati e 7.500 le “persone particolarmente fragili”). Non aver vaccinato tutti gli over 80 e gli over 70 italiani subito, superando con tutti i mezzi a disposizione il federalismo sanitario, è stato forse il principale errore commesso in questi mesi di campagna vaccinale. E il fatto che le regioni possano continuare a fare quello che vogliono, inserendo nella lista delle proprie priorità sindaci, giornalisti, magistrati, avvocati, è una pazzia che, come ha riconosciuti ier anche Draghi, vale la pena affrontare di petto per una ragione semplice: il dramma della pandemia finirà quando il numero di morti quotidiano non sarà così differente da quello di un’influenza e per arrivare a quel momento occorre che la politica capisca che il modo più intelligente per fare i vaccini non è somministrarli ad alcune categorie piuttosto che ad altre ma è somministrarli semplicemente alla popolazione più fragile. Entro il secondo trimestre 2021 l’Italia avrà una disponibilità di 38,5 milioni di dosi Pfizer e Moderna, sufficienti a vaccinare oltre 19 milioni di persone. A questi numeri dovrebbero essere aggiunte le 7,3 milioni di dosi di Johnson & Johnson che essendo monodose porterebbero la copertura potenziale oltre i 26 milioni di persone. Poi ci sono i 10 milioni di dosi del vaccino AstraZeneca, con le quali si possono vaccinare altre 5 milioni di persone. In Italia ci sono 14 milioni di over 65. Due milioni di over 80 sono stati già vaccinati. Un governo ambizioso non è quello che promette di uscire presto dalla pandemia ma è quello in grado di promettere che dal 1° luglio l’Italia uscirà dall’incubo per entrare in una nuova normalità. La fine non è lontana. Niente paura e niente angoscia: oggi sognare si può. 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.