Come si diventa il partito di Draghi

Claudio Cerasa

Il M5s, la Lega, il centro. Perché il guaio del Pd non riguarda la presenza delle correnti, ma l’assenza del coraggio. Come usare il cacciavite di E. Letta per innovare e non più per restaurare

Da domenica prossima, il cacciavite di Enrico Letta, che nel 2014 venne schiacciato dal brutale trapano di Matteo Renzi, diventerà lo strumento con cui il Partito democratico proverà a stringere le viti delle sue fragilissime ruote. Letta non è un leader carismatico ma è un leader che oggi potrebbe interpretare bene uno spirito del tempo che, anche come reazione alla stagione dell’isteria populista, sembra essersi a poco a poco impossessato di un’estetica della nuova politica, ancora prima dell’arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi: misura, essenzialità, moderazione, correttezza politica e molti sobri maglioncini con il collo a V buoni per evitare di mostrare le magliette McKinsey (si scherza). Il profilo, la storia e il curriculum di Letta – forse il più tecnico fra i politici, così come Draghi è probabilmente il più politico fra i tecnici – sono da soli un programma esaustivo di ciò che potrebbe essere il programma del nuovo Pd e sono la dimostrazione pratica di come il Partito democratico potrebbe passare, con un piccolo ma essenziale colpo di cacciavite, dall’avere come punto di riferimento fortissimo l’avvocato Giuseppe Conte all’avere come punto di riferimento fortissimo il professor Mario Draghi. Provare a diventare il partito centrale del governo Draghi è certamente la missione numero uno del Pd di Enrico Letta ma la missione, per quanto necessaria, non è sufficiente per spiegare quali possono essere i fatti nuovi che dovrebbe portare con sé il nuovo corso democratico. E se si vuole ragionare su quella che potrebbe essere la “Letta via” occupandosi non della fuffa (cioè la fine delle correnti) ma della sostanza (cioè il riassetto del contenitore) ci sono almeno tre discontinuità a cui il Pd guidato da Letta dovrebbe puntare. La prima è una discontinuità più di forma che di sostanza: il prossimo segretario del Pd, per la disperazione del partito dei libbberali, non taglierà i ponti con il M5s ma potrà invece riequilibrare il rapporto con il M5s facendo passare il Pd all’interno della coalizione di centrosinistra dallo status di junior partner (facciamo senza troppe storie quello che dite voi) a quello di senior partner (dovete fare senza troppe storie quello che vi diciamo noi). Il secondo elemento di discontinuità necessario riguarda un tabù che presto o tardi il Pd dovrà affrontare ed è quello che ha a che fare con il rapporto da costruire con la Lega: il prossimo segretario del Pd, per la disperazione della sinistra che piace alla gente che piace, non potrà limitarsi a essere semplicemente un argine contro il centrodestra ma dovrà trovare un modo per non farsi scippare dalla Lega il rapporto con i ceti produttivi (chi lo guida il nord?) e per costruire allo stesso tempo un dialogo costruttivo e inevitabile con l’ala più europeista del partito di Salvini e di Giorgetti (si può escludere che la collaborazione al governo sia un fenomeno passeggero?).

 

Il terzo elemento di discontinuità necessario riguarda un altro tabù che il Pd di Letta dovrà affrontare ed è quello che ha a che fare con il famoso e famigerato aggregato di centro. Se Letta riuscirà a invertire l’equilibrio del rapporto di coppia con il M5s, trasformando il M5s nella costola di sinistra del Pd e riportando verso il centro il Pd, si potrebbero creare le condizioni giuste per svuotare di significato i progetti centristi e riportare anche gli ex democratici all’interno del perimetro del Pd. Per farlo non serve cambiare nome al partito (diversi esponenti di primo piano del Pd vorrebbero, sciaguratamente, chiamare il Pd “Democratici”, senza più partito) ma serve trovare una nuova identità. Il cacciavite di Letta, dunque, può essere utilizzato per restaurare o per innovare. E per innovare il prossimo leader del Pd avrà il dovere di usare il linguaggio della verità, ammettendo che il problema del Pd non ha a che fare con la presenza di correnti ma più semplicemente con l’assenza di coraggio. Buon cacciavite.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.