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Salvini scopre che il Pd è diviso sull’opzione di votare presto. Problemi

Zingaretti vuole le elezioni subito, come Salvini, i parlamentari del Pd meno. La guerra delle date e i triangoli con il M5s

9 Agosto 2019 alle 21:13

  Salvini scopre che il Pd è diviso sull’opzione di votare presto. Problemi

Nicola Zingaretti all'assemblea nazionale del Partito Democratico (foto LaPresse)

Roma. Questione di sfiducie. C’è quella annunciata, con cui la Lega prepara coram populo l’atto finale di guerra contro Giuseppe Conte. E c’è quella non detta, né dicibile, e però sottintesa nei conciliaboli dei maggiorenti del Pd, i quali potrebbero delegittimare il loro segretario che s’accinge al suo primo vero battesimo del fuoco elettorale. E nel mezzo, infine, c’è la terza mozione di sfiducia: quella in parte dimenticata, lasciata in sospeso, e che però potrebbe suggellare l’intesa che nel Pd, per motivi diversi, in parecchi – tranne, appunto, Nicola Zingaretti – auspicano. Quella, cioè, col M5s. Sì, perché lunedì prossimo, quando si riunirà la conferenza dei capigruppo del Senato, il renziano Andrea Marcucci e il grillino Stefano Patuanelli potrebbero concordare un blitz: e cioè chiedere che, nella calendarizzazione delle mozioni di sfiducia, venga data la priorità a quella depositata il 25 luglio scorso dai dem, quella contro il ministro dell’Interno. Una mossa che scombinerebbe i piani di Salvini, il quale sogna una marcia a tappe forzate verso quel voto di ottobre che tuttavia gli strateghi della Lega considerano “per niente scontato”. Non è un caso che ieri, nelle chat della corrente di Luca Lotti e Lorenzo Guerini, “Base Riformista”, qualcuno azzardasse che “proprio dagli uffici di presidenza bisognerebbe cominciare a imbastire questa intesa col M5s”. E poi, siccome da cosa nasce cosa, provare a vedere l’effetto che fa. E che ci sia qualcosa di più rilevante, dietro questo gioco di mozioni, lo ha confessato lo stesso Marcucci, invocando l’urgenza di un governo di transizione che nasca magari proprio da questa convergenza: una sfiducia costruttiva, insomma. La tentazione è forte, e abbastanza diffusa, se è vero che i teorici di questa apertura stanno ai capi opposti della geografia del Pd: da un lato Antonello Giacomelli, e dall’altro Dario Franceschini.

 

Il primo la necessità di aprire al dialogo coi grillini la va predicando da settimane: prima nella pura logica della deterrenza, per dissuadere Salvini dalla rottura col M5s, ora come un argine allo strapotere leghista. Analisi simile, quella di Franceschini, il democratico più intimo di Sergio Mattarella. Che ancora oggi, ai parlamentari che lo interrogavano cercando di scrutare anche gli umori del Quirinale, diceva in sostanza che no, “il paese in mano a Salvini non possiamo lasciarlo”. Il tutto, evidentemente, col beneplacito di Matteo Renzi, ai cui ordini risponde ancora una buona metà delle truppe parlamentari, specie al Senato. L’ex premier si dice pronto ad “andare al voto da solo, col nuovo partito, anche subito”, ma evidentemente spera, come buona parte del Parlamento, che prima di marzo 2020 non si torni alle urne. Per questo potrebbe, dissimulando a fatica l’imbarazzo che la scelta gli costerebbe, finire col benedire l’apertura di quel dialogo col M5s contro cui si è sempre – almeno ufficialmente – scagliato, oppure approfittarne per accelerare davvero la sua uscita dal Pd in nome del “senza di me”. L’operazione passerebbe, inevitabilmente, per il sostegno alla proposta grillina del taglio dei parlamentari: l’ultima squinternata battaglia anti-casta rimasta a Di Maio. Il Pd, nelle tre precedenti letture, ha sempre votato contro la riforma costituzionale. Come giustificare, a settembre, una simile abiura? “Inserendo questa riforma in un vaste programme”, sorride un ex ministro del Pd, alludendo a tutta una serie di riforme istituzionali che però ruoterebbero attorno a quella più importante, e cioè la modifica della legge elettorale in senso proporzionale. In ogni caso, una simile operazione comporterebbe una delegittimazione di Zingaretti (sostenuto sulla via del voto da Paolo Gentiloni, il cui ruolo di candidato premier dovrebbe essere naturale), che ha garantito a Salvini una rapida risoluzione della crisi con due obiettivi neanche troppo nascosti: sottrarsi alla palude della regione Lazio, obiettivo minimo, e, operare una sostituzione in massa di gruppi parlamentari e classe dirigente, e provare a intestarsi alle elezioni il popolo del no Salvini. Un progetto che ha allarmato buona parte del Pd, spingendo anche i meno entusiasti a valutare l’ipotesi di un’intesa col M5s.

 

E deve essersene accorto anche Salvini, che di fronte al rischio dello stallo si agita, smania, pretende di forza i tempi sulla mozione di sfiducia a Conte, e chiede ai suoi sherpa di riferirgli quale sia la data limite entro cui liquidare il governo in Aula. E quando gli è arrivata la risposta – “Il 20 agosto” – pare abbia scosso il capo.

Valerio Valentini

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  • Giovanni

    10 Agosto 2019 - 09:09

    Paradossalmente su alcuni argomenti Salvini e Renzi potrebbero andare d'accordo. In fondo fu proprio Renzi che tramite Gentiloni nominò Minniti ministro degli interni. Minniti fu il primo PD ad agire con determinazione sul problema immigrati (ricevendo in vece dai suoi compagni di partito sanguinose contumelie di ogni tipo). Renzi vede, come d'altra parte Salvini, l'incoraggiamento all'imprenditorialità, e la realizzazione di infrastrutture(industria 4.0) come una priorità assoluta. Renzi cercò senza riuscirci di trasformare un PD chiaramente veterocomunista in un partito socialdemocratico che facesse del realismo e dell'europeismo, corretto nelle sue incongruità burocratiche, la sua base ideologica. I due dopo tutto potrebbero collaborare visto che Salvini ha sopportato per un anno la totale inconsistenza grillina e i loro medievali "No".

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