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Due altre sinistre impossibili

Meglio Veca e la Costituzione come utopia che le caricature involontarie di Cesarale

19 Maggio 2019 alle 06:16

Due altre sinistre impossibili

Non credo di essere il destinatario previsto da Salvatore Veca, che pubblica da Feltrinelli “Qualcosa di sinistra. Idee per una politica progressista” (pp. 248, euro 19) e neppure da Giorgio Cesarale, che pubblica da Laterza “A Sinistra. Il pensiero critico dopo il 1989” (pp. 202, euro 19). Non sapendo tuttavia che cosa essere, se non un individuo perplesso, privo di milieu politico nonché di autorità pubblica (le due cose hanno un qualche legame), provo a giocare d’immaginazione cercando di capire che cosa è di sinistra per l’uno e l’altro autore, mettendomi nei panni di chi oggi si creda di sinistra, o voglia impararlo da questi due autori. Ma scegliendo una tale ottica vedo subito che mi sono messo nei guai: o meglio che Veca e Cesarale, letti insieme, mettono nei guai il cittadino riflessivo in cerca di idee, teorie e filosofie che garantiscano una posizione di schieramento.

  

Con Veca ci si sente subito a casa. In fondo il suo libro potrebbe essere ridotto a un articolo di poche pagine. Il suo è un discorso politico di tipo riformista e progressista che dà per scontata la possibilità, mai compromessa né a rischio, di conciliare capitalismo e democrazia, senza danni né per l’uno né per l’altra. C’è in Veca, che fu studioso di Marx, poco marxismo e molta sinistra doverosa, un po’ generica, in sostanza irenica. Il messaggio del libro potrebbe essere riassunto da queste righe, non tutte sue: “L’idea di base è semplice: assumiamo che l’articolo 3 della Costituzione sia la nostra stella polare. Il primo comma dell’articolo ci dice: ‘Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali’. E il secondo comma aggiunge: ‘E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

 

Veca e Cesarale, letti insieme, mettono nei guai il cittadino riflessivo in cerca di idee, teorie e filosofie che garantiscano uno schieramento

Con il libro di Cesarale le cose si complicano. Soprattutto quando si passa da teorie che presuppongono Marx e la Scuola di Francoforte a teorizzazioni che presuppongono Heidegger. Il grande pasticcio o pastiche filosofico-politico “continentale” (gli “analitici” angloamericani parlano una lingua diversa) è proprio la coabitazone di Marx e Heidegger, che vengono fatti incontrare senza conflitto in un aldilà abitato da filosofi. Si sa, nell’altro mondo, materialismo e metafisica, in quanto dualità illusoria, si annullano superandosi nell’unità di una metafisica materialistica o di un materialismo metafisico che, tutto sommato, si lasciano alle spalle la storia, una “narrazione” moderna che nella post-iper-modernità non vale più.

 

Ma che sto dicendo? Di che cosa mai mi metto a parlare davanti al povero elettore (non dico militante) di sinistra e a sinistra? Non dico che leggendo Cesarale che parla di Toni Negri, Giorgio Agamben, Alain Badiou, Slavoj Zizek si senta nostalgia del buon senso di Salvatore Veca… Non lo dico, ma un po’ lo dico.

 

Sembra che questa filosofia di sinistra, radicale, eversiva, sovversiva, rivoluzionaria, postmarxista e neoanarchica, se non para-surrealista, di cui ci parla Cesarale abbia fatto tutto il possibile negli ultimi decenni per non essere attaccabile da nessuna parte, o meglio per inglobare, per imbarcare tutto: Platone e Machiavelli, Spinoza e Nietzsche, Marcuse e Lacan, san Francesco e Bakunin, Benjamin e Braudel… Un’orgia da super-seminario internazionale in cui si possa parlare la stessa lingua teorico-politica a Parigi e Rio de Janeiro, New York e Tokyo, Istanbul e Los Angeles… Certo, se in teoria una Moltitudine indifferenziata e globalizzata è il nuovo soggetto rivoluzionario senza partito che prende il posto della classica classe operaia, allora bisogna usare un codice con il quale si possa parlare al mondo e non a una classe oppressa. E non importa se questo codice è esoterico, ibrido, erudito e attivistico, economico e ontologico, speculativo e militante: anzi, il bello è proprio qui, dato che in realtà si parla ad aspiranti intellettuali di tutto il pianeta. Nella zuppa filosofico-politica ci vanno messi tutti gli aromi, si devono riconoscere tutti gli ingredienti, per tutti i gusti. Il banchetto è preparato per studenti di filosofia, estetica, scienze sociali e psicologia: sia perché studenti, cioè affamati di culture affascinanti e “superiori”, sia perché giovani che potranno scendere in piazza il giorno dopo sapendo che l’ultima e sintetica deduzione pratica di tanto sapere è spaccare vetrine per liberare le merci dal valore di scambio e reintegrarle nel valore d’uso; incendiare auto perché il fuoco è eccitante e purifica dai peccati capitalistici; e scontrarsi con la polizia per contribuire all’estinzione dello stato, il mostro che opprime, soffoca, reprime, sorveglia e punisce.

