Conte cerca uno scudo per il governo

Valerio Valentini

Mediazioni difficili, venti di crisi, M5s spappolati. Dove porta l’Ilva

Roma. Alle sei del pomeriggio, la tensione di una giornata di passione si scarica in un singulto nervoso che non è proprio pianto, ma che dal pianto neppure è lontano. Rosalba De Giorgi siede su una poltrona del Transatlantico, gli occhi arrossati, i lineamenti gentili stravolti da notti insonni. “A Taranto sanno tutti dov’è casa mia, già sono venuti a battermi alla porta”, sospira la deputata del M5s, come a implorare un sovrappiù di riguardo, per il suo sfogo. “Sono tormentata. Fino a stamane ero convinta che la scelta obbligata fosse opporsi alla reintroduzione dello scudo penale. Ma poi ... ”. Ma poi, di prima mattina, succede che Giuseppe Conte riceve a Palazzo Chigi una delegazione dei “parlamentari tarantini” del M5s, accompagnati dai capigruppo di Camera e Senato, Silvestri e Perilli. E già questo produrrà, di lì a breve, i primi malumori nella truppa: perché gli altri pugliesi si sentono esclusi, e borbottano. “Ma il focus era su Taranto”, ribattono gli altri. “E allora che ci faceva Barbara Lezzi, che è di Lecce? E Patty L’Abbate, brindisina?”. Insieme a Conte, dal lato del governo, ci sono Stefano Patuanelli e Federico D’Incà. E poi, ovviamente, Luigi Di Maio. Che però più che altro tace, ascolta: un po’ come aveva fatto anche giovedì scorso, davanti ai sindacati, quando aveva passato tutto il tempo della riunione a compulsare sul suo cellulare. “Mi rimetto al volere del Parlamento”, si limita a dire, lasciando poi trapelare – attraverso il suo staff – una certa irritazione per non essere aggiornato da Conte sugli sviluppi della trattativa con Mittal. Quindi, prima che la riunione finisca, si alza e se ne va, per partecipare ai funerali della madre di Alessandro Di Battista. 

 

E se il capo politico s’eclissa dietro alla sua inconsistenza di leader, spetta al premier vestire i panni del persuasore che però mette sull’avviso i naviganti. “Davanti a noi ci sono due strade”, è il ragionamento di Conte. “Una è quella di lasciare che l’azienda abbandoni Taranto, l’altra è quella di proseguire la trattativa, ma per farlo, e per togliere a Mittal ogni alibi, bisogna reintrodurre lo scudo. Io mi batto, tornerò a Taranto a spiegare la scelta ai cittadini, ma voi dovete garantirmi che sosterrete questa posizione”. Insomma, Conte vuole un mandato chiaro, vuole evitare di rimetterci la faccia, dopo avere già avallato la schizofrenia del M5s intorno all’immunità.

 

La De Giorgi ci ripensa: “E se salta il governo?”

E almeno un po’ il premier deve essere convincente, se alla fine una crepa, nella supposta compattezza del tarantini, riesce ad aprirla. Perché è vero che la Lezzi, ormai abbarbicata a una battaglia che le ridia quantomeno visibilità, ribadisce la sua tetragona fermezza (“Io lo scudo non lo voto, te lo puoi scordare”), ma allo stesso tempo c’è chi, se non altro, matura i suoi dubbi. E infatti anche Mario Turco, sottosegretario delegato alla Programmazione economica del governo e uomo di fiducia di Conte, al termine del vertice riunisce i deputati tarantini (Cassese, Vianello, Ermellino e De Giorgi) in un bar davanti a Montecitorio e prova a illustrare la sua posizione “da economista, più che da attivista”. Che è poi la stessa del premier: “Lo scudo è un privilegio, ma al momento, per il bene della trattativa, conviene rintrodurlo”. E così si arriva alla tribolazione della De Giorgi, che il linciaggio pubblico, nella sua città, lo ha già vissuto sulla sua pelle. “Se facciamo saltare tutto sull’Ilva, manteniamo la nostra integrità, ma poi arriverà un altro governo, guidato dalla Lega, e rimetterà l’immunità”. Perché in fondo, per quanto gli irriducibili Cassese e Vianello esortino tutti “a non farne una questione politica”, appare evidente che la vera posta in palio è proprio quella: il governo. “E’ inammissibile che muoia un governo perché i tarantini si oppongono”, si sfoga il già sottosegretario Gianluca Vacca. “Da ex manager”, dice Gianluca Rospi, materano, “non mi sorprende l’atteggiamento di Mittal: se cambi unilateralmente delle condizioni fissate in un contratto, è inevitabile che scatti la reazione. Un nuovo decreto? Se non c’è la fiducia, ognuno voterebbe secondo coscienza”. E l’idea della conta è condivisa anche da Nunzio Angiola, pugliese pure lui ma di quelli convinti che si debba scongiurare la chiusura dell’Ilva: “Non possiamo restare ostaggio di un nucleo di irriducibili: se loro non demordono, nel gruppo scoppierà il caos”.

 

Stanare Di Maio: “Cosa ha in testa Luigi?”

Ed è con questa ipoteca posta sul destino dell’esecutivo che i grillini si avviano alle ennesime assemblee di gruppo. Quella del Senato prova a dirigerla Patuanelli, ma alle otto di sera, dopo due ore di interventi, soluzioni non se ne vedono. Alla Camera, invece, oltre che di Ilva si discute di capigruppo, tanto per cambiare. Nella ormai infinita corsa interna, Silvestri si ritira, ma il suo vice Riccardo Ricciardi si candida al suo posto. Sarà di nuovo votazione interna, dunque, con Davide Crippa dato ora per favorito. Poi irrompe la nota di Di Maio: “Da parte del M5s c’è tutto il sostegno all’azione collegiale del governo”. E scatta la gara all’esegesi. “Cos’ha in testa, Luigi?”. “Davvero su Ilva è disposto a far saltare il governo?”, si chiedono i deputati siciliani. “Se è così, noi ci attiveremo: non andremo a casa per un suo puntiglio”.

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