Il premier Giuseppe Conte (foto LaPresse)

Conte, Draghi, Europa. Così il Covid riscriverà i destini della politica

Salvatore Merlo

Il virus può consolidare la tessitura di Mattarella o mandare tutto all’aria, far vincere Zaia su Salvini o eclissarlo

Roma. Avvezzi a fidarsi degli esperti di comunicazione e dei sondaggisti, degli ingegneri sociali e degli addetti stampa da grande fratello, con raccapriccio i politici italiani devono forse adesso accettare che il destino e le traiettorie di ciascuno di loro vadano lette e studiate attraverso le lenti di un microscopio molecolare, seguendo cioè il misterioso andamento virale del contagio da Covid-19. Luca Zaia, per esempio, si staglia ora come l’alternativa a Matteo Salvini, e a tutti appare il leader della Lega come dovrebbe essere, addirittura un candidato presidente del Consiglio, un ministro del futuribile governo di Mario Draghi, il capo della coalizione di centrodestra, un salvatore della patria. Eppure, appena qualche mese fa, prima che dimostrasse il piglio del guerriero vittorioso, il governatore veneto era soltanto e ancora quello che, con il Covid lontano, diceva: “Penso che la Cina abbia pagato un grande conto in questa epidemia perché li abbiamo visti tutti mangiare i topi vivi o cose del genere…”.

 

Gli italiani che ora lo rispettano a quei tempi ridevano, quelli che oggi applaudono ieri fischiavano. E si capisce allora che ogni cosa è ribaltabile nello spazio d’uno starnuto. Il virus dà, ma può anche togliere. Cosa succederebbe se in inverno, dopo che Zaia si è battuto per riaprire tutto nella sua regione, il contagio riprendesse? Sarebbe Zaia, che oggi litiga con i colleghi della Lombardia proprio per questo motivo, ancora l’eroe eponimo d’una riscossa locale e nazionale? E se invece la timidezza lombarda, tra qualche mese, premiasse Attilio Fontana, oggi consegnato (e a ragione) al ruolo del fellone soccombente e inadeguato?

 

E insomma alla fine sarà probabilmente il virus con la sua mostruosa e inattesa mutevolezza a stabilire ancora una volta le gerarchie, a determinare la fortuna o la sfortuna degli attori sul proscenio, degli emersi e degli emergenti, di Salvini che teme di scomparire ed è infatti preoccupato da Giorgia Meloni, di Conte che vorrebbe restare ma vede l’ombra di Draghi, di Nicola Zingaretti che vendemmia sondaggi ma osserva le mosse di Stefano Bonaccini ed Enrico Rossi, che sono i due Zaia del Pd, cioè i due presidenti di Emilia e Toscana che per bravura o fortuna hanno contenuto l’epidemia. Nulla è prevedibile, nessun colpo di scena può essere escluso, il rovescio è dietro l’angolo perché ogni cosa poggia sugli instabili fermenti del Covid, tra grassi, Rna e proteine.

 

Il virus può abbattere il governo e consegnare il paese all’unità nazionale, può consolidare la lenta tessitura di Sergio Mattarella o mandare tutti i piani all’aria, può scacciare il sovranismo consegnandolo al ricordo di una moda lontana o spintonare l’Italia lontano dall’Europa. E forse mai prima d’oggi nella storia della Repubblica, la politica, il governo e gli orizzonti identitari del paese sono così tanto dipesi da una variabile così sfuggente ed estranea, più aliena della speculazione finanziaria, più invisibile dello spread, più pervasiva delle ingerenze russe e americane, più imprevedibile del terrorismo, qualcosa che non ha proprio nulla di umano.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.