(foto LaPresse)

il parlamento contro il guardasigilli

Così Bonafede è arrivato a minacciare la crisi di governo

Valerio Valentini

Nel segreto dell'urna, Pd e Iv si sono ribellati al ministro giustizialista impallinando Grasso e Perantoni. E il capo delegazione grillino disse: "Rimandiamo o qui viene giù tutto"

Roma. Il giorno dopo, anche le imboscate sembrano meno casuali. “Viene il dubbio che qualcuno abbia voluto lanciare un messaggio al ministro Bonafede”, dice Federico Fornaro, capogruppo di Leu alla Camera, riflettendo sulle trame che mercoledì sera, a Palazzo Madama, hanno portato all’impallinamento di Pietro Grasso, candidato alla presidenza della commissione Giustizia del Senato, l’unica rivendicata dai bersaniani. “Del resto – prosegue Fornaro – non credo sia una coincidenza se in entrambe le Camere, in Giustizia, c’è stato subbuglio”.

 

No, certo che non lo è. “Grasso è semmai uno degli elementi di questa ricetta che per noi è indigesta”, spiega Pierantonio Zanettin, deputato di Forza Italia. Che, come i suoi colleghi di centrodestra, prima di bere l’amaro calice del giustizialismo ha tentato, come ha potuto, di ribaltare il tavolo. Al Senato l’eco delle urla, delle offese che grillini e democratici si rivolgevano a vicenda, e tutti poi le riversavano contro i traditori del Misto e gli eterni sospettati di Italia viva, rimbalzavano ancora tra le mura dei corridoi: perché l’ex magistrato, figura autorevole che già aveva presieduto l’Assemblea, sembrava appunto intoccabile. E invece, nel segreto dell’urna, era caduto. A conti fatti, un pezzo di maggioranza gli aveva preferito nientemeno che un leghista, quell’Andrea Ostellari che, muovendosi con passo felpato per settimane, aveva fiutato che c’era molta insofferenza. “Perché Grasso sarà pure autorevole, ma è un giustizialista peggio dei grillini”, gli aveva detto un senatore dem giorni addietro. E allora Ostellari c’aveva iniziato a credere. E quando lo spoglio ha dato consistenza alle sue velleità, è subito partita la caccia al colpevole. Mario Giarrusso, ex grillino finito nel Misto, giura che no, “io non c’entro”. Giuseppe Cucca, avvocato renziano, immaginando che sarebbe subito finito nel registro degli indiziati, s’è affettato a fornire prove inconfutabili della sua fedeltà alla linea (ché del resto nessuno vieta, a Palazzo Madama, di fotografarsi nell’atto del voto). Ma insomma questo clima di sospetti conferma che sì, le manovre per azzoppare Grasso erano in corso da tempo: e a confermarlo, per giunta, sono arrivate le esultanze un po’ sguaiate che nel frattempo esibivano nel gruppo del Pd (“Noi ne abbiamo eletti quattro su quattro”, rivendicava Marcucci), insensibili al malumore altrui.

 

E mentre ancora si cercava il colpevole, mentre Roberto Speranza abbandonava con plateale sdegno il Cdm in segno di protesta, nel cortile di Montecitorio Alfonso Bonafede vedeva precipitare gli eventi sulla sua testa, e allora inseguiva il capogruppo dem Graziano Delrio: “Rimandiamo le votazioni qui alla Camera, o qui viene giù tutto”. Perché il significato di tutto quel trambusto era chiaro perfino a lui, che pure da mesi s'ostina a ignorare il malcontento dei gruppi parlamentari: “Se saltano entrambe le commissioni Giustizia, sia alla Camera sia al Senato, si rischia la crisi di governo”. E allora toccava al capogruppo del M5s, Davide Crippa, e al ministro per i rapporti col Parlamento Federico D'Incà, grillino pure lui, puntellare un accordo che non poteva essere rimesso in discussione, perché rinviare all'ultimo minuto le votazione per il rinnovo delle presidenze di commissione avrebbe portato a un'ulteriore escalation di tensioni, un aumento di entropia nel Transatlantico che nessuno poteva dire dover avrebbe portato, e che di certo avrebbe fatto contento chi, come Luigi Di Maio, assisteva a quel subbuglio con l'aria sorniona e distaccato di chi si gusta uno spettacolo

Ma la palla già correva sul piano inclinato. E il disegno per cui da settimane trafficava nell’ombra Enrico Costa, deputato di FI dalle trasversali simpatie, si delineava. E così su Catello Vitiello, deputato campano eletto col M5s e poi espulso in quanto “massone in sonno”, dunque entrato nella pattuglia renziana, confluivano i voti delle opposizioni. Ventuno in tutto, bastevoli a costringere il candidato grillino – quel Mario Perantoni scelto dopo una tribolata consultazione interna ai cinquestelle e da tutti considerato esempio limpido della loro fregola forcaiola – al secondo turno. E nel ballottaggio accadeva che anche un deputato del M5s, anche uno del Pd, s’accodavano alla marcia del centrodestra, propiziata anche dal renziano Cosimo Ferri, col solo scopo di dare un colpo al giustizialismo di moda a Via Arenula. “Se Iv vuole essere davvero l’anima garantista della maggioranza, questa è la sua occasione”, dicono all’unisono Zanettin e Costa. 

 

 

Poi il resto è un susseguirsi di mezzi parapiglia: Vitiello viene eletto, Bonafede si attacca al telefono, il ministro per i Rapporti col Parlamento D’Incà grida al tradimento, la Boschi intima allora al suo deputato di dimettersi: “Così metti a repentaglio l’accordo su Marattin in commissione Finanze”, lo rimbrotta. E magari a qualcuno pare un poco recitato, quello stupore della capogruppo di Iv. Senonché di lì a pochi minuti arriva anche Ettore Rosato che, con modi appena meno signorili, afferra Vitiello per il bavero e ci manca poco che lo sbatta al muro. Il malcapitato allora si ritira, lascia il posto a Perantoni. Tutti si ricompongono, ma a Bonafede fischieranno le orecchie per parecchie ore.