Il gioco delle parti tra Salvini e Giorgetti

Valerio Valentini

Il ministro dell'Interno rassicura Di Maio, il sottosegretario sbuffa: “Matteo, rompi prima di luglio o ti logori”

Roma. L’uomo del Palazzo arriva a piedi da Chigi, dopo una mattinata passata coi campioni del volley italiano, mentre l’altro, l’uomo della piazza, è impegnato tra canili e comizi in quel di Bari. E così, nel giorno in cui Matteo Salvini, con un’intervista al Corriere, rassicura Luigi Di Maio sul fatto che dopo il 26 maggio “il governo va avanti per altri quattro anni”, Giancarlo Giorgetti, dalla sede della stampa estera, avverte Luigi Di Maio che dopo il 26 maggio “chi vince guida”, e quindi dopo le europee bisognerà cambiare l’agenda del governo, dando la priorità alla flat tax e all’autonomia, oltreché allo sblocco definitivo della Tav. E insomma sembra tutto un gioco delle parti tra il ministro dell’Interno e il sottosegretario alla presidenza, tra il capo che non vuole rompere e il suo vice che esibisce la sua esasperazione per questa agonia gialloverde. L’uno parla alla folla estasiata che chiede selfie e sicurezza, l’altro si rivolge, dice, all’“Italia produttiva” che assiste alquanto perplessa alla stasi grilloleghista.

 

E tutto appare scompostamente concordato. Perfino quei sussurri, pronunciati però con voce abbastanza forte perché qualcuno li intercetti, con cui l’uomo del Palazzo racconta di averlo avvertito, l’uomo della piazza: “Bisogna rompere subito, Matteo. Subito dopo le europee, troviamo un pretesto nella flat tax o nella Tav e poniamo fine a questo governo”.

 

Del resto le leadership si consumano in fretta, oggi, “e se andiamo oltre luglio, poi la finestra del voto anticipato si chiude”, ripete Giorgetti a Salvini. “E se non si vota a settembre, poi insieme ai grillini bisognerà restarci a lungo”, e dunque il Carroccio finirebbe col non incassare mai questo consenso forse irripetibile. Anche perché, se insieme al M5s si farà la prossima legge di Bilancio, dolorosa assai, poi bisognerà farne passare non poco di tempo, prima di poter chiedere di nuovo il voto agli italiani.