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Un Sì antipopulista

Pietro Ichino

Favorevole, ma non per le ragioni del M5s. Il taglio dei parlamentari è riformismo dai tempi di Prodi

Il problema politico maggiore di questa campagna referendaria – per chi voglia collocarsi in una linea di continuità con il migliore riformismo costituzionale dell’ultimo mezzo secolo – consiste nel chiarire che i motivi seri del “sì” sono tutt’altri rispetto a quelli che mossero inizialmente il M5s a promuovere con la Lega la legge costituzionale ora sottoposta al giudizio del popolo.

 

In primo luogo non può essere un motivo serio quello del risparmio di denaro pubblico: il Parlamento oggi costa complessivamente al paese circa un miliardo e mezzo, ma una volta tagliato un terzo dei suoi membri i suoi costi non si ridurranno in proporzione, bensì molto meno, perché la struttura amministrativa del Senato e quella della Camera resteranno quelle che sono.

 

L’altro motivo sbandierato originariamente dal M5S era quello di infliggere un duro colpo alla “casta”. Ma se proprio di “casta” vogliamo parlare, la più temibile non è quella che siede in Parlamento sotto i riflettori dei media e soggetta periodicamente al vaglio elettorale, bensì quella dei molti dirigenti e funzionari inamovibili delle due Camere e dei ministeri, le cui cariche – anche per la protezione offerta da una Corte costituzionale con loro molto sintonica – non hanno limiti di durata; o quella dei boiardi che con pochissima trasparenza occupano la miriade di grandi e piccole poltrone degli enti pubblici e delle imprese controllate da governo, regioni e comuni. Anche lì – in particolare nel settore delle società controllate – un taglio drastico, non solo di poltrone, è stato deciso da una legge (questa voluta dal governo Renzi); ma non è stato attuato neppure in minima parte; e i giustizieri del M5s non sembrano affatto intenzionati a occuparsene. Vogliamo invece ritornare a parlarne?

 

Tutto ciò per dire che della diminuzione del numero dei parlamentari decisa definitivamente dal Parlamento nell’ottobre scorso dispiace il movente originario. Dispiace, poi, la debolezza della sua carica riformista: che si sia scelto, cioè, di diminuire il numero dei parlamentari senza modificare corrispondentemente la rappresentanza delle regioni nell’elezione del capo dello stato, e soprattutto senza diminuire il numero delle Camere cui spetta dare la fiducia al governo: quella sì era la riforma necessaria (ed è stata sciaguratamente bocciata il 4 dicembre 2016). Detto tutto questo, va però anche detto che gli alti lai levati in questi giorni da sinistra e partito radicale contro la riduzione di deputati e senatori, le denunce di questa come una “ferita inferta alla Costituzione”, le preoccupazioni per il rischio di strangolamento delle minoranze, cozzano contro il fatto che una riduzione simile dei parlamentari era già prevista nel programma di governo dell’Ulivo, col quale nel 1996 Romano Prodi e Walter Veltroni batterono il centro-destra di Silvio Berlusconi; e, anche se con una distribuzione diversa, era prevista all’incirca nella stessa misura nella riforma costituzionale sostenuta dal centro-sinistra guidato da Matteo Renzi e bocciata da un fronte conservatore bi-partisan, da D’Alema e Bertinotti a Berlusconi e Salvini, passando per lo stesso M5s. Riforma costituzionale modesta e monca, dunque, questa su cui voteremo il 20 settembre; ma pur sempre appartenente da decenni al patrimonio programmatico del centro-sinistra. Dovrebbe preoccuparci, semmai, la prospettiva che dopo le bocciature del 2006 e del 2016, da una terza bocciatura consecutiva possa derivare una pericolosa delegittimazione del Parlamento come istituzione rappresentativa: per la terza volta di fila il referendum cancellerebbe una legge costituzionale approvata da ciascuna delle Camere in duplice lettura, a maggioranza assoluta degli aventi diritto al voto. E rafforzerebbe l’idea di una insuperabile refrattarietà dell’Italia a qualsiasi riforma costituzionale incisiva. Mentre, al contrario, l’entrata in vigore di questa legge costituzionale allargherebbe lo spazio politico per un discorso di riforma istituzionale di più ampio respiro, del quale il paese ha gran bisogno: non dimentichiamo che anche la maggior parte delle forze politiche schierate per il “no” il 4 dicembre 2016, da D’Alema a Berlusconi, proclamava la necessità e la possibilità della trasformazione del Senato in Camera delle autonomie, con attribuzione alla sola Camera dei deputati del potere di dare e togliere la fiducia al governo.
Non riesco a condividere le preoccupazioni espresse da più parti – e in particolare da Emma Bonino e Benedetto Della Vedova – circa la minore capillarità che ne risulterà nella rappresentanza parlamentare dei territori. Quando questo taglio entrerà in vigore, il rapporto numerico tra membri del Parlamento e cittadini sarà in linea con la media di quelli degli altri maggiori paesi europei (oggi è nettamente superiore) e resterà comunque molto più alto rispetto a quello statunitense.

 

Un’ultima modestissima osservazione personale: l’esperienza delle tre legislature nelle quali sono stato parlamentare mi ha convinto che, soprattutto alla Camera, la riduzione di un terzo dei parlamentari gioverebbe non poco alla qualità del dibattito politico e rafforzerebbe non poco la posizione dei parlamentari stessi nei confronti dei rispettivi apparati di partito.

 

Insomma, vedo molte più conseguenze politiche negative in un successo del “no” il 20 settembre prossimo – in particolare il rischio di avvitamento del paese in una spirale conservatrice, il trionfo dell’immobilismo – che rischi seri per la democrazia in un successo del “sì”. Il quale potrebbe invece innescare una stagione di altri mutamenti del nostro sistema istituzionale sempre più arrugginito, anche assai più importanti del taglio dei parlamentari che ora siamo chiamati a confermare.

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