Reagire alla tempesta

Claudio Cerasa

Fare dell’interesse collettivo un bene superiore rispetto a quello nazionale. La sfida degli stati ai tempo del virus

Non è forse ancora il “cigno nero”, non è forse ancora la fine del mondo, non è forse ancora l’asteroide che ci spazzerà via dalla terra, ok. Ma quando ieri mattina – poche ore prima che arrivasse il solito e tragico bollettino della Protezione civile, solo ieri 475 morti, per un totale di 2.978 decessi – i rendimenti dei titoli di stato italiani, quelli a dieci anni, hanno superato quota 3 per cento e quando lo spread fra i nostri titoli e quelli tedeschi ha superato quota 320 l’immagine della tempesta perfetta si è nuovamente manifestata di fronte ai nostri occhi, in modo chiaro: l’emergenza sanitaria che si somma all’emergenza economica che si somma all’emergenza finanziaria. Poi, per fortuna, lo spread, anche grazie alla Bce, è tornato a calare sotto i 300 punti, i rendimenti dei titoli sono tornati sotto i livelli di guardia, e sotto quota 3 per cento, ma nonostante questo l’Italia ormai da settimane si è resa conto di vivere una nuova normalità all’interno della quale i suoi cittadini, oltre che contare le vittime del virus, devono contare anche i danni prodotti da un paese bloccato. E mentre sei lì a osservare l’economia che collassa (oggi sua altezza Guido Tabellini scrive sul Foglio che la decrescita dell’Eurozona nel 2020 è compresa tra una forbice ottimista del meno 2 per cento e una pessimistica del meno 10) ti rendi conto che il mondo sta sbattendo di fronte agli osservatori due verità politiche difficili da negare.

 

 

  

La prima è quella che riguarda la trasformazione in realtà del mondo che i populisti hanno sempre sognato. Un mondo fatto di frontiere che si chiudono, di porti che si sbarrano, di deficit che si sforano, di debiti che si ignorano, di carceri che esplodono, di diritti che vengono ridotti, di privacy che viene limitata, di parlamenti che quasi si chiudono, di telefonini che finiscono sotto controllo e di pieni poteri che finalmente si giustificano. Il mondo che hanno sempre sognato i nemici dell’apertura, i nemici della società aperta, i nemici della globalizzazione, i nemici dell’Europa, i nemici dell’internazionalizzazione, è il mondo orrendo che si è reso oggi necessario per tentare di combattere una pandemia globale. Ma quando il tuo mondo dei sogni viene a coincidere con un mondo degli incubi è evidente che qualcosa non torna ed è evidente che quando l’incubo sarà finito non sarà facile convincere che la condizione da sogno per il nostro futuro sia quella di tornare alla nostra condizione da incubo. La pandemia sta dunque realizzando la distopia populista, rendendola tuttavia adatta solo a tempi che nessuno vorrebbe vivere, ma allo stesso tempo sta rendendo reale anche un incubo ricorrente dei nemici della società aperta e quell’incubo corrisponde al fatto che tutto ciò di cui hanno bisogno oggi i paesi martoriati dal virus mortale coincide con tutto quello che gli avversari del globalismo hanno sempre respinto: la necessità di dare maggiori poteri alla Banca centrale europea, la necessità di avere un’Europa più forte, la necessità di avere una maggiore coesione tra gli stati, la necessità di avere maggiori strumenti in Europa per tamponare le situazioni di rischio, la necessità di avere un Fondo salva stati efficiente, la necessità di avere una maggiore integrazione, che porterebbe a consentire una maggiore cessione di sovranità, e la necessità di avere un paese con i conti in ordine capace cioè di indebitarsi quando lo richiede lo stato della necessità e non quando lo richiede lo stato della propaganda. Non si tratta di prendersi rivincite, di dare lezioni politiche, di salire su un pulpito e di alzare il ditino.

  

 

Si tratta solo di fissare due punti. Primo punto: quando scopre le sue carte, il populismo nazionalista in versione democratica ha in mano solo degli incredibili bluff. Secondo punto: quando i nazionalisti mostrano i loro incredibili bluff, compito dei loro avversari dovrebbe essere quello di mostrare con forza l’importanza di avere un’intelligenza globale che riesce a trasformare l’interesse collettivo in un bene superiore rispetto a quello nazionale. La grande sfida degli stati di fronte alla pandemia, volendo, è anche qui.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.