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Il Viminale trucizzato

Conte umiliato. Parti sociali da Salvini al ministero. Ma dietro ogni prepotenza c’è sempre una simmetrica impotenza

16 Luglio 2019 alle 06:10

Il Viminale trucizzato

foto LaPresse

Matteo Salvini ha deciso che non servono le elezioni per diventare presidente del Consiglio, pensa che basti comportarsi come se lo fosse. Se gli altri non ci stanno, le elezioni dovranno chiederle loro, e questo per lui sarebbe un indubbio vantaggio. Ieri ha convocato al Viminale una quarantina di sigle sindacali e imprenditoriali per discutere con loro della prossima Finanziaria e diverse ipotesi di riforma fiscale e le stesse sigle sindacali hanno accattato questo invito insolito senza battere ciglio. A nessuno è venuto in mente di eccepire che in questo modo si opera un incredibile strappo istituzionale, che si ledono le funzioni del presidente del Consiglio, del ministro dell’Economia, oltre che di altri ministri. Avrebbero potuto accettare un invito a discutere con il leader di un partito, ma la scelta della sede dell’incontro (un ministro dell’Interno che usa il Viminale come se fosse la succursale di una sede di partito non si era mai visto) era tale da escludere questa interpretazione minimizzante.

 

Il primo dato su cui riflettere è questo: la situazione politica è deteriorata al punto da rendere possibile una evidente violazione delle regole istituzionali senza che questo venga avvertito se non dai diretti interessati. Persino la replica dell’opposizione democratica, che parla di buffonata, si inscrive, seppure involontariamente, in questo processo degenerativo. Naturalmente se si è arrivati a questo è perché la situazione politica dalle elezioni in poi si è mossa su un piano inclinato in cui le regole e le prassi istituzionali sono state gradualmente debilitate. Il presidente della Repubblica, che delle istituzioni è il massimo garante, ha fatto quel che ha potuto per rallentare questa degenerazione, è riuscito anche a ottenere risultati rilevanti – per esempio imponendo una manovra correttiva, pudicamente battezzata come assestamento di bilancio. Ma non può intervenire sulle invasioni di campo di un ministro sulle competenze altrui. Alla base c’è una visione e una prassi “sostanzialista” contrapposte a quelle istituzionali declassate a “formaliste”. Su questo versante i contraenti del “contratto di governo”, che è di per sé un’anomalia istituzionale, sono pienamente corresponsabili. Alla base del loro impegno per un generico “cambiamento” ci sono pulsioni rivoluzionarie che producono comportamenti tendenzialmente eversivi. Paradossalmente i due partiti che più radicalmente si sono opposti alla riforma costituzionale proposta da Matteo Renzi e approvata dal Parlamento (e poi bocciata al referendum) considerandola fonte di un eccessivo rafforzamento dell’esecutivo, non amano affatto la democrazia rappresentativa e parlamentare. I 5 stelle cercano la legittimazione attraverso consultazioni telematiche controllate solo da una società privata, ora Salvini cerca di farsi in casa una consultazione delle parti sociali per rafforzare una proposta di politica economica che non riesce a far diventare linea del governo di cui fa parte e di cui si considera indebitamente il capo. Naturalmente ogni atto di prepotenza presuppone una simmetrica condizione di impotenza. Conte ha ragione a dire che spetta a lui coordinare le azioni dei ministri, fissare i tempi e i modi delle discussioni e delle deliberazioni del Consiglio dei ministri. Ha ragione a dirlo, non ha la forza di farlo. L’unica arma di cui dispone, non avendo una base politica propria, è quella delle dimissioni, che data la situazione elettorale delineata dagli ultimi responsi delle urne è anch’essa un’arma spuntata, per quello che appare ormai come il vero leader del M5s. Lo stesso dato della partecipazione di 43 sigle rappresentative alla riunione impropriamente convocata da Salvini dice qualcosa di pesante sull’impotenza reale del premier. Conte ha reagito con decisione, aprendo una fase di tensione istituzionale che sarebbe seria se il sistema politico e di governo fosse oggi cosa seria. Nella Prima e nella Seconda Repubblica nessun governo sarebbe sopravvissuto a un contrasto così esplicito tra il premier e il suo vice. Invece è possibile, anche se sembra incredibile, che anche questa volta finisca tutto a tarallucci e vino.

Sergio Soave

Nato ad Alessandria, in Piemonte, nel 1947, studia a Milano, dove svolge attività nelle organizzazioni politiche, sindacali e cooperative della sinistra. Costretto ad abbandonare queste attività dallo scoppio di Tangentopoli, trova asilo politico e professionale nel Foglio, al quale collabora dalla fondazione. Scrive anche come commentatore politico su altre testate, come l’Avvenire. Ora vive nelle Langhe e passa lunghi periodi in Catalogna e, sul confronto tra il nostro sistema politico e quello di Madrid ha scritto un libretto, “Pasticcio italiano in salsa spagnola”, per Boroli editore.

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