La pazza storia del copia-incolla dei giudici sul caso Salvini-Alan Kurdi

Luca Gambardella

I giuristi italiani esprimono dubbi sul documento del Tribunale dei ministri che scagiona l'ex ministro: "E' una decisione strana", dicono

Roma. Un “copia-incolla” per archiviare tutto. Così il Tribunale dei ministri ha affondato senza troppi fronzoli il caso Alan Kurdi, scagionando l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini dai reati di omissione di atti d’ufficio e abuso d’ufficio. Nel documento – firmato dai giudici Maurizio Silvestri, Marcella Trovato e Chiara Gallo – un intero paragrafo risulta copiato da un paper di cinque anni fa. Il passaggio incriminato non è uno qualunque, ma quello che, secondo i togati, giustifica la tesi – sorprendente, a detta dei giuristi – sostenuta dal tribunale: nel caso in cui nessuna autorità prenda in carico le operazioni di salvataggio di una nave alla deriva, il paese competente per individuare un porto sicuro per lo sbarco (Pos, acronimo di place of safety) è quello di bandiera della nave intervenuta in soccorso dei naufraghi. Detta in parole povere: se una imbarcazione con bandiera francese salva dei migranti al largo della Libia, deve avvisare prima Parigi e poi gli altri paesi costieri. Così, nel caso della nave umanitaria Alan Kurdi, rimasta per 20 giorni con a bordo 65 migranti salvati in acque internazionali senza ricevere un Pos, il governo italiano non è perseguibile. Per i giudici di Roma, la competenza in quel caso era dello stato di bandiera, cioè la Germania.

  

 

Secondo Giuseppe Cataldi, professore di Diritto internazionale all’Università degli studi di Napoli “L’Orientale”, una simile conclusione è inedita: “Sorprende innanzitutto l’interpretazione che viene data alla regola dell’attribuzione del Pos, nel caso di specie indicato come obbligo primario dello stato di bandiera”, dice al Foglio. “Anche da giurisprudenza recente italiana, si tratta di un obbligo condiviso e soprattutto gravante sullo stato della zona Sar (Search and Rescue, ndr) in cui è effettuato l’intervento, nonché su tutti gli stati dell’area, in primis sullo stato al quale viene più volte richiesta l’attribuzione del Pos, nel nostro caso l’Italia”. Il Tribunale dei ministri arriva a identificare le responsabilità degli stati di bandiera copiando e incollando un passaggio preso da un paper datato 9 maggio 2014 e redatto dal Progetto Lampedusa. Si tratta di un gruppo di avvocati della Scuola superiore di Avvocatura che si occupa di immigrazione ma che, in quel caso, aveva citato la parte sbagliata della Convenzione di Amburgo del 1979, che regola il soccorso in mare. I due capitoli menzionati, spiega Cataldi, cioè il 3.1.3 e il 3.1.4, non c’entrano nulla con le operazioni Sar, ma riguardano, dice il professore, “l’autorizzazione all’ingresso nelle acque territoriali per effettuare attività di salvataggio. Questa regola si riferisce ad autorizzazioni preventive, svincolate da ogni emergenza già in corso”.

 

 

Per Irini Papanicolopulu, docente di Diritto internazionale all’Università degli studi di Milano “Bicocca”, “è una decisione strana”. “E’ un’interpretazione che va oltre la Convenzione di Amburgo”. Invece, spiega al Foglio Papanicolopulu, “la Convenzione Solas parla chiaro: una nave che viene a conoscenza di un’altra imbarcazione in difficoltà non deve chiedere l’autorizzazione a nessuno per intervenire. I capitoli che i giudici citano non rientrano nelle disposizioni sulle operazioni di salvataggio”. “Certo – spiega la professoressa della Bicocca –, il comandante di una nave può contattare il proprio stato di bandiera. Ma l’errore sta nel prevedere questo come un obbligo generale da applicare sempre”.

 

Il ricercatore dell’Ispi, Matteo Villa, ha lamentato la presenza di “zone d’ombra” nelle leggi internazionali su quale stato sia competente per decidere quale sia il Pos dove fare sbarcare i migranti. Una tesi ribadita da Papanicolopulu, che al Foglio parla di “regole poco chiare” e di una “legislazione complessa”. E le tesi sovraniste di Matteo Salvini, in linea con la decisione del Tribunale dei ministri, trovano terreno fertile proprio su queste lacune.

  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it