Dagli al tecnico

Luciano Capone

Da Garofoli a Rivera. I disastri prodotti dalle campagne contro le figure apicali della Pa. Storie da un paese impazzito

Roma. C’è chi ha trovato un nuovo nemico del popolo. E’ un perfido “super-burocrate” che, non si sa perché, impedisce al governo di dare risorse alle imprese martoriate dalla crisi che invocano liquidità. Questa figura sadica, oggetto di una campagna del quotidiano la Stampa che riporta la linea politica del M5s, sarebbe il direttore generale del Tesoro Alessandro Rivera, che ha anche la grave colpa di rappresentare l’Italia nel Board of directors del Mes (“sul Fondo salva-stati come sul debito Rivera è portatore di una linea tradizionale”, è il capo di imputazione). Ma no si comprende bene il senso delle accuse rivolte a Rivera, quali sarebbero gli “ostacoli” che frapporrebbe all’erogazione della liquidità alla imprese. In primo luogo perché non sembrano esserci divergenze sulla manovra anticrisi, ma soprattutto perché generalmente questo tipo di resistenza sui saldi e sulle coperture la fa la Ragioneria dello stato che si occupa di “bollinare” i provvedimenti e non il Tesoro. In ogni caso, additare al pubblico un singolo funzionario, con nome e cognome, come responsabile dei ritardi nell’erogazione delle risorse può essere pericoloso in un periodo critico e teso come questo.

  

Le campagne politico-mediatiche contro alcune figure apicali della Pubblica amministrazione non sono nuove. Sono una strategia collaudata, largamente usata in epoca gialloverde, che è servita a far saltare molte teste non allineate: Tito Boeri, Daniele Franco, Roberto Garofoli, Mario Nava. Era la famosa “megavendetta” contro i “pezzi di merda del Mef” – così Rocco Casalino, portavoce del premier Giuseppe Conte, in un audio diffuso via Whatsapp.

“Abbiamo bisogno di persone di fiducia, non di vipere in posti chiave del Mef e della Ragioneria”, disse il M5s appena arrivato al governo, quando l’allora vicepremier Luigi Di Maio accusò una “manina” di aver modificato la relazione tecnica del decreto dignità. Sul banco degli imputati c’era il Ragioniere dello Stato Daniele Franco, attuale direttore generale della Banca d’Italia. Una delle prime vittime delle campagne contra personam fu Tito Boeri, allora presidente dell’Inps, accusato infedeltà istituzionale e di “fare politica” perché diffondeva dati e numeri sgraditi al governo. Al posto di Boeri Di Maio non ha messo al vertice dell’Inps una personalità più autonoma dalla politica di Boeri (che tra l’altro non ha mai fatto politica), ma Pasquale Tridico, un suo fedele consigliere organico al M5s. Poi è toccato all’allora presidente di Consob Mario Nava, accusato ripetutamente di essere “incompatibile con l’indipendenza e l’autonomia di Consob” perché aveva avuto il distacco anziché l’aspettativa dalla Commissione europea. Nava fu costretto a dare le dimissioni dalla presidenza dell’Authority ed è tornato a Bruxelles alla Dg Fisma, la direzione generale della Stabilità finanziaria. Al suo posto in Consob non fu messa una personalità “più indipendente”, ma un esponente del potere esecutivo: il ministro degli Affari europei Paolo Savona.

 

Chi ha subìto un trattamento del genere, più prolungato e con incursioni anche nella vita privata, con un martellante gioco di sponda tra giornali e politica, è Roberto Garofoli, ex capo di gabinetto del Mef con Pier Carlo Padoan e poi confermato da Giovanni Tria. Nell’autunno del 2018, nelle tese settimane della prima manovra gialloverde, dove nel governo e nelle istituzioni c’era chi resisteva alla “strategia del balcone” del M5s di Di Maio, sul Fatto quotidiano partì una campagna contro il Capo di gabinetto del ministro Tria. La testa che il M5s aveva deciso di far saltare. In poche settimane il quotidiano vicino ai grillini dedicò decine di articoli e diverse prime pagine a Garofoli, accusandolo di un suo intervento in conflitto d’interessi alla base di una norma a favore della Croce rossa e anche di aver fatto lavorare in nero una persona nella casa editrice di famiglia. Il M5s ne chiese le dimissioni, che arrivarono a dicembre dopo la legge di Bilancio. Ma le accuse erano false. A seguito di una denuncia e come parte di un accordo extragiudiziale, pochi giorni fa il quotidiano di Marco Travaglio ha dovuto ammettere (in un trafiletto a pagina 12) che le accuse rivolte a Garofoli erano tutte infondate. Ma tanto l’obiettivo politico era stato raggiunto un anno e mezzo fa.

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali