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L'arte di governare le delusioni

Claudio Cerasa

Le scuole dovevano restare aperte e ora chiuderanno. La Pa doveva emanciparsi dai sindacati e ora ci si ritrova a braccetto. C’è un altro test per Draghi: cambiare l’Italia schivando l’agenda dell’impossibile

Il governo Draghi è certamente la cosa migliore che potesse capitare a un paese come l’Italia desideroso di affrontare con ambizione alcune sfide cruciali per il nostro futuro. Ma come spesso succede ai sogni più belli, il passaggio dalla dimensione onirica a quella reale non è, per così dire, privo di ostacoli. E a un mese esatto dalla nascita del governo è difficile non notare che in mezzo a mille progetti da sballo e in mezzo a mille svolte da urlo vi sia anche qualcosa che, impercettibilmente, inizia a sfuggire di mano, a quello che è probabilmente l’esecutivo più forte d’Europa.

   

La politica, diceva Otto von Bismarck, è l’arte del possibile, nonché la scienza del relativo, ma la politica, come è noto, è anche l’arte del sapersi adattare alle delusioni generate dall’inevitabile incontro dei politici con la realtà. Se ne sono accorti in questi anni giganti come Emmanuel Macron, le cui promesse riformatrici non si sono tradotte sempre con costanza in riforme da sballo (un anno fa, dopo trentotto giorni di scioperi contro la riforma delle pensioni, il governo francese ha scelto di riformare le pensioni a metà, per non parlare, siamo al 2019, di alcune vittorie dei gilet gialli sull’aumento delle tasse sui carburanti). E se ne è accorta persino Angela Merkel che meglio di chiunque altro, adattandosi alla grande ad alcune svolte necessarie generate dall’inevitabile incontro con la realtà, tra un mandato e l’altro è passata dall’essere una fiera teorica dell’austerità all’essere una grande teorica della flessibilità.

   

E Draghi? Ci sarà tempo per misurare la sua capacità di ottenere buoni risultati. Ma buona parte del successo del governo Draghi sarà legata a una prerogativa essenziale del mondo che viviamo: riuscire ad adattarsi a un mondo che cambia sapendo modulare le proprie premesse a una realtà che in diverse circostanze può rendere difficile la realizzazione anche delle idee migliori. E in questo senso, un mese dopo la nascita del governo ci sono almeno tre terreni di gioco sui quali le promesse da sogno contenute nel discorso inaugurale del presidente del Consiglio faticano a imporsi sulla realtà.

   

La prima promessa riguarda la scuola. Draghi aveva garantito che l’Italia aveva il dovere di “tornare rapidamente a un orario scolastico normale, anche distribuendolo su diverse fasce orarie, per recuperare le ore di didattica in presenza perse lo scorso anno” e aveva promesso, lasciando intendere che le scuole si sarebbero dovute tenere aperte fino al termine di giugno, che avrebbe rivisto “il disegno del percorso scolastico annuale”. E invece oggi l’Italia, a un mese da quelle parole, si trova da un lato, causa variante del virus, a sacrificare nuovamente la scuola in presenza (dalla prossima settimana in metà Italia saranno chiusi anche gli asili e le elementari) e dall’altro, causa variante del sindacato, a sacrificare la promessa di tenere aperta la scuola fino a giugno (forse si riaprirà a settembre un po’ prima; forse) e a sacrificare la possibilità di scommettere sempre più sul merito riproponendo per esempio le prove Invalsi cancellate lo scorso anno a causa della prima ondata (il primo atto del ministro Bianchi è stato quello di confermare la prova Invalsi come un non requisito d’accesso).

 

La seconda questione riguarda una promessa in parte disattesa dal governo almeno nella declinazione di un metodo: le scelte coraggiose. Nel suo discorso di insediamento, Draghi aveva ricordato che l’espressione più alta e nobile della politica è quella che “nei momenti più difficili della storia si è tradotta in scelte coraggiose”. E se si vuole essere puntigliosi fino in fondo occorre dire che nel primo decreto fatto dal governo (27 febbraio) le scelte coraggiose ci sono state a metà: le chiusure necessarie, pur in presenza di un inesorabile trend di contagi al rialzo, sono state rinviate nel tempo e il risultato è che il governo adotterà oggi 12 marzo misure che avrebbe potuto adottare già lo scorso 27 febbraio.

   

La terza promessa su cui varrà la pena vigilare ha a che fare con la prima riforma ufficiale del governo Draghi, presentata dal presidente del Consiglio due giorni fa insieme con il ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta. 

   

E per quanto il piano presentato dal governo sia molto ambizioso è difficile dare torto a chi nota che il messaggio mediatico veicolato dall’annuncio della riforma contenga anche un problema: assecondare l’idea che, come scrive oggi sul Foglio Pietro Ichino, “le cose che vanno fatte per far funzionare meglio le amministrazioni pubbliche si possono fare soltanto con l’accordo dei sindacati: di quegli stessi sindacati che rifiutano nei fatti la valutazione della performance delle amministrazioni e dei loro addetti, amano il management deresponsabilizzato che abdica alle proprie prerogative, rivendicano aumenti uguali per tutti”. I successi del governo Draghi arriveranno certamente presto. Saranno legati alla capacità del nostro paese di governare bene la terza ondata (da lunedì mezza Italia sarà rossa, compreso il Lazio), di farsi trovare pronto quando i vaccini saranno copiosamente disponibili (da aprile il problema sarà come vaccinare velocemente, non come avere velocemente i vaccini) e di scrivere bene il Recovery plan (che accompagnerà i governi italiani per i prossimi sei anni). Ma il successo del governo Draghi dipenderà anche da un altro fattore: non solo offrire una prospettiva da sogno all’Italia (il ritorno alla normalità, il ritorno della crescita, il ritorno alla vita) ma saper maneggiare l’arte del possibile, evitando di illudere il paese con una seduttiva ma pericolosa agenda dell’impossibile. Claudio Cerasa

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.