Il deus ex machina non c'è. Il pasticcio su Autostrade

Giacinto Della Cananea

La notte non porta consiglio. Soluzione tardiva, presa con la pistola alla tempia del concessionario. Servono crescita e certezza del diritto: la baruffa su Aspi scoraggia gli investimenti esteri

Nell’antico teatro greco, a volte era una circostanza imprevedibile o l’intervento inaspettato di un soggetto esterno - il deus ex machina - a risolvere una situazione ingarbugliata, a sciogliere un dilemma. È quel che è accaduto nel corso della riunione (ancora una volta) notturna del Consiglio dei ministri?

 

Il comunicato stampa di Palazzo Chigi rende noto che, dopo l’informativa del ministro delle Infrastrutture, sono state ricevute da parte di Autostrade due ulteriori proposte riguardanti “un nuovo assetto societario di Aspi e nuovi contenuti per la definizione transattiva della controversia” innescata dall’avvio del procedimento volto alla revoca della concessione. Sulla base di tali proposte, che includono la definizione di un nuovo assetto societario con l’immediato passaggio del controllo di Aspi alla Cassa depositi e prestiti e la rinuncia di Aspi “a tutti i giudizi” in corso, il Consiglio dei ministri ha avviato l’iter per la definizione della transazione.

 

Può senz’altro dirsi, quindi, che sia prevalsa la linea del negoziato, in contrapposizione alla richiesta, avanzata da più parti, di revocare la concessione a suo tempo rilasciata ad Aspi. È stato così scongiurato il rischio del contenzioso e con esso il pericolo, sottolineato dall’Avvocatura dello Stato, che l’eventuale annullamento dei criteri stabiliti dal decreto – legge di fine anno – comportasse oneri elevatissimi per le finanze pubbliche italiane.

 

Non si è trattato, però, dell’intervento del deus ex machina, per tre motivi. Il primo è che l’opzione negoziale era da tempo sul tavolo e nessuna delle parti aveva interesse a protrarre il fin troppo lungo stato d’incertezza. Che tale opzione sia alla fine prevalsa, se la transazione sarà definita e il nuovo assetto societario sarà perfezionato secondo le linee prima indicate, è senz’altro merito del presidente del Consiglio e dei ministri che si sono sforzati di evitare il ricorso a misure mosse soltanto da intenti punitivi nei confronti di quanti tuttora controllano la società. Il secondo motivo è che è stato un peculiare negoziato, quasi con una pistola alla tempia del concessionario. Ciò difficilmente può rassicurare gli investitori esteri. Infine, l’accordo segna soltanto la fine d’un pericoloso stallo. Nell’Italia del ventunesimo secolo, affetta da un problema di crescita, vi è bisogno della certezza del diritto e di investimenti pubblici, per tentare di ridurre il divario per molti accumulato rispetto ai principali partner europei. Molto, moltissimo, resta da fare.

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