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Ora che il latte diventa bene pubblico lo stato italiano produrrà caciotte

Rocco Todero

Il Parlamento italiano ha approvato una disposizione di legge che consente alle pubbliche amministrazioni d’intraprendere un nuovo business nel settore lattiero-caseario

Roma. Alla chetichella e senza alcuno scossone nell’opinione pubblica, il Parlamento italiano ha approvato una disposizione di legge che consente alle pubbliche amministrazioni d’intraprendere un nuovo business nel settore lattiero-caseario.

 

Con la legge 119/2019 (pubblicata nella Gazzetta ufficiale n. 246 del 19 ottobre), infatti, il legislatore nazionale ha introdotto una deroga espressa al divieto per le pubbliche amministrazioni di costituire (o mantenere partecipazioni) in società aventi per oggetto attività di produzione di beni e servizi non strettamente necessarie per il perseguimento delle proprie finalità istituzionali.

  

Il testo unico in materia di società a partecipazione pubblica, approvato nel mese d’agosto del 2016, ha cercato di porre un freno al malcostume tutto italiano d’impegnare risorse pubbliche per consentire, sopratutto a comuni e provincie, di partecipare, in via esclusiva o in qualità di socio di maggioranza/minoranza, a imprese economiche il cui oggetto non fosse direttamente riconducibile allo svolgimento di una funzione ritenuta necessaria per la tutela dell’interesse collettivo.

 

Le amministrazioni sono state autorizzate, pertanto, a costituire o partecipare a società destinate a svolgere attività di progettazione, realizzazione e gestione di un’opera pubblica o di un servizio d’interesse generale o, ancora, di valorizzazione del patrimonio tramite il conferimento di beni immobili allo scopo di realizzare un investimento secondo criteri propri di un qualsiasi operatore di mercato.

 

In modo del tutto coerente il testo unico ha previsto, altresì, l’obbligo delle pubbliche amministrazioni di dismettere nel più breve tempo possibile tutte le partecipazioni sociali diverse da quelle dettagliatamente autorizzate.

 

L’elenco tassativo delle finalità istituzionali che possono giustificare la costituzione di una nuova società o la partecipazione nella stessa, dovrebbe valere proprio a evitare il ripetersi di numerosissime gestioni imprenditoriali che tanto sangue hanno fatto versare alle casse del pubblico erario.

 

Invece, con la nuova norma il legislatore ha espressamente disposto che i limiti sino a questo momento in vigore “non si applicano alla costituzione né all’acquisizione o al mantenimento di partecipazioni, da parte delle amministrazioni pubbliche, in società aventi per oggetto sociale prevalente la produzione, il trattamento, la lavorazione e l’immissione in commercio del latte, comunque trattato, e dei prodotti lattiero-caseari”.

 

Si tratta di un’eccezione a un divieto che rappresenta evidentemente un esplicito assenso a che le pubbliche amministrazioni si facciano strada o mantengano le proprie posizioni all’interno di un settore economico che dovrebbe rimanere nell’orbita del solo mercato privato.

 

La tecnica di redazione della legge non consente di comprendere le ragioni che hanno indotto il Parlamento a un scelta che può essere ritenuta in controtendenza rispetto alle prese di posizioni degli ultimi anni.

 

Dai lavori preparatori, tuttavia, si comprende come l’obiettivo sia stato quello di “restituire alle pubbliche amministrazioni le funzioni di garanzia e controllo sulla filiera lattiero-casearia, venuta meno a seguito dell’approvazione del Testo unico sulle società partecipate. Ciò in virtù del riconoscimento del ruolo di garanzia svolto dalle centrali del latte a tutela della salute dei consumatori e dell’ambiente, che certamente è funzionale al perseguimento delle finalità pubbliche svolte dall’ente amministrativo”.

 

Sulla restituzione del latte alla sua (in)naturale dimensione di “bene pubblico” sembra che nessuna forza politica abbia sentito l’esigenza d’innalzare barricate.

 

Il disegno di legge, infatti, ha preso avvio per iniziativa della Lega, sotto l’egida del precedente governo, ed è stato approvato, però, qualche settimana addietro, quando il Partito democratico aveva già preso posto nella maggioranza al governo.

 

Viene da pensare, infine, che le proteste dei pastori sardi abbiano potuto esercitare un certo fascino sul Parlamento, atteso che la nuova disposizione di legge potrebbe rappresentare un esplicito via libera bipartisan per un aiuto incondizionato a tutti gli allevatori in difficoltà.

 

A pensar male si fa peccato, ma, come insegnava il divo Giulio, spesso ci si azzecca.

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