I rubli? Se vogliamo parlare di trasparenza, parliamo di Casaleggio

Nicola Biondo

Grazie al decreto Bonafede solo Casaleggio (e i suoi dipendenti) potranno conoscere chi sostiene finanziariamente il Movimento 5 stelle

Quando la politica italiana non sa cosa fare di fronte a una questione complessa c’è sempre qualcuno che propone una commissione parlamentare d’inchiesta. L’ultimo caso è quello dell’affaire Savoini per il quale il Pd ha avanzato l’idea di un’indagine parlamentare e il M5s si è subito detto d’accordo. Chiunque è abilitato a chiedere trasparenza, sopratutto in casa altrui, ma è davvero esilarante che a chiederla sia un partito governato da un’entità commerciale al cui vertice siede un imprenditore non eletto e non rimovibile. Esilarante se solo ci si ricordasse come tutto ebbe inizio in questa Terza Repubblica, che non si capisce se è nata, se è viva o se è già morta. “Noi faremo una politica a costo zero, si può fare!”, tuonava Beppe Grillo dieci anni fa. Le cose sono andate in “leggerissima controtendenza” anche per il Movimento. Vi ricordate Luca Parnasi, il costruttore che avrebbe dovuto edificare lo stadio della Roma oggi sotto processo per corruzione insieme a Luca Lanzalone, avvocato di Casaleggio ed estensore dello statuto M5s? Parnasi finanziava le campagne elettorali da destra a sinistra, compresa quella di due candidati scelti direttamente da Luigi Di Maio nei collegi romani. Finanziamento legittimo e messo a bilancio (nel caso di Daniele Piva pure restituito) ma che manda in pezzi l’immagine dura e pura del movimento francescano. Su quali basi Parnasi decideva questi contributi ai candidati ovvero di scegliere chi finanziare o meno? C’era una regia centralizzata, un vertice che chiedeva soldi al costruttore per i propri candidati? Il Foglio lo ha chiesto a Piva ma non ha ottenuto risposta.

 

Come viene finanziato allora il Movimento e chi tiene i cordoni della borsa? Semplice, a gestire tutto è Rousseau, un’associazione privata di natura commerciale, non il partito. Il finanziamento arriva dai parlamentari e dagli eletti regionali ma è gestito dal dominus Casaleggio, che non deve rispondere di nessun euro ricevuto e può utilizzarli per attività che riguardano più la sua figura professionale che il partito. Poi ci sono le micro-donazioni fino a 500 euro, come succede per esempio – per rimanere nel campo sovranista – al Brexit Party di Nigel Farage. Un sistema che è stato blindato dal decreto Bonafede che abbassa da 5.000 a 500 euro il limite oltre il quale è obbligatorio pubblicare le donazioni ai partiti e associazioni a essi collegate. Una misura di trasparenza per tutti i partiti che ricevono finanziamenti oltre quella soglia, tranne che per Rousseau che potrà continuare, ora tutelato dalla legge, a non divulgare i nomi delle migliaia di cittadini che hanno versato soldi al suo soggetto privato. Solo Casaleggio (e i suoi dipendenti) potranno conoscere in effetti chi sostiene finanziariamente il Movimento, un’informazione determinante per conoscere chi sono i portatori d’interessi del primo partito di governo nella sola disponibilità di un soggetto privato, non sottoposto a controllo democratico, che dispone di quei fondi del tutto autonomamente. E’ solo lui per esempio a sapere se dietro quelle decine di iniziali “L.P.” tra i donatori a Rousseau ci sia o no Luca Parnasi. Grazie alla legge Bonafede – ovvero salva-Casaleggio – sarà sempre così.

 

Chiedere commissioni parlamentari sui fondi ai partiti ora e con queste condizioni è una boiata pazzesca, perché è una partita truccata: il Movimento è un taxi e fino a che non sapremo chi sale sul taxi non sapremo a che interessi risponde il Movimento. Oggi, se proprio vogliamo, il vero scoop non è scoprire (solo) se Putin paga Salvini ma chi sono i clienti di Casaleggio. Chi sono quelle decine di aziende nazionali ed estere che costruendo relazioni speciali con il proprietario del Movimento si vedono spalancate le porte della politica. E se quelle aziende hanno ricevuto “corsie preferenziali” nelle loro legittime operazioni di lobbying. Alla faccia della libera concorrenza. Così come rimane un mistero glorioso se i 300 euro che ogni mese, pena l’espulsione, ogni eletto deve versare a Rousseau provengano dalle tasche del singolo oppure se finiscano nel mare magnum delle spese per l’esercizio di mandato e varie. Da qui la domanda: il partito della trasparenza può dire se Rousseau riceve soldi pubblici?

 

Perché questo è il vero nodo. Il Movimento francescano consente a un imprenditore che lo gestisce d’imperio come “cosa propria” di sponsorizzare sé stesso e il suo business. A dirlo sono due dati pubblici: uno è il bilancio della Casaleggio associati – che dopo anni di magra ha raddoppiato il fatturato – l’altro è il report del Garante della Privacy che stanga la gestione di Rousseau. In questa palese contraddizione, in questo iato insiste la domanda delle cento pistole che un insospettabile come Stefano Feltri del Fatto quotidiano si è posto: “Chissà se queste partnership [commerciali] sopravvivrebbero a una eventuale crisi che vedesse il Movimento uscire dall’area di governo”.