 

La mia non è una volgare caricatura. E’ semmai la caricatura intenzionale di una caricatura involontaria, che se fosse più consapevole del proprio linguaggio dovrebbe, ogni tanto, ridere di se stessa. Di fronte al gigionismo spesso simil-filosofico degli autori citati, la mia arroganza sarà veniale e minuscola se mi permetto di soppesare anzitutto le qualità della prosa che ho letto. Non ho sottomano le opere degli autori che Cesarale riassume. Mi sembra che li riassuma con devozione e spirito di fedeltà, astenendosi dall’avanzare dubbi e obiezioni. I teorici trattati nel libro sono molti: i più noti (lasciando da parte l’inspiegabile Agamben) sono Negri, Badiou e Zizek.

 

Le tesi da sinistra tradizionale non convincono, ma risultano più razionali dell’elenco di pensatori da “moltitudine” da Badiou a Zizekj

Qui Cesarale spiega Negri: “La trasformazione dell’operaio sociale in moltitudine, grazie all’avvento della produzione biopolitica, preconizzato da Foucault, e alla formazione di una singolarità postnazionale migrante e meticcia, innescata dalla fine del colonialismo, rende sempre più obsoleto il potere sovrano, con i suoi dispositivi formali di mediazione trascendente. Tuttavia, andando ancora più a fondo nella ricerca delle cause scatenanti il mutamento, questa duplice trasformazione dell’assetto costituito rientra in quel più generale e massiccio fenomeno storico abitualmente chiamato globalizzazione”.

 

Qui viene spiegato Badiou: “Il motivo per cui negli ultimi anni la prospettiva politica di Badiou è venuta alla ribalta del dibattito internazionale è dato dall’elaborazione di ciò che egli chiama ‘ipotesi comunista’ o ‘idea del comunismo’ (…) Per Badiou solo un eidos, un’idea, platonicamente impostata, riesce a collegare i soggetti individuali a uno scopo politico collettivo situato nella storia”.

 

E qui Zizek: “Lacanianamente intesa, la pulsione di morte prepara quella situazione in cui l’individuo, fuoriuscito dalla trappola della legge che genera il desiderio della sua trasgressione, si configura come un ‘resto indivisibile’, e cioè come una realtà intermedia priva di forma, ma in procinto di sublimarsi creativamente. L’esempio della soggettività proletaria marxiana spiega meglio questo passaggio…”. E ancora: “Quando il soggetto è nell’assoluto rompe l’ estraneità con l’oggetto fino al punto di decidere di liberarne la presa, di lasciarlo essere. Quando infatti l’oggetto si è compreso, si è ‘consumato’, allora l’unico atto che manifesta ancora la libertà del soggetto è quello di liberarsi da sé, di liberarsi dalla propria libertà: l’oggetto riconquistata la sua alterità può dare luogo a un differente sviluppo logico-ontologico”.

O non si capisce, o quello che si capisce si sapeva già. Ma chiediamoci: sul comunismo e sull’idea comunista non c’è altro da dire? Come può una moltitudine mondiale fare politica e sostituire gli stati? Qualcuno ha mai incontrato un soggetto che sia nell’assoluto e abbia ancora voglia e tempo di decidere qualcosa? Che cosa è mai l’assoluto nel quale si fa entrare il soggetto? Ma soprattutto: perché questi filosofi non si rassegnano alla filosofia e non la smettono di recitare da pensatori politici? La loro filosofia non è granché, ma la loro politica è solo immaginaria, una fantasticheria terminologica per dottorandi. Meglio Veca e la Costituzione Repubblicana come utopia: almeno non contiene additivi allucinogeni.

Alfonso Berardinelli

Roma 1943. Critico letterario e saggista, si è dimesso dall’insegnamento universitario nel 1995, lavora oggi fra editoria e giornalismo, dirige la Scheiwiller Prosa e Poesia. Fra i suoi libri: “L’esteta e il politico: sulla nuova e piccola borghesia” (1986), “L’eroe che pensa: disavventure dell’impegno” (1997), “Autoritratto italiano” (1998), “Stili dell’estremismo” (2001), “La forma del saggio” (2002), “Che noia la poesia” (2006, con H. M. Enzensberger), “Casi critici: dal postmoderno alla mutazione” (2007), “Poesia non poesia” (2008).

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Commenti all'articolo

  • cwtch

    20 Maggio 2019 - 16:04

    è un po moda questa tendenza anarcocentrifugato. tutto, tranne che cultura liberale in questo sfortunato paese.

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  • d.mastronardi

    20 Maggio 2019 - 08:08

    Bravo Berardinelli! Incisivo, tagliente e quanta verità nelle considerazioni esposte! Magistrale il commento: "O non si capisce, o quello che si capisce si sapeva già".

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  • miozzif

    20 Maggio 2019 - 01:01

    Allora il critico asino di Buridano confuso da simili letture confessa di aver votato per i 5 stelle ossia per quelli che reggono il peggior governo di destra degli ultimi settant'anni a questa parte.

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