Così Salvini trasforma il nord nella “bad company” della Lega

Valerio Valentini

Il congresso del 21 dicembre approverà il transito nel nuovo partito: il trucco per aggirare i magistrati e la “Bolognina verde”

Roma. C’è chi dice che è solo un modo, neanche troppo nascosto, di aggirare la tela dalla magistratura e dimenticare, una volta e per sempre, la rogna dei 49 milioni; chi invece ribatte che no, la questione è politica, e consiste nell’archiviare la questione settentrionale e disarmare la vecchia guardia dei colonnelli non proprio entusiasti del nuovo corso del partito. E forse la verità starà nel mezzo, come al solito. Ma come che sia, il congresso federale indetto il 21 dicembre prossimo si fisserà inevitabilmente nella storia della politica italiana, o quantomeno nella memoria dei militanti, come la Bolognina della Lega.

 

 

La svolta, in questo caso, assume più che altro i contorni della furbata, dell’espediente un po’ necessario per arginare le possibili ripercussioni dell’inchiesta condotta dalla procura di Genova sui presunti illeciti compiuti dalla Lega nella gestione dei fondi elettorali, con la conseguente paventata confisca delle casse del partito. “Ma di fatto, Matteo Salvini trasforma la Lega nord in una bad company”, sbuffa Giovanni Fava, l’unico che ieri abbia votato contro, al termine di un consiglio federale riunito a Via Bellerio che ha delegato il segretario federale, cioè Salvini, a elaborare le modifiche allo statuto del vecchio partito che poi saranno definitivamente approvate nel congresso di fine dicembre. Un passaggio delicato, e apparentemente gestito dal solo Salvini, che ha rifiutato l’ipotesi di istituire commissioni o comitati ad hoc, intestandosi, almeno formalmente, la riscrittura delle regole. Almeno da un punto di vista formale: perché, in realtà, in Via Bellerio tutti sanno che il “nuovo” statuto è pronto da quasi un anno, e che a redigerlo è stato il solito Aldo Morniroli, storico sindaco di Cassano Magnago, sotto la supervisione di Roberto Calderoli.

 

 

E il lavoro, in questo caso, è stato particolarmente impervio. Perché, in sostanza, il nuovo statuto è quello che getta le basi per la liquidazione definitiva della Lega nord e il suo travaso nel partito gemello, quel Lega Salvini Premier che diventerà l’unico contenitore a partire da giungo 2020, quando un ulteriore congresso federale dovrebbe sancire il passaggio definitivo. Che però non dovrà apparire troppo automatico, onde evitare che la magistratura ritenga di dover proseguire le indagini in corso anche sul nuovo partito. E dunque nuovo statuto, nuova sede legale, nuovo reclutamento di iscritti.

  

 

E qui, però, le esigenze legali s’incrociano alle questioni politiche. Perché la prima conseguenza di questa transizione sarà, per molti storici attivisti, la perdita del loro prestigio d’anzianità. Le nuove tessere in distribuzione da gennaio, quelle di Lega Salvini Premier, non prevederanno l’indicazione della prima iscrizione effettuata, come avviene da sempre in quelle della Lega nord. E il risultato è che, almeno nell’organigramma formale, il vecchio “Socio ordinario militante” di Varese o di Treviso sarà equiparato al neo iscritto di Cosenza. “Troveremo comunque il modo di salvaguardare l’anzianità di militanza”, ha garantito ieri Salvini: e forse è anche per questo che ai militanti storici è arrivato il consiglio di conservare l’ultima tessera del vecchio partito. Ma il cambiamento sarà comunque epocale. E insieme a quello, da gennaio, ne avverrà anche un altro: i parlamentari della Lega saranno infatti obbligati a versare il loro obolo mensile di tremila euro solo nelle casse della “nuova” Lega, senza più la libertà di scegliere tra le due opzioni. Ma al di là di questi e altri tecnicismi, il dato politico sarà l’abbandono del monopolio leghista sul nord, e l’inevitabile apertura di un nuovo spazio per chi, dei ceti produttivi lombardi e venti, vorrà farsi rappresentante. 

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