Abrogare Giorgetti

Valerio Valentini

Così Claudio Borghi, su euro e pareggio di bilancio, vuole abbattere la linea del numero due della Lega. E Salvini?

Roma. Uno dice al Wall Street Journal che dall’euro non si può uscire, punto e basta. L’altro lavora proprio per quell’obiettivo. L’uno prova a dare una veste di credibilità a un partito osservato con un misto di curiosità e timore dalle diplomazie americane. L’altro conferma che il programma della Lega sempre quello è: sfasciare i conti (e l’euro). Difficile a credersi, ma Giancarlo Giorgetti e Claudio Borghi stanno nello stesso partito: e nel mezzo c’è Matteo Salvini, che poi del partito sarebbe il “Capitano”, che non sa bene da che parte andare.

 

E così si scade nel grottesco. Succede infatti che martedì scorso Giorgetti si alza nell’Aula di Montecitorio per difendere quello che lui ritiene ancora oggi un suo successo: la legge 243 del dicembre 2012. Quella, cioè, che introdusse il pareggio di bilancio in Costituzione e di cui Giorgetti, all’epoca presidente della commissione Bilancio alla Camera, fu relatore. E succede che due giorni dopo Borghi, che presidente della commissione Bilancio lo è ora, si scagli su Twitter contro quella stessa norma: “Certo che difendere una legge sul pareggio di bilancio il giorno in cui si fa un decreto (insufficiente) di 55 miliardi in deficit è un po’ bizzarro”. E del resto Borghi, nello smantellare ciò che Giorgetti è tuttora orgoglioso d’aver costruito, non si limita certo alle intemerate sui social. Il 25 marzo scorso ha depositato una proposta di legge, firmata da lui e dal capogruppo Riccardo Molinari, finalizzata all’“eliminazione del principio del pareggio di bilancio”. A quell’obiettivo ci si arriverebbe, a giudizio di Borghi e Molinari, modificando gli articoli 81, 97 e 119 della Costituzione. “Da tali modifiche – si legge nella proposta – discende anche necessariamente l’abrogazione della legge 24 dicembre 2012, n. 243”. Cioè, quella di cui Giorgetti si fa vanto.

 

L’orgoglio dell’ex sottosegretario a Palazzo Chigi, in verità, starebbe nell’essere riuscito, nel 2012, a introdurre il concetto di “equilibrio di bilancio”, e non quello di “pareggio di bilancio”. Così, insomma, i leghisti dicono di aver scongiurato il rischio dell’obbligo del pareggio nominale. Ma non è così. Perché quello di fare riferimento al principio di “equilibrio” e di “stabilità” di bilancio, e non già di pareggio, rappresentò, nel 2012, una scelta praticamente unanime del Parlamento. E lo dimostra, tra le altre, anche la proposta di legge depositata dall’allora senatore Stefano Ceccanti, del Pd. In ogni caso, non è solo sulla base di un principio costituzionale che si può o non si può fare deficit: l’introduzione di quella modifica alla Carta, fortemente voluta da Giulio Tremonti, servì semplicemente a recepire il Fiscal compact. E allo stesso modo abrogarlo, oggi, come il capogruppo del Carroccio alla Camera vorrebbe fare insieme a Borghi, non sarebbe altro che un modo per aprire un pericoloso conflitto con Bruxelles e allarmare i mercati, e in definitiva spingere l’Italia sull’orlo dell’uscita dall’euro. Proprio quello che Giorgetti dice che non si possa fare, e che evidentemente Borghi e Molinari continuano a sognare. E Salvini, in tutto ciò, con chi sta? Col suo vicesegretario che difende il pareggio di bilancio, o col suo capogruppo alla Camera e il suo presidente di commissione Bilancio che vogliono abrogarlo? Chissà. Forse un indizio utile a capirlo sarebbe la nomina del nuovo capo del dipartimento Economia della Lega. Che però, guarda caso da ormai quasi quattro mesi, resta vacante